“La conquista della felicità”, ovvero sia lode all’amante (della vita)

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disegni Renzo Francabandera

RENZO FRANCABANDERA | Il nostro tempo pare aver bisogno di modelli. L’uomo ha bisogno di modelli. E il teatro, ovviamente, che racconta l’uomo e il suo tempo. Da sempre.
Il modello incarna qualcosa a cui ci si può riferire. Con cui ci si può confrontare. Ci sono eroi negativi, eroi positivi. Poi c’è una categoria ibrida e difficile, diremmo quasi scivolosa ma probabilmente la più numerosa nella pratica, ed è quella di coloro che ci hanno comunque provato. Magari senza riuscire, o almeno non del tutto.
Ecco Bertrand Russell, filosofo, matematico, attivista, pacifista, è uno di quelli. Di fatto non ha vinto niente. Non è profondamente riuscito: nessuna delle scienze a cui si è applicato, seppure ad altissimi livelli, lo ha abbracciato come un padre. O un coniuge. A queste scienze ha dedicato allora le sue passioni letterarie, raccontandone e raccontandosi, fino ad arrivare al Nobel per la letteratura. Ecco: Bertrand Russell al più è stato un amante. Sicuramente infedele e discontinuo, saltellante di qua e di là, ma con tutta la potenza del suo umano. Un umano appassionato, totale, dedito, contraddittorio, inequivoco ed equivoco assieme.
Può essere o non essere modello per il nostro tempo un uomo così? Un appassionato traditore, amante della vita con all’attivo moltissimi straordinari fallimenti, operazioni non portate a buon fine, ma anche l’amore per la vita e la grande capacità di raccontarle e raccontarsi?

img_9775Se lo chiede in uno spettacolo intrigante e particolarissimo, intitolato proprio La conquista della felicità, Stefano Pietro Detassis, diretto da Maura Pettorruso che ha scritto anche il testo, ricavandolo di fatto quasi integralmente dagli scritti del pensatore letterato, fra cui il llibro divulgativo che porta il nome dello spettacolo.

Dopo lo scontro con l’infallibile, insito nella matematica, da cui esce per così dire sconfitto,  e con i sentimenti, di cui scoprirà la caducità, Russell dedicherà la sua vita alla fallibilità, alla possibilità del cambiamento: dai diritti delle donne, all’opposizione alla guerra, passando per la prigione, i viaggi nel mondo, l’educazione dei bambini, un incontro con Einstein, l’amore libero, i diritti delle minoranze.
Russell ha anche segnato forse un’epoca che sentiamo lontanissima ora, ma che è stata epoca di grandi passioni, qualcosa che forse il contemporaneo, col collo sempre piegato in giù a specchiarsi in qualche superficie digitale, non conosce fino in fondo.

La resa scenica è una sorta di operetta morale leopardiana, un finto dialogo fra l’uomo colto nel suo momento di maggior solitudine e fragilità, quella del confronto con la morte, appunto, e l’assoluto, l’infinito, che dal poeta ottocentesco in avanti fino ai nostri giorni è lì, nel cielo stellato. Non è la luna in cielo, qui, ma la costellazione di Cassiopea. Ma Russell è un pastore errante. Che ha declinato nella sua vita i diversi significati del verbo errare.
Con la stessa fragilità e incompiutezza si avvicina a questo personaggio l’interprete, che racconta di un anziano incarnandone lo spirito ancora giovane, per il tramite di un testo che non vuole raccontare, se non con le parole stesse dell’uomo Russell, cucite assieme dalla Pettorruso con l’intento di creare una drammaturgia che però non fosse narrazione in senso tradizionale. E questa è già una sfida interessante, per un’opera che chiaramente guarda all’autobiografia del protagonista, ma che cerca di spostarsi, appena possibile e senza che la cosa risulti artificiale, sulla meditazione, sulla filosofia.

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Tutto ciò, in La conquista della felicità avviene con un linguaggio piano e con un allestimento semplice e onesto, in cui spicca anche l’intelligente soluzione scenica di Maria Paola Di Francesco accolta nel disegno luci, firmato da Alice Colla, che sa creare freddezze siderali ma anche calore umano. I pochi metri quadri di terra, una pietra a simboleggiare in maniera sofisticata un tumulo, ma che brilla della stessa materia degli astri, sono gli elementi di una scena povera ma evocativa. Qui dentro abita quest’uomo, elegante ma peccatore, pronto a togliersi le scarpe per sentire la bellezza del toccare la terra con i piedi, interpretato da un Detassis che man mano che lo spettacolo avanza riesce a condurre il pubblico dentro un labirinto di pensieri non facile, ma che l’attore rende umano e accessibile.
La Pettorruso certo non si sofferma su dilemmi di filosofia e logica, nè sulle complessità della matematica con cui lo scienziato si scontrò: cerca di guardare all’uomo e al suo lascito oltre la scienza, in primis quella passione del vivere che è forse il tema con cui l’uomo si confronta sempre. Confessare a se stessi la propria identità, cercare la felicità, guardarsi attorno cercando sè negli altri, ricavando successi, sconfitte, ma sempre in qualche modo esperienza: ritroviamo tutto nel finale di questo spettacolo come nello struggente confronto fra il giovane protagonista del film Chiamami col tuo nome e suo padre, che teneramente confessa al figlio quello che lui stesso avrebbe voluto poter vivere, ma non ha avuto forza e coraggio di fare.
Per vivere ci vuole almeno altrettanto coraggio che per morire, sembra dirci Russell, e questo spettacolo ha una sua intima tenerezza che si sviluppa con l’empatia di chi lo guarda.

 

LA CONQUISTA DELLA FELICITA’
dialogo tra Bertrand Russell e Cassiopea

drammaturgia e regia
Maura Pettorruso
con
Stefano Pietro Detassis
scene e costumi
Maria Paola Di Francesco
disegno luci
Alice Colla
organizzazione
Daniele Filosi

una produzione TrentoSpettacoli

con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali
e della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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