Fanny&Alexander portano in scena il realismo magico della Ferrante

FRANCESCA GIULIANI | Chiara Lagani e Fiorenza Menni entrano in scena. Nello sfondo nero spiccano le due attrici vestite di bianco, ancelle del racconto, atte a farsi attraversare di li a poco da L’amica geniale di Elena Ferrante. Come in una sorta di prologo ci introducono iniziando a dare corpo alla voce di più personaggi. A Torino Elena riceve la telefonata da Napoli di Rino disperato per la scomparsa di Lila.
La donna si è volatilizzata ed Elena decide di ritrovarla scavando nella propria memoria. Siamo nell’antefatto del romanzo. Il racconto inizia dall’infanzia e dalla nascita della loro tanto splendida quanto tenebrosa amicizia. Il patto amicale è sancito da una sfida: le bambole care vengono gettate prima da Lila poi da Lenù – nomignolo per Elena bambina – nello scantinato dove vive Don Achille, l’orco della loro infanzia – e dell’infanzia di tutti rivedendoci subito figurine paralizzate nel buio attraversato da una voce così cavernosa – che sembra essere anche il colpevole della loro definitiva scomparsa.

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È su questa sorta di rito di passaggio che Chiara Lagani decide di costruire la drammaturgia di Da parte loro nessuna domanda imbarazzante – visto al Teatro Novelli di Rimini e seguito dall’interessante incontro tra le artiste, il regista Luigi de Angelis e la studiosa Laura Gemini. È in questo momento infatti che le mani delle due bambine, strette l’una nell’altra per farsi forza mentre salgono le scale del palazzo intente a raggiungere la porta dell’orco, non si lasceranno più e le loro vite saranno una lo specchio riflesso dell’altra, come due facce dello stesso volto.
Chi è Lila? Chi è Lenù? Dove inizia una e finisce l’altra? Chi decide cosa ricordare? Ognuna sembra essere la narratrice dell’altra. Elena è la prima a raccontarsi attraverso entrambi i corpi delle attrici. A poco a poco prendono la scena le due bambine: Lila prende corpo nello sguardo torbido e magico della Menni, mentre la timida Lenù, paurosa e insicura, fuoriesce dalla vocina tremolante della Lagani. Poi via, scompaiono lasciando di nuovo la voce a Elena-narratrice e agli altri personaggi – l’orco Achille e figli, Rino, le bambole. Il racconto inizia a prendere forma non solo a parole ma anche nei movimenti che andranno a costruire una precisa partitura di mimica e di gesti atti ad aumentare la potenza della narrazione intrecciandosi al suono che si espande nello spazio. E sarà proprio quel suono extra-reale e rarefatto nel primo capitolo a farsi, mano a mano che la scena si fa più onirica, più reale, moltiplicando e aumentando dall’alto suoni e voci di un quartiere di una qualsiasi caotica e tumultuosa città.

Ma andiamo per gradi. Lo spettacolo è diviso in due momenti. Il primo, che ho iniziato a raccontare sopra, è definito “L’amica Geniale, una lettura”. Il secondo invece è titolato “Storia di due bambole, un fotoromanzo animato”. Se quindi nella prima parte l’idea è quella di dare un corpo attraverso la voce, i gesti e i suoni alle parole della scrittrice, nella seconda parte quello che viene messo in scena è un racconto per immagini animate. Qui le due attrici, vestite di nero, sono le due bambole cadute e perse che iniziano un altro viaggio, un altro racconto immaginario e immaginabile. I corpi si fanno quasi marionettistici ripetendo sempre gli stessi movimenti coreografici ma con un ritmo più spezzettato, quasi simulando gli scatti fotografici che rimandano all’idea di fotoromanzo. Le loro parole sono fatte di giochi di lingua, filastrocche che fuoriescono da quei corpi che sembrano ora inanimati. Le due bambole con il loro linguaggio “stregato” richiamano subito alla mente un altro libro della Ferrante La spiaggia di notte illustrato da Mara Cerri, testo che sembra nascere da una scena estrapolata da un altro romanzo della stessa scrittrice, La figlia oscura.

Come in un labirinto Fanny&Alexander ci conduce con questo nuovo lavoro – che avrà un seguito – in un mondo infantile così brutale e magico quanto lo è stato quello di Oz. Lo stesso meccanismo sembra essere in atto. Le attrici si fanno con il loro corpo tutto “medium” di un racconto portandone in scena i simulacri – non a caso allora il titolo scelto è estrapolato da una poesia della Szymborska dove le domande sono poste a svelamento di ciò che accade durante l’incontro con i morti nei sogni. Sulla scena restano i fantasmi dei personaggi della Ferrante: figure che si muovono richiamando i gesti messi in forma da Trisha Brown in Accumulation e barcollando al passo della Pina Bausch di Caffè Muller.

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Poi sul finale si mescolano e intorbidiscono ancora di più i fatti come in un avvincente giallo. “Chi è chi?”: le attrici scendono dal palco e cercano in platea le due bambole del cuore. È il meccanismo narrativo della Ferrante che viene messo in scena.
C’è fin da subito una dichiarazione precisa allo spettatore. Prima ti introduco al racconto poi – come se entrassi nella tua immaginazione – ti mostro cosa potrebbe essere successo in quel vuoto narrativo che lascia la storia. Il tutto utilizzando l’eterodirezione, un dispositivo drammaturgico attraverso il quale un insieme di partiture gestuali e drammaturgiche vengono suggerite in cuffia alle attrici che simultaneamente le mettono in vita sulla scena. Sulla scena c’è l’eterodirezione che è per il gruppo ravennate il corpo delle attrici che si fa “penna vigile che comunica a chi scrive le sue intenzioni attraverso sottili indicazioni di senso e sentimento, quindi la ricerca di un ritmo tra due persone, una sulla scena e una fuori scena, nascosta, che concorrono alla composizione di un “testo” (fisico e verbale) il cui senso e le cui possibilità saranno ad ogni istante rinfrescate e riprecisate dal rapporto innescato tra le due parti”. Sulla pagina c’è l’idea di essere parlati, di essere guidati da altri nel racconto: questo sembra essere il motore che muove il testo della Ferrante andando a definirsi, come scrive la filosofa Adriana Cavarero, come un nuovo genere letterario, come “la biografia di una relazione in atto, un […] continuo mettere in scrittura, mettere in narrazione, una relazione in atto fra le due amiche”. Quindi è la relazione, una relazione che si instaura dentro e fuori la scena, dentro e fuori il romanzo stesso.

In questa sorta di mondo infantile archetipico, dove biografia e finzione, ombre e realtà, verità e menzogna si intersecano il lettore/lo spettatore trova una sua immagine: i gesti e le parole si fanno tanto più reali tanto più sono irreali e marionettistici sulla scena perché vanno a fondo permettendo quell’identificazione e quel coinvolgimento emotivo che sta anche alla base del lavoro narrativo della Ferrante.

 

DA PARTE LORO NESSUNA DOMANDA IMBARAZZANTE    

con Chiara Lagani e Fiorenza Menni
ideazione Luigi De Angelis, Chiara Lagani e Fiorenza Menni
drammaturgia Chiara Lagani
regia e progetto sonoro Luigi De Angelis
cura del suono Vincenzo Scorza
costumi Midinette
organizzazione e promozione Ilenia Carrone e Tihana Maravic
amministrazione Stefano Toma e Elisa Marchese
si ringraziano Andrea Argentieri, Enrico Fedrigoli, Francesca Pizzo, Giorgia Sanguineto e Sofia Di Leva
produzione E / Fanny & Alexander in coproduzione con Ateliersi



Categorie:Letteratura, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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