L’acrobata e la memoria che scompare. Con le sue storie

acrobata 2 luca del pia.jpgRENZO FRANCABANDERA | L’acrobata. E’ uno spettacolo che ripercorre, nel ricordo della madre, la storia di suo figlio morto, nemmeno trentenne, per le sue idee. Senza vincere. Destinatario il giovane nipote di lei, figlio di lui, di mestiere pagliaccio.
Che senso ha credere? Obbedire a un’idea? Combattere per quell’idea o per un valore?
Non è solo la Giornata della memoria. E’ la Storia a portare con sé l’oblio. Inevitabilmente. La storia che ci è contemporanea smetterà presto di essere importante. E con essa i piccoli e grandi atti di eroismo, le vicende private, le lotte di liberazione e le violenze, i gesti d’amore e le dolcezze.
Quale è il senso della vita? Lo cerca con sguardo anziano il protagonista delle bellissima pellicola Lucky, nelle sale in questi giorni, un ottuagenario cowboy alle prese con la fine dei suoi giorni e il senso da dare a tutto. E si proietta nel buio, nel vuoto, in cui  le velleità umane perderanno di senso, al cospetto di una pluricentenaria tartaruga o di una millenaria pianta grassa che vive con niente nel deserto.
Così il senso del testimoniare e del mantenere in vita, del rinvigorire l’intensità della Storia e delle singole storie che la compongono è una tematica che affascina e che porta con sé il doloroso sentimento di ciò che è transeunte, che sopravvive a volte a noi che viviamo, e che dopo un paio di generazioni, al massimo, si perde.
A mala pena resta la memoria di Auschwitz, dove alcuni mettono perfino in dubbio che l’Olocausto sia accaduto. Figuriamoci il ricordo di undici guerriglieri che cercarono di liberare il Cile dalla dittatura di Pinochet pianificando un attentato che fallì. Morirono nella vendetta del dittatore nella Matanza de Corpus Cristi, dal nome della festività religiosa che si festeggia il giorno in cui furono trucidati durante la cosiddetta Operación Albania (15 e 16 giugno 1987).
Migliaia, milioni di persone negli anni Settanta scesero in piazza prima a sostegno di Allende, poi contro Pinochet. Gli esuli cantavano El pueblo unido jamas serà vencido, e con loro migliaia. Milioni.
victimas_operacion_albania.jpgOra più nessuno. Quel nome urlato nel ricordo eroico da migliaia e milioni, il nome di José Valenzuela Levy, nome di battaglia comandante Ernesto, che organizzò e diresse nel 1986, a soli vent’otto anni, il fallito attentato contro il dittatore Pinochet è ora oblio. Per migliaia. Milioni.
Chi era? Famiglia di origini italiane emigrata in Sud America per scampare alle leggi razziali. Lo apprendiamo da un’altra figura maschile della famiglia, interpretata nella pièce da Elio de Capitani in contributi video (bella la regia video di Paolo Turro). Una diaspora che è nel destino della famiglia, e di cui lascia memoria Laura Forti, scrittrice e regista fiorentina, cugina di José, detto Pepo. Per scoprire che Pepo e il comandante Ernesto fossero la stessa persona, Laura ha dovuto affrontare un lungo viaggio nella storia della sua famiglia, ricavandone il romanzo Camminare sulle dita, cui è seguita la scrittura de L’acrobata, di cui Cristina Crippa ha voluto fortemente la declinazione teatrale. E’ lei, in scena, la madre di comandante Ernesto, e la nonna del giovane a cui si rivolgerà in un epistolario struggente, per raccontargli chi era quel padre che non aveva mai conosciuto. Le sue lotte in tutto il sud America, in Nicaragua, prima di tentare il golpe per uccidere il dittatore che aveva soffocato sotto la sua dittatura il Cile, dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973.

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Pepo e suo figlio sono interpretati da Alessandro Bruni Ocaña. Lo spettacolo, di cui De Capitani firma la regia, è intenso. Come il recente Afghanistan, ma in modo più misurato e poetico, utilizza una multimedialità narrativa che intervalla il recitato, ponendola in dialogo con il tessuto drammaturgico, di cui è parte integrante. I due attori, nei personaggi di madre/nonna, figlio/nipote, in scena danno vita ad una performance di grande calibro, in cui emerge tutta la fatica della memoria, del dialogo fra generazioni, fra silenzi e dolori. La Crippa è in una delle sue migliori recenti interpretazioni e Bruni Ocaña, bilingue per famiglia, dona al personaggio la molteplicità delle sue origini, la pluralità delle forme di pensiero, interpretando bene un figlio che di suo padre non ha conosciuto e vuole per taluni versi tenere lontano il peso emotivo. Conoscere o non conoscere? Questo è il problema di questo giovane nel passaggio attraverso il senso di appartenenza alla famiglia, alle sue storie, alla Storia. Questi sono i suoi conflitti interiori, che L’acrobata racconta bene, con un tono forse nostalgico di un’epoca in cui alle lotte e al pueblo unido si credeva davvero. E oggi? Qui? Ora?

José Valenzuela Levy, nome di battaglia comandante Ernesto, organizzò e diresse nel 1986 il fallito attentato contro il dittatore Pinochet, che si vendicò, dopo  torture e delazioni, con la Matanza del Corpus Christi, l’uccisione di dodici membri del commando, sette dei quali assassinati con un colpo alla nuca in una casa abbandonata dove poi fu inscenato un enfrentamiento, un conflitto a fuoco, ad uso del mass media.
acrobata.jpg

L’ACROBATA
di Laura Forti
uno spettacolo di Elio De Capitani
con Cristina Crippa e Alessandro Bruni Ocaña
e Elio De Capitani in video
regia video di Paolo Turro
suono Giuseppe Marzoli
luci Nando Frigerio
assistente alla regia Alessandro Frigerio
assistente scene e costumi Roberta Monopoli
produzione Teatro dell’Elfo
con il patrocinio istituzionale dell’Ambasciata del Cile in Italia – Ministero delle Relazioni Estere
prima nazionale



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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