Teatro Delusio ovvero la vita in teatro secondo Familie Flöz

ANTONELLA D’ARCO | Mentre ci si accomoda in platea, sul palco, tre tecnici stanno mettendo in ordine le ultime cose. In un’ andirivieni di passi frettolosi sistemano i cavi e aggiustano le luci, non senza rimbeccarsi l’un l’altro. Osservando con maggiore attenzione si nota che la scena allestita non è altro che il dietro di un palcoscenico, le sue quinte e la sua parete di fondo. E che quei tre tecnici, intenti nel loro lavoro, sono i tre attori, prefigurazione dei personaggi e delle maschere che abitano Teatro Delusio, creazione-Familie Flöz, in scena al Teatro Bellini di Napoli, dal 23 al 28 gennaio.

L’unico oggetto che sembra non essere al suo posto è una porta; soglia al di là della quale, uno spirito, simbolo della meraviglia, del sogno e della poesia contenuti nel microcosmo-Teatro, ci conduce proprio in quel luogo magico.

Messe su le maschere, gli attori diventano personaggi: Bernd, Bob e Ivan. I loro nomi si leggono sul programma di sala, non vengono mai pronunciati dagli interpreti. Cifra stilistica della compagnia Familie Flöz è, infatti, l’assenza di parola; la loro drammaturgia è costruita sulle immagini, sulle visioni che si creano mentre vivono sul palco le maschere, protagoniste di questa poetica artistica.

Foto: Gabriele ZuccaFamilie Flöz - Teatro Delusio www.floez.net

Una scena di Teatro Delusio, foto di Gabriele Zucca

Il timido ed introverso Bernd, dedito alla lettura e che ha come unico amico un gatto che tiene nascosto alla vista dei colleghi, nel baule dell’attrezzeria, spesso e inconsapevolmente entra in conflitto col più energico Bob, spavaldo e incline al lavoro fisico; a metter pace tra i due è il capo dei tecnici, Ivan, un panciuto capomastro di bottega, che supervisiona ogni cosa fuori e dentro il palco. Legati tra di loro nello svolgimento delle consuete e quotidiane mansioni, ciascuno vive, all’ interno dello spettacolo, il suo assolo. È in questi momenti che le maschere si moltiplicano nelle figure del teatro.

Se al di qua del sipario sta avvenendo la messinscena di un’opera lirica, ad affollare il backstage ci sono il tenore, i buffi concertisti che avanzano uno dopo l’altro, lo smemorato primo violino, il direttore d’orchestra e il vanitoso soprano di cui è invaghito Ivan; se, invece, si sta rappresentando il balletto, il dietro le quinte vede Bernd dare una mano alla ritardataria ballerina, bistrattata dal coreografo che la costringe a ballare nonostante una caviglia malandata. Con tenerezza si consuma l’amore del sensibile Bernd per la ragazza, un amore che lo rende tanto coraggioso da sfidare chiunque si voglia frapporre a questa unione. Capace di lottare è anche Bob, dopo aver visto infranto il suo sogno di diventare attore, di passare oltre la parete di fondo con gli occhi rivolti alla platea. Impugnata la spada, imbastisce un duello vis à vis con chi cerca di arginare la sua energia e volontà di affermazione. Per entrambi, Bernd e Bob, questo non è solo il tempo del sogno che viene loro negato, nella dimensione della deludente realtà, ma è anche il tempo del sogno, in cui proiettano desideri, ambizioni, rabbia e sentimenti di rivalsa, in un turbinio, forse un po’ confuso, di situazioni dalla spiccata comicità e ironia che mai abbandonano la linea velatamente nostalgica percorsa dalla narrazione.

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Una scena di Teatro Delusio, foto di Roberta Argenzio

È Ivan, però, a pagare lo scotto più pesante della lotta tra i mestieri del teatro. Il conflitto tra coloro che s’inchinano davanti al pubblico e coloro che danno le spalle ad esso, ha il suo epilogo tragico nell’ eliminazione del borioso e arrogante regista-impresario, in un’ atmosfera sospesa tra la realtà e l’illusione. E tra realtà e illusione appare lo spirito che ci ha introdotto in questo universo di meraviglia, ogni qual volta questa meraviglia viene  negata.

Se la parola Delusio si può far derivare, in una qualche maniera, dal perfetto latino di deludo, che vuole dire “ingannare”, allora è proprio un inganno quello a cui si è assistito: gli attori che si fingono tecnici; uno spettacolo che, affermando la sua natura, vuole smentirla, ponendosi dal punto di vista di chi lo spettacolo non lo fa sul palco, ma lo costruisce in silenzio giorno dopo giorno. Sembra di essere in una stanza degli specchi, dove ogni elemento riflette l’essenza del teatro stesso, rappresentandolo e auto-rappresentandosi; e in questa stanza dell’ iper-finzione le maschere fisse, immutabili, mostrano tutte le declinazioni emotive dell’animo umano che si esprimono attraverso le dinamiche e le sorprese che la vita in teatro può riservare. È il corpo a parlare per loro, un corpo che è sostegno e materia esistenziale per quei volti di cartapesta.

Teatro Delusio

uno spettacolo di Familie Flöz

di Paco González, Björn Leese, Hajo Schüler, Michael Vogel

con Andrès Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerker

maschere Hajo Schüler

scene Michael Vogel

costumi Eliseu R. Weide

musiche Dirk Schröder

luci Reinhard Hubert

regia Michael Vogel

produzione Familie Flöz, Arena Berlin e Theaterhaus Stuttgart

 

Teatro Bellini di Napoli

dal 23 al 28 gennaio

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