A proposito del genocidio degli armeni: su Una bestia sulla luna

LAURA BEVIONE | Si aprì con un genocidio il secolo appena trascorso, uno dei più sanguinosi e oscuri della storia: la sistematica persecuzione e il successivo annientamento del popolo armeno da parte del governo turco è un fatto tuttora poco noto e oggetto di tentativi di ridimensionamento – o, quantomeno, di occultamento – da parte di Istanbul. Un evento storico saltuariamente lumeggiato dall’arte che, talvolta, sa raccontare con lucida efficacia quanto la politica ama dissimulare, come testimoniano La masseria delle allodole, il film che nel 2007 i fratelli Taviani trassero dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan, ovvero Una cena armena, la pièce scritta da Paola Ponti in seguito all’incontro con Sonya Orfalian, figlia di un armeno palestinese esule in Libia, e messa in scena e interpretata nel 2013 da Danilo Nigrelli.

Lodevole, dunque, la scelta compiuta dal Centro Teatrale Bresciano e dal Teatro Due di Parma di produrre un testo pluripremiato e rappresentato in tutti i continenti: La bestia sulla luna, che lo statunitense Richard Kalinoski scrisse già nel 1995. Il dramma è incentrato sulle vicende di una coppia di esuli armeni, fortunosamente riparati negli Stati Uniti, Aram e Seta. Il primo, dopo lo sterminio della sua intera famiglia, riesce ad attraversare l’oceano e a diventare un apprezzato fotografo. Tramite un’associazione umanitaria, sposa per “posta” la quindicenne Seta, anche lei unica sopravvissuta della propria famiglia.

L’autore dipinge i difficili rapporti fra i due, frutto non tanto della sostanziale estraneità l’uno nei confronti dell’altra, quanto di un differente atteggiamento nei confronti dell’esistenza: mentre Aram – il misurato Fulvio Pepe – è incapace di venire a patti col proprio tragico passato e cocciutamente desidera un figlio nell’illusione di far in qualche modo risorgere i propri familiari; Seta – una duttile Elisabetta Pozzi, credibile come quindicenne così come donna adulta – consapevole del dono che il destino le ha riservato, vorrebbe riscattare il proprio tragico passato, e anche i propri cari defunti, vivendo un’esistenza piena e soddisfacente. E, così, sceglie di occuparsi dell’orfano Vincenzo – un italiano, a sottolineare la solidarietà fra emigrati in un’America che aveva fatto dell’accoglienza uno dei suoi punti di forza e di vanto, a differenza di quanto accade in questo secondo decennio di un secolo che rischia di precipitare nuovamente nelle tenebre… Vincenzo – alla fine accettato pure da Aram che, lentamente, spezza la corazza di dolore che ne soffocava la vita – è anche, oramai adulto, il narratore di questa vicenda di rinascita dopo la catastrofe, l’arduo cammino da sopravvissuto a essere umano di nuovo pienamente vivo.

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Questa la sintesi di uno spettacolo equilibrato e corretto, che scorre fluido e, alla fine, regala anche qualche lacrima di commozione fra il pubblico; eppure persiste la sensazione che tale coinvolgimento emotivo sia superficiale e non riesca davvero a coniugarsi a informazioni e riflessioni nuove. Ci spieghiamo: l’autore, privilegiando la trama sentimentale – il complicato rapporto di coppia, inficiato dalla sterilità di lei e dalla rigidità di lui – pone in secondo piano il peculiare destino della popolazione armena, annegandolo in una narrazione che assomma svariate tematiche – c’è anche l’accenno alla pedofilia di cui è probabilmente vittima Vincenzo nell’orfanotrofio in cui è alloggiato – senza che nessuna venga realmente approfondita. Il sentimentalismo, alcuni dialoghi da romanzo rosa prevalgono sulle argute riflessioni sulla società americana del primo dopoguerra – e che molto ci interrogano sul presente di quello stesso paese così come sul nostro – ma soprattutto sulla rievocazione del genocidio, delle sue cause e delle sue responsabilità, non ancora del tutto acclarate.

L’auspicio è che, oltre a qualche lacrima per il lieto fine, gli spettatori abbiamo portato a casa la curiosità – o, meglio, la necessità – di conoscere e capire qualcosa di più di una nazione che cento anni fa uno stato oggi assai potente tentò di spazzare via dalla Terra.

UNA BESTIA SULLA LUNA

di Richard Kalinoski

Traduzione Beppe Chierici

Regia Andrea Chiodi

Scene Matteo Patrucco

Costumi Ilaria Ariemme

Luci Cesare Agoni

Musiche Daniele D’Angelo

Interpreti Elisabetta Pozzi, Fulvio Pepe, Alberto Mancioppi, Luigi Bignone

Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, Fondazione Teatro Due

 

Teatro Due di Parma.
http://www.teatrodue.org

21 gennaio 2018

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