Freud ovvero l’interpretazione dei sogni: Massini e Tiezzi nella scatola della mente

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Fabrizio Gifuni ritratto dal vivo da R. Francabandera

RENZO FRANCABANDERA | La produzione di punta della stagione 2017/18 del Piccolo Teatro di Milano è affidata alla regia di Federico Tiezzi. Stefano Massini riscrive, aiutato nella riduzione e nell’adattamento da Tiezzi stesso e Fabrizio Sinisi, un grande classico della “letteratura”, o certamente uno dei libri che ha segnato la storia del pensiero umano degli ultimi cento anni, ovvero L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.

Diciamo pure che, come il titolo dello spettacolo dice chiaramente, il fuoco principale, prima ancora che sull’opera, è sulla persona e sul suo genio, sulla capacità dell’uomo di portare a compimento un processo intuitivo andando oltre le regole fino a quel momento considerate valide dell’approccio conoscitivo alla psicoanalisi. In particolare sarà proprio la dignità data alla dimensione inconscia di cui il sogno è forse la massima interpretazione per quello che ad oggi conosciamo della macchina umana, a trasformare Freud non solo nel padre di quella scienza, ma a fare dei suoi studi suggestione enorme per l’arte, fin da quella a lui contemporanea. Il ruolo che lo studioso ebbe sulla letteratura e sul teatro fu poi davvero imprescindibile: basti pensare a gran parte del corpus pirandelliano.

La trasposizione scenica affidata alla espertissima mano di Tiezzi, da tempo coadiuvato nel suo rapporto con la testualità dal drammaturgo pugliese Fabrizio Sinisi, sviluppa, nella scrittura di Massini, un’evoluzione scenica che va di pari passo con l’accrescimento della consapevolezza dell’uomo scienziato.

Così il primo atto, della durata di circa un’ora e mezza, ha una struttura più metodologica, meccanico-scientifica, che ricalca i casi di studio che Freud espose nel suo scritto. Appaiono progressivamente le vicende umane dei pazienti, rappresentati in una dimensione quasi ectoplasmatica, che si rivolgono all’uomo studioso e progressivamente lo coinvolgono nelle loro vicende suscitando via via in lui i dubbi della scienza.
Il mondo onirico fa qui da sfondo, è dietro le porte ma non ha ancora preso la scena se non in improvvise e inarrestabili processioni, come flusso di coscienza che non può essere governato, ma resta incompreso (Tiezzi quasi a parlare anche del suo inconscio ripropone gli attori con le già viste in altri suoi allestimenti maschere di coccodrillo, per richiamare il tema delle lucertole presenti nei sogni di Freud).

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David Meden

Molto bello il finale di questo atto con una grande visione onirica che in qualche modo squarcia la scatola scenica che diventerà metafora della mente umana nel secondo atto. Ambiente del primo è lo studio di Freud con lettino e poltrone e pazienti che si susseguono. Le porte sul fondo si aprono come l’inconscio di tanto in tanto per dar vita a visioni più o meno criptiche illuminate dalle luci acide disegnate da Gianni Pollini.

Interessante la scelta musicale che ripropone come dolce motivo ossessivo le prime battute della creazione musicale di Max Richter This bitter earth – On the nature of daylight(un remix del classico di Dinah Washington) che si lega anche ad una pellicola di Scorsese, Shutter Island che ha a tema questioni di malati psichici e di cui il brano era colonna sonora: un motivo per violoncello struggente e di pienezza tardoromantica.
Colossali a nostro parere i costumi di Gianluca Sbicca, forse fra le migliori realizzazioni recenti della sartoria del Piccolo Teatro, ispirati a motivi nabis e del primo Novecento dell’arte.
Il secondo atto rivolge lo sguardo alla vita dell’uomo e concettualmente elabora le conoscenze del primo per portare, attraverso l’intuizione, al disvelamento della verità, un disvelamento che è anche nella macchina scenica allorquando nel finale viene spogliata e scoperchiata la scatola con la rimozione dell’arlecchino fisso, ovvero il drappo posto in orizzontale sopra il sipario, proprio per rivelare quanto è oltre la scatola del conscio, che è parte di un tutto più ampio: questo tutto riflette l’uomo ma anche il suo mondo, il suo sistema di relazioni e le rielaborazioni della mente.
Il finale che riprende anche la traccia musicale in versione estesa, con un grande specchio sul fondale, allude proprio a questo superamento delle pareti della mente la cui ispirazione è chiaramente nella battuta, affidata a Gifuni/Freud: “Ognuno di noi vive in una scatola. Fare un po’ di luce equivale a non perdersi”. Ecco dunque che il disvelamento e l’accettazione del caos come parte integrante del processo di comprensione oltre la logica, trova la sua declinazione scenica nella teatralizzazione del sogno.
Il processo onirico che nel primo atto è descrizione, nel secondo diventa luogo vitale, all’interno del quale avviene il disvelamento del reale, cui è legato da rimandi filtrati dal processo di autocoscienza, che Freud a volte superò con l’ipnosi come ricorda un passaggio intenso in cui il protagonista è in scena con un’ottima Elena Giaurov nei panni della paziente Tessa.
Pur nella ovvia predominanza del carattere protagonista (cui viene imposto uno stile recitativo e ortoepico che almeno nel primo atto risulta forzato), il lavoro mantiene una sufficiente coralità, in cui spiccano per qualità le interpreti femminili: intense Valentina Picello, Debora Zuin e Alessandra Gigli. Fra gli uomini, invece, belle sopra le altre quelle di David Meden, Umberto Ceriani e Marco Foschi, quest’ultimo nei panni dell’uomo con cui Freud avvia un percorso au contraire di auto-analisi.

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La Tessa di Elena Ghiaurov

Dentro un complesso sistema simbolico che rimanda a suggestioni classiche ed esoteriche, la regia propone una ambientazione del testo che cerca appunto una intepretazione onirica dello stesso, interpretazione che nel complesso riesce e che trova nel secondo atto, in particolare, la sua parte equilibrante e necessaria, giustapposta ad una prima parte più lineare e piuttosto ferma.
Tiezzi gioca, nel complesso, su azzardi misurati e alla fine porta a casa un’operazione coerente nel sistema dei segni, equilibrata nel recitato e che riesce anche ad evitare la sensazione del monologo, quale di fatto è nella struttura profonda il testo, con il dottore che racconta e si racconta.
Come tutte le riscritture di testi non nati nello specifico per il teatro, anche Freud ovvero l’interpretazione dei sogni soffre del dover trasporre in scena questioni ampie (e molte, anche fondamentali, non vengono affrontate appieno, come il rapporto quasi ossessivo con la sessualità in Freud) per mantenere un equilibrio la cui intenzione resta la compiutezza di un’operazione a rischiosità per così dire calcolata, ci si passi la metafora.
E tale è il risultato, che comunque vale la visione.

 

FREUD o l’interpretazione dei sogni

di Stefano Massini
riduzione e adattamento Federico Tiezzi e Fabrizio Sinisi
regia Federico Tiezzi
scene Marco Rossi,
costumi Gianluca Sbicca
luci Gianni Pollini
video Luca Brinchi e Daniele Spanò
movimenti Raffaella Giordano
preparazione vocale Francesca Della Monica
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine alfabetico) Umberto Ceriani, Nicola Ciaffoni, Marco Foschi, Giovanni Franzoni, Elena Ghiaurov, Fabrizio Gifuni, Alessandra Gigli, Michele Maccagno, David Meden, Valentina Picello, Bruna Rossi, Stefano Scherini, Sandra Toffolatti, Debora Zuin
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

foto Masiar Pasquali

Piccolo Teatro Strehler
dal 23 gennaio all’11 marzo 2018



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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1 reply

  1. Affascinante il mondo dei sogni e dell’ inconscio stranamente contengono la nostra verità,certo bisogna cogliere la giusta interpretazione…….

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