All’Eliseo dei LACCI che stringono poco

MARCO BALDARI | LACCI di Domenico Starnone tratto da un suo omonimo romanzo del 2014, ci racconta la storia di una famiglia alle prese con un tradimento.

Protagonisti dello spettacolo sono una coppia di coniugi sposati presto, forse troppo. Agli inizi degli anni ’70 la loro vita a Napoli sembra scorrere tranquilla. Concepiscono due figli, hanno una bella casa e vivono la più classica dell’esistenza. Tutto questo fino a quando lui (Silvio Orlando) viene trasferito per lavoro a Roma. Qui scoperta la libertà dai vincoli familiari, trova in una ragazza di diciannove anni un nuovo amore.

Questa nuova realtà fa sì che l’uomo rimetta tutto in discussione. Lascia la moglie. Abbandona i figli. Sparisce completamente dalle loro vite.

Ma i sensi di colpa, dopo quasi quattro anni, tornano a farsi sentire sulle spalle del traditore.

La moglie (Vanessa Scalera) non ha mai smesso di cercarlo, tempestandolo di lettere cariche di astio e rabbia, e i figli (Maria Laura Rondanini e Sergio Romano) quelle rare volte che lo vedono, sono ancora carichi d’amore per questo padre fuggitivo.

Saranno proprio i figli, a ristringere quei lacci e a riunire la famiglia.

Il tempo scorre, la coppia è di nuovo insieme, e i figli cresciuti. Ma le macerie di quel tradimento sono ancora ben visibili. Un furto in casa farà riemergere tutti i segreti, i dissidi e i rancori sopiti per anni.

Lacci affronta un tema assai caro al mondo dell’arte, quello del decadimento della famiglia borghese.

La regia affidata a Armando Pugliese è praticamente invisibile. La scena è lasciata in mano alle prove attoriali, soprattutto quelle di Silvio Orlando e Roberto Nobile. La scenografia è imponente e assai opulenta. Ricostruita in maniere fedele una camera da pranzo di un tipico appartamento borghese, dove predomina il bianco e le crepe sui muri. Il pavimento della stanza è cosparso dei “cocci” lasciati dalla rapina appena avvenuta. Tutti questi richiami sono evidenti riferimenti ai disastri familiari che stanno per esplodere in quella casa. Ma il risultato è oltre misura didascalico e tradizionale. La musica serve solo da raccordo per le varie scenette che animano lo spettacolo. Lascia infine, un po’ interdetti la scelta di microfonare gli attori. Questo più che amplificare le voci, le distorce, creando accenti molto particolari e frasi completamente incomprensibili.

L’opera di Starnone cerca di analizzare quella perdita di valori ormai palese agli occhi di tutti, anche in quel contesto che sembrava immacolato, la famiglia. Ma lo spettacolo, forse, non riesce a centrare in pieno l’obiettivo. La drammaturgia, avvitandosi non di rado su cliché, finisce per generare un esito al di sotto delle possibilità che la materia avrebbe consentito.

Il tema è stato ampiamente trattato in teatro: basti pensare che quasi un secolo fa Ibsen scriveva “Casa di bambola”. Da allora le drammaturgie più o meno ironiche sul tema sono infinite. Ma anche al cinema non mancano le analisi sul contesto familiare deflagrato: ci viene in mente quell’affondo puntuale e perfido che fu “Festen” di Thomas Vinterberg. Nemmeno nel panorama attuale mancano voci originali sull’argomento. All’India è appena passato “Geppetto e Geppetto”, che pur partendo da un assunto diverso, l’adozione per le coppie gay, e senza essere un capolavoro, parla di come sia difficile la famiglia, spesso regolata da leggi ciniche. Spicca di quello, nel confronto con l’allestimento oggetto di questa riflessione, una drammaturgia fresca e sfidante (premio UBU 2016) portata avanti con una scenografia ridotta all’osso: un tavolo di legno e quattro sedie. Dunque sorprende come l’ampia disponibilità di mezzi abbia poi condotto ad un’analisi così intimamente superata dai tempi.

Il cambiamento nel sistema dei valori ed il rimettere in discussione le certezze sociali sono argomenti cari alla generazione che visse un’epoca di grandi conquiste e cambiamenti come fu il ’68. Starnone e Orlando, figli di quei tempi, sono un sodalizio ormai ben affiatato e che ha regalato anche prove egregie su questi temi, ma in questo caso il loro messaggio risulta troppo debole. In quegli anni riuscì in poco meno di sette minuti a centrare perfettamente questi punti la coppia Giorgio Gaber e Sandro Luporini, con quel pezzo ricco di acume e lungimiranza che è “Il dilemma”.(https://www.youtube.com/watch?v=0KG8XGtZd-o)

Lo spettacolo, quindi, riecheggia di corde già a lungo vibrate in allestimenti e drammaturgie anche recenti, ma lo fa in maniera troppo rassicurante e senza risultare moderno, ed anzi avvalorando piuttosto che rendendo scomoda quella fruizione teatrale di tipo marcatamente borghese.

LACCI 

di  Domenico Starnone

Interpreti Silvio Orlando, Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Nobile, Maria Laura Rondanini, Vanessa Scalera, Matteo Lucchini

Scene Roberto Crea

Costumi Silvia Polidori

Musiche Stefano Mainetti

Luci Gaetano La Mela

Regia Armando Pugliese

 Teatro Eliseo 30/01/2018



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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