Il ritorno di Tre studi per una crocifissione: la Passione secondo Danio Manfredini

ANTONELLA D’ARCO | TAN gremito di spettatori per Danio Manfredini che, il 13 e 14 gennaio, ha portato in scena Tre studi per una crocifissione. È un rapporto privilegiato quello che l’artista lombardo ha con la sala della periferia nord di Napoli. Un rapporto iniziato l’anno scorso quando, assente da circa dieci anni dalle scene napoletane, Manfredini ha scelto il Teatro Area Nord per mettere in scena la sua Vocazione; un rapporto che è proseguito quest’anno con un laboratorio sull’ attore, a cura del pluripremiato Premio Ubu, che ha anticipato la sua presenza nella stagione Teatro Edificante #civadosicuro.

Accomodati in platea, la voce che gentilmente prega il pubblico di spegnere i cellulari, ci augura anche buon viaggio. E il viaggio ha inizio appena si percepisce la presenza dell’artista sul palco. “Nel mezzo del cammin di nostra vita […] per me si va tra la perduta gente, per me si va nell’ eterno dolore”, salmodia il malato mentale di cui l’attore-regista assume le sembianze. È lì che veniamo condotti, in quella “selva oscura”, punto di partenza di un viaggio la cui prima stazione è l’inferno degli uomini.

Quell’ uomo rinchiuso in un manicomio, ambiente frequentato da Manfredini come insegnante di pittura nel 1992, data in cui fu concepito lo spettacolo, è solo il primo dei personaggi, dei Cristo-crocifisso, presentati nei tre studi. La voce e il corpo del malato trapassano gli spettatori, fino a trasfigurarsi nei ricordi e nel suo personale dolore.

L’opera di Francis Bacon, pittore tormentato in un Novecento dilaniato dalla violenza di due conflitti mondiali e dai conflitti psichici che la morale di quella società ha prodotto, è l’ispirazione da cui mutua il titolo della messinscena; ma da cui, soprattutto, deriva l’ idea di rappresentare la marginalità e la vita borderline, attraverso il realismo trasfigurato, argomento attuale a metà del secolo scorso, attuale negli anni ’90 e ancora oggi.

TRE STUDI PER UNA CROCIFISSIONE

Danio Manfredini in una scena dello spettacolo

In questa maieutica metamorfosi, che fa innanzitutto dell’attore il creatore, mostrandolo spogliato dei panni che ha indossato un attimo prima per interpretare un personaggio e mentre si veste di quelli di un altro e di un altro ancora, il malato mentale diventa Elvira, il transessuale di Un anno con tredici lune, opera cinematografica con la firma di Rainer Werner Fassbinder. La lunga lettera parlata alla madre è la confessione di Elvira, il bilancio della sua vita, prima di decidere di suicidarsi. I sogni e le aspettative da ragazzo, i primi amori, l’inizio della sua esistenza da transessuale, le scelte e le compagnie sbagliate, sono il preludio alla verità. E la verità è che gli uomini non distruggono la vita, non scelgono di fuggire da essa, sono le condizioni avverse derivate dal sistema che loro stessi hanno messo in piedi, a costringerli al tragico epilogo; così come più di duemila anni fa, quel sistema decretò la morte in croce di Cristo, il più umano degli dei adorati in Terra.

Sembra di  ritrovare in quest’idea l’eco del Van Gogh, il suicidato della società, testo di Antonin Artaud; e leggere nella  poesia del corpo e della voce di Danio Manfredini, altissima in tutto lo spettacolo e che raggiunge il suo acme nell’ ultimo frammento ispirato alla figura di un immigrato nato dalla penna del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès, proprio le parole che Artaud pronunciò, la sera del 13 gennaio del 1947, alla conferenza del Vieux-Colombier: «Io non credo in valori spirituali, perché non  credo di avere uno spirito ma un corpo, e il mio corpo è la mia coscienza, il mio corpo è la mia intelligenza e niente di più».

Il corpo glorioso di Danio Manfredini ha danzato sotto l’immaginaria pioggia battente; pioggia che ha segnato con le sue gocce il viso dell’immigrato e che ha avvolto le sue braccia, aperte verso un “compagno” tanto invocato e che lui sperava somigliasse ad un angelo per proteggerlo nel buio della strada di una città troppo grande e piccola, al tempo stesso, per accogliere uno straniero. Il suo corpo ha danzato nella parabola di quella passio, alla rovescia, che lui ha creato: dall’ inferno e dalla violenza, attraverso la vita e Dio, verso la speranza.

 

 

TRE STUDI PER UNA CROCIFISSIONE

di e con Danio Manfredini

collaborazione al progetto Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete

distribuzione La Corte Ospitale



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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