Chroma. Sciarroni in calzini e canottiera porta in giro per pensieri filosofici

RENZO FRANCABANDERA e PAOLA FLOREANI | RF: Diciamo pure che esistono artisti con i quali si stabilisce negli anni un confronto, che poi per gli appassionati di quell’arte diventa un rito. Quasi ci si prepara per andare a vedere la nuova creazione di…
Per il teatro o lo spettacolo dal vivo, non sono moltissimi i nomi che hanno questo calibro. Vengono naturalmente in mente i grandi, ma fra gli artisti che hanno guadagnato una ribalta internazionale recente senz’altro Alessandro Sciarroni, per quanto mi riguarda, è fra questi. Pensare di andare a vedere una sua creazione è sfida che inizia fuori dal luogo che lo ospita. E continua dentro…

PF: Ci si prepara come è solito per andare a teatro, si attraversa il foyer, si mostra il biglietto ed infine si entra ma, nell’opera di Sciarroni, l’atmosfera nell’adattamento in Triennale di Milano non è quella del teatro in senso stretto. La platea è inutilizzata, vuota, il posto riservato agli spettatori è il palcoscenico. Il pubblico viene fatto accomodare sul palco in una disposizione quadrata che delimita la scena, le luci sono accese, tra i lati opposti del quadrato ci si guarda e si attende.

RF: Eppure è singolare come in tutta questa visione il teatro incomba con la sua grande vuotezza, almeno per i tre quarti del pubblico che non gli danno le spalle, quelli appunto disposti sugli altri tre lati del quadrato. E’ un vuoto che pur non parte della scena di fatto la riempie e incombe a suo modo. E’ un po’ una metafora del suo lavoro, che ha formazione teatrale ma che poi ha asciugato nel tempo per dirigersi verso questa ricerca ibrida e di cui è bene non delimitare il perimetro, come lui stesso ci ha dichiarato in un’intervista del 2013 ma che resta molto attuale per decodificare il senso del suo fare arte.

PF: Nel silenzio, nel vuoto, Sciarroni, regista e unico interprete, fa il suo ingresso da uno degli angoli dello spazio delimitato da un grande tappeto danza bianco e inizia a percorrerne la diagonale avanti e indietro. Come per un pendolo, il movimento, gradualmente si esaurisce, diminuendo l’ampiezza e avvicinandosi al centro. I passi diminuiscono, quattro avanti, quattro indietro, diventano tre poi due quando arrivano a uno il movimento si riduce a una rotazione che riassume contemporaneamente l’azione di andare avanti e quella di andare indietro.

RF: Colpisce il mio sguardo un abbigliamento che rispetto all’azione rotatoria e ai suoi archetipi legati alla danza non ha nulla a che vedere. Nulla vuole rimandarci a misticismi religiosi, o a sofisticazioni di significato ulteriori rispetto all’uomo, colto nella sua normalità assoluta, anzi oseremmo dire intima: calzini, pantaloncini e canottiera. Un’umanità domestica che ci trascinerà verso immaginazioni siderali.

PF: Inizia a girare su sé stesso, rigido, con le braccia lungo i fianchi. Il senso del giro è antiorario, chiude, tira a sé. Le luci si abbassano, dei suoni si insinuano nella scena e intanto il corpo di Sciarroni scompare nella rotazione da lui generata. Mentre inizia un progressivo riempimento dello spazio con l’utilizzo del colore e della luce, le braccia iniziano a muoversi, mutando lentamente posizione e disegnano ritmicamente circonferenze di varie altezze e dimensioni. Danzano, come le braccia, i cerchi di luce che, insieme alle ombre, miscelano i colori, dipingendo il pavimento.

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RF: Il disegno luci di Rocco Giansante diventa vera e propria drammaturgia insieme a questi richiami sottili all’arte futurista del corpo in movimento, al suo sviluppo dinamico in rotazione. Quando pensi al derviscio, poi ti viene in mente Boccioni o Bertelli, e poi ti trovi perso nello spazio, immaginandoti pianeta, e sovviene la fisica dei corpi, gli astri. Impossibile descrivere come la mente inizi a viaggiare dietro questo corpo in movimento.

PF: Le quattro casse acustiche agli angoli della scena si rimbalzano, in senso antiorario, il suono come se fosse una palla. Ipnotico, Sembra di girare. Sciarroni, nelle sue opere, attinge in maniera semplice e personale ai diversi codici dell’arte. Dal teatro prende la drammaturgia del corpo, che diviene il principale mezzo per raccontare e suggestionare; dalle arti coreutiche utilizza l’astrazione e dalla performance impiega la ripetizione. Dalla struttura dell’opera, può sembrare che l’autore lanci una sfida al pubblico ma non questa l’intenzione. La ripetizione in realtà è adoperata come strumento per indagare l’essenza in questo caso, di un movimento che smette di essere quello che è per rivelare il suo significato astratto.

RF: Sono d’accordo ed è in fondo un’operazione che per altri versi e con altri mezzi Sciarroni aveva fatto fin dal suo Untitled ispirato alle danze tirolesi e al loro essere ripetute fino allo sfinimento (dell’artista o dello spettatore). Avevo visto quasi un decennio fa al festival Vie (allora diretto da Pietro Valenti) la performance di un allora giovanissimo Daniel Linehan che intervistai proprio ragionando sul senso del movimento rotatorio e ripetuto nel suo Not about everything con cui conquistò il pubblico nel 2010 (poi tornato in Italia a Biennale danza nel 2016). Ma quella era l’azione forte di un giovane uomo, quasi una dimostrazione di energia vitale. Qui il senso e il rapporto con l’esistere è diverso.

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PF: Il giro è legato alla ciclicità biologica della vita ed è utilizzato da Sciarroni per compiere un viaggio personale di cui possiamo scorgere i riflessi: uno sguardo, un sorriso, una parola; lasciati al caso, alla sensazione del momento, cosa che, oltre a rendere differente una replica dall’altra, ci mostra l’umanità del performer. All’inizio quando Sciarroni entra in scena, quello che vediamo di lui è la superfice ovvero il corpo di una persona normale, vestita in maniera misera e piuttosto ridicola, che cammina accompagnata solo dal rumore dello fregamento dei pantaloncini; progressivamente la superfice svanisce, vediamo o meglio percepiamo, altro. Nell’arte performativa avviene uno scambio tra artista e spettatore attraverso sguardi, espressioni, emozioni; questo la distingue dalle arti visive perché, fin che c’è un artista ad esibirsi e un singolo spettatore a guardarlo, lo scambio può avvenire e quindi si può ancora parlare di: teatro, danza, performance. Si potrebbe contestare di quest’opera, che lo scambio non avviene, che solo Sciarroni ha in apparenza il potere di comunicare, di emettere un messaggio significante, mentre il pubblico non può interagire con lui, così concentrato nell’entrare in se stesso da non poter percepire alcunché dall’esterno. Invece, fuor di metafore new age, lo scambio avviene a livello di vibrazioni. È uno scambio di energie reale, concreto. Ciò costituisce, secondo me, il principale punto di forza dell’opera.

RF: Cosa sarebbe questo lavoro se non ci fosse nessuno a guardarlo resta un bell’interrogativo. E d’altronde è sicuramente nato in lunghe ed estenuanti prove di resistenza fisica in solitario, senza che questo scambio di cui vuoi far cenno avvenisse. Questo è un altro sentimento che sempre le sue opere lasciano: la sensazione che sarebbero quasi uguali se non ci fosse pubblico, che potrebbero durare in eterno e che lo spettatore è solo di passaggio nella vita dell’artista. Ma in fondo non è così, perché l’arte vuole lo sguardo. Lo esige. L’artista senza la possibilità di confrontarsi col mondo vive un’esistenza incompleta. È quindi quella gara di resistenza a cercare la profondità, ad abbattere le resistenze superficiali, persino la noia che sempre è insista nella ripetizione, per cercare un altro tempo, come ci suggeriva Antonio Latella questa estate a Biennale Teatro: è senz’altro anche questa una delle sfide insite nella ricerca di Sciarroni e di cui CHROMA è senz’altro manifestazione cristallina. Lo avrei rivisto appena finito. Avrei voluto continuare a ruotare come un pianeta, a stare attento alle sue eccentricità, ai suoi sbilanciamenti. Persino continuare a cercare le mie piccole distrazioni centrifughe da quella ossessionante meditazione.

CHROMA – don’t be frightned to turning the space

ideazione, performance: Alessandro Sciarroni
luce: Rocco Giansante
drammaturgia: Alessandro Sciarroni, Su-Feh Lee
musica originale: Paolo Persia
styling: Ettore Lombardi
sviluppo, promozione, consiglio: Lisa Gilardino
cura amministrativa: Chiara Fava
cura tecnica: Valeria Foti, Cosimo Maggini
ricerca: Damien Modolo
produzione: Corpoceleste_C.C.00# e Marche Teatro – Teatro di rilevante interesse culturale
co-produzione: Le Centquatre (Parigi), CCN2 – Centre chorégraphique national de Grenoble, Les Halles de Schaerbeek, altri partner in via di definizione
la creazione dello spettacolo è stata ospite di: Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin un progetto del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Azienda Speciale Villa Manin
con il contributo di: Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
sviluppato come parte di: Migrant Bodies presso il Centro per la Scena Contemporanea Bassano del Grappa (Italia), La Briqueterie – Centre de Développement Chorégraphique du Val de Marne (Francia), Circuit-Est (Quebéc), The Dance Centre (British Columbia) and HIPP The Croatian Institute for Dance and Movement (Croazia)
e come parte di: La Biennale di Venezia – Biennale College 2015
foto: © Alessandro Sciarroni



Categorie:Danza, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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