La fiera giovinezza del Sindaco del Nest

ESTER FORMATO | Quando nel 1960 Eduardo De Filippo compone Il sindaco del rione Sanità – inserito poi nella raccolta “La cantata dei giorni dispari” – certamente si era ben lontani dall’antropologia cammoristica 2.0 identificata con la famosa serie tv Gomorra i cui  caratteri, gesti ed atteggiamenti sono ormai entrati a far parte nell’immaginario collettivo dei nostri giorni.

Era inevitabile che la compagnia del Nest, spazio teatrale a San Giovanni a Teduccio ubicata nella parte orientale di Napoli, facesse i conti con il proprio presente, con quello della stessa città dilaniata da dinamiche, come ad esempio quella della babygang, lontanissime da quella logica d’ordine e di rigore incarnata, seppur mediante la distorsione del male, da Don Antonio Barracano.

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Ed eccolo, il Barracano di Mario Martone; incede sicuro di sé, appena svegliatosi veste  tuta e scarpette, il corpo ed il volto di Francesco Di Leva cancella l’attempato e rugoso viso di De Filippo, o di chi ha interpretato il personaggio nei vari allestimenti susseguitisi. Stagliandosi in uno scenario dal colore metallico, distante dagli orpelli della scenografia tradizionale che a mo’ di cartapesta contornava le commedie di Eduardo, siede sull’attrezzo da palestra e allena i suoi addominali; spesso si alza il cappuccio della felpa, e con la spavalderia di chi ha costruito il proprio regno, si aggira sulla scena in maniera leonina, esibendo quella sinuosità virile tipica di chi è ancora nel fiore della giovinezza. mentre una turba di mediocri personaggi (piccoli malavitosi di poco conto, vili usurai, il rancoroso nullafacente Santaniello con la fidanzatina incinta) attendono di essere ricevuti e da lui protetti.

Lo squarcio che all’inizio, a proposito dell’alterco di ‘O Night e ‘o Colombello, si dipana dinanzi ai nostri occhi è caratterizzato da spari e da filate musicali rap che rapidamente ci permettono di ricollocare la vicenda eduardiana oggi con costumi, gesti, intercalari e connotati culturali come appunto il  rap, o più avanti con brevi inserzioni neomelodiche.

Tuttavia, proseguendo nella visione dello spettacolo, pare che Martone abbia saputo mantenere una certa aderenza al testo, alla ripartizione drammaturgica, introducendo in alcuni punti elementi, annotazioni, espressioni del presente, cose che sostanzialmente hanno una relativa incidenza sul testo ma che in realtà determinano le peculiarità dell’allestimento in relazione alla veste estetica e scenica dello spettacolo.

Martone applica simboli ormai trasversalmente riconoscibili del nostro presente (certi tipi di abiti, certi tipi di parole, certi tipi di gesti) ad una drammaturgia complessa che sottende significati importanti, rispettandone la scansione (al terzo atto l’ambiente cambia). Martone e gli attori del Nest ci trasportano infatti in un ambiente interno in cui il colore metallico e a tratti il gusto kitch di  inserzioni dorate ci danno l’impressione di una concezione del potere – o contropotere –  assimilata ai segni dell’oggi; la bella moglie giovane, la figlia piccina vestita con abitini comuni alla Napoli popolare dei nostri tempi, i figli modellati sulla falsa riga delle schegge impazzite che  ai giorni nostri acuiscono la virulenza in alcune parti della città, le macchine, la stessa spavalderia di Antonio Barracano che è lontana dalla vegliarda ponderatezza di gesti e di toni che prevedevano nella concezione eduardiana, una forte idea di  gerarchia ed un potere quasi regio che il protagonista “usurpa” e detiene in luogo di un ordine precostituito – cioè la legge – che manca, che è facilmente aggirabile, irrimediabilmente piegato a quella del più forte.

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Nel bellissimo testo di De Filippo Don Antonio è insieme eroe e antieroe, è insieme hybris e legge, è praticamente il tutto sostituitosi al vuoto morale e a quello dello Stato che è  causa primaria del sistema malavitoso dei territori meridionali. È la protezione dei deboli, è egli stesso la gerarchia ferrea di un certo ordine costituito, ed il relativo garante. La compagnia del Nest invece ci suggerisce una riflessione visiva, diremmo sull’attuale estetica del malavitoso di ora; l’interno concepito come scenografia rende palpabile l’inclinazione ad un potere più materialista che “morale” rispetto al testo originale.

Manca probabilmente nell’allestimento di Mario Martone una certa ponderatezza su sottotesti, sensi e controsensi che Il sindaco del rione Sanità affronta in relazione alla complessità del male, passando per l’altrettanto complessa psicologia del protagonista la cui “biografia morale” così contorta è offuscata dalla spavalderia catalizzatrice di questo giovane Don Antonio, bello e fiero nel suo regno; come conseguenza, ai due coprotagonisti Fabio Della Ragione (Giovanni Ludeno), uomo ombra di Barracano, destinato al perenne dissidio morale che si acuisce nella sempre rimandata dipartita dal sistema di Don Antonio, e Arturo Santaniello (Massimiliano Gallo), panettiere osservante della legge la quale è destinata tragicamente a frammentarsi dinanzi all’ordine vigente del boss, il regista partenopeo sembra che aggiunga quel piglio di stantia consapevolezza che questo giovane Barracano deve ancora  raggiungere, frammentando così fra i tre personaggi quell’assoluto protagonismo che campeggiava nella vegliarda fierezza di Barracano.

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Il resto dei personaggi è immerso nel loro meschino regolamento di conti, nei loro bassi propositi, nelle loro vendette; come quella fra il figlio di Santaniello nei confronti dello stesso padre che risveglia in Barracano l’atavico sentimento di rancore per il vecchio Marvizza, sentimento dal quale ha origine tutta la sua dissacratoria operazione di ri-sistemazione della legge. È il definitivo scacco alla legge, la hybris decisiva che pone Barracano al cospetto di un’azione “contro natura”; è l’infrazione al suo ferreo sistema in cui il bene e male sono soppesati in base alle trascuranze di una legalità totalmente estranea alle esigenze dei più deboli, è il capitolare di entrambe le parti, l’abdicazione definitiva.

Quel che emerge nel Sindaco del Nest è una tendenza inevitabile a cercare nell’attualizzazione spaziale e temporale una cifra antropologica che parli di una periferia quale marchio imprescindibile della giovane compagnia di San Giovanni a Teduccio. Vi si legge nell’allestimento eduardiano la volontà di infierire su un testo di alta tradizione con uno sguardo che rapporti tutto il lavoro al proprio tessuto di appartenenza, modificando della drammaturgia solo elementi contingenti che accomodino lo spettatore in uno scenario contemporaneo, non tanto per parlare di questa stessa contemporaneità (il cui sistema di potere e contropotere corre su altri binari) che rischia di far apparire semplicistica la materia dell’opera, quanto per proporre al contrario il proprio linguaggio (teatrale) come ponte fra noi e il classico.

IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ

di Eduardo De Filippo
regia Mario Martone

con
Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno, Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino, Daniela Ioia, Gennaro Di Colandrea, Viviana Cangiano, Salvatore Presutto, Lucienne Perreca, Mimmo Esposito,
Morena Di Leva, Ralph P, Armando De Giulio, Daniele Baselice

con la partecipazione di Massimiliano Gallo

scene Carmine Guarino
costumi Giovanna Napolitano
luci Cesare Accetta
musiche originali Ralph P

regista collaboratore Giuseppe Miale Di Mauro
assistente scenografo Mauro Rea
capo elettricista Giuseppe Di Lorenzo
fotografie Mario Spada
manifesto Carmine Luino
una produzione Elledieffe / NEST – Napoli Est Teatro / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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