La classe operaia ha solo cambiato nome (forse), ma l’inferno è uguale. Ne parliamo a teatro?

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disegni realizzati dal vivo durante lo spettacolo da Renzo Francabandera

RENZO FRANCABANDERA | La classe operaia va in Paradiso. Una pellicola il cui solo nome fa un’epoca.
La leggenda vuole che l’idea del remake per il teatro della sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro sia venuta a Lino Guanciale, attore divenuto noto al grande pubblico per la presenza nella serialità televisiva e nel recente cinema italiano, ma che collabora con il regista Claudio Longhi dal 2002, quando era poco più che ventenne. Da allora non ha mai smesso, fra una ripresa e l’altra, di calcare con una dedizione ideologica anche i palcoscenici, diventando una delle colonne portanti della progettualità teatrale di Longhi, da poco anche direttore artistico di ERT Emilia Romagna Teatro (che produce lo spettacolo).
Fatto sta che l’idea, di un paio di anni fa, piacque subito ma, invece che fare un remake del film tal quale, se ne affidò la riscrittura a Paolo Di Paolo che, pur non essendo un accanito scrittore per la scena, ha dato all’operazione un contributo letterario con spunti interessanti.
L’impresa già nelle intenzioni ha un’ovvia dimensione epica. Si trattava di fare un tuffo temporale nell’epopea dalla classe operaia di cui fu interprete Volontè nel 1971, che doveva però dialogare anche con un oggi che nega l’esistenza della categoria stessa di classe (figuriamoci operaia…); quello stesso oggi che si trova alle prese con il datore di lavoro non meno controllore, e anzi ancor più feroce, se pensiamo ai braccialetti e al controllo remoto delle macchine; è cambiato solo il modo con cui il capitale ha sviluppato il sistema della produzione, passato dalla catena fordista a quella informatico-digitale.
Ma che ne sapeva Di Paolo (che ambienta il lavoro dentro il magazzino di un operatore del commercio/logistica globale, tipo Amazon appunto) che il giorno del debutto davvero saltava fuori la storia dei braccialetti elettronici! Incredibile, ma si sa, la realtà spesso supera l’arte e l’immaginazione.

Che allestimento ci si trova davanti: uno spazio scenico sostanzialmente vuoto, spesso definito dalle belle luci di Vincenzo Bonaffini, su cui due pedane-nastri trasportatori si adattano a diventare di volta in volta fabbrica e luogo della vita privata del protagonista, Lulù Massa (un assai generoso Lino Guanciale), operaio stakanovista che crede nel mito del guadagno con il lavoro a cottimo. Massa si prende gioco dei colleghi dai ritmi blandi (Lavorare con lentezza cantava in quegli anni Enzo Del Re), mentre fuori infuria il conflitto, urlato dai megafoni, fra studenti (Eugenio Papalia) e sindacalisti (Simone Tangolo, ottimo anche come cantastorie brechtiano), mentre il cronometrista (Simone Francia) cerca di imporre nuovi ritmi alla produzione.
L’operaio-antieroe ovviamente non ha amici e divide la sua mascolinità, invero floscetta, fra la moglie e l’amante (le brave Diana Manea e Donatella Allegro). Entrambe incarnano figure che verranno declinate in tono ulteriormente grottesco nello stesso anno da Paolo Villaggio, che le cristallizzerà in figure archetipiche con la sfioritissima Pina e la frizzante signorina Silvani.

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Militina, la coscienza critica della classe operaia, nel film interpretato da Salvo Randone, viene invece affidato a Franca Penone.
Su quell’immaginario anni Settanta anche cinematografico lavora il mai banale Gianluca Sbicca per i costumi (suoi anche quelli stupendi del Freud al Piccolo Teatro), evocativi ma flessibili al punto giusto da permettere a molti interpreti cambi di pesonaggio alla velocità di Superman nella cabina del telefono.
Gli altri interpreti sono Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri, nei panni rispettivamente di Elio Petri e Ugo Pirro, in un tentativo di raccontare, oltre che l’opera, anche quello che portò a crearla, portando in scena come personaggi i suoi ideatori: in onestà una trovata drammaturgica che intervalla la trama principale ma che funziona solo in questa logica di frazionamento delle sequenze, restando un po’ avulsa dalla vicenda comico-tragica del super-operaio che finirà licenziato dopo un infortunio.
Filippo Zattini è in scena ed esegue anche le musiche dal vivo. Deve combattere con l’opera di Morricone, che scrisse per il film di Petri una colonna sonora dal sapore orchestral-industriale. Qui alcuni temi del maestro vengono citati, ma si guarda altrove, addirittura alle Stagioni di Vivaldi, per una composizione di archi, tastiera e campionatore digitale, nel complesso riuscita.
Longhi sviluppa una regia che si ferma sempre prima di emozionare, brechtiana ma anche intimamente legata alle influenze intellettuali di Sanguineti. La platea viene invasa spesso e volentieri, la quarta parete montata e smontata, le luci in platea accese e spente.
img_9880“Compagni! Compagni!” gridano i megafoni di qua e di là fra il pubblico, che all’inizio ride di cose “vecchie” e alla fine capisce di essere ancora dentro la fregatura del sistema di produzione così selvaggiamente ma lucidamente descritto da Chaplin in Tempi Moderni, ed è “costretto” ad applaudire, riflesso con le sue nuove insicurezze da questo specchio amabilmente feroce.
E si, perchè la classe operaia di Longhi e Di Paolo è un’operazione che ti frega. Inizia allegra, eccessiva, scanzonata, grottesca, creando distanza quasi fantozziana fra platea e scena. Ma poi pian pianino si avvicina, si avvicina… E alla fine, pur con un suo sapore semplice e di fatto tradizionale sia nella regia che nella recitazione, porta il pubblico a considerazioni politiche rare a teatro.
Ed è questa la parolaccia che tronfia la compagnia sbandiera senza esitazione: politica.
E a giusta ragione. Perchè questo spettacolo è politico in senso alto, e lo fa senza fingere e nascondersi.
E’ un’operazione che vuol riportare il teatro a discutere del suo tempo, con un flash back che fin dall’inizio viene evocato, con una video proiezione che riporta al 1971. Poi la scena si apre e siamo nel capannone stile-Amazon di oggi; certo, c’è il nastro trasportatore e le macchine degli anni 70, le foto proiettate della Milano di quegli anni. La moglie che reclama il visone perchè se lo merita. Ma il cantastorie Tangolo quando canta Il tarlo (bellissima canzone dall’LP Cantacronache 3 di Fausto Amodei), si rivolge sfacciatamente al pubblico di oggi. Lo guarda in faccia. E fa capire che è la storia di Massa, si, ma anche nostra. E che finito il drive-in e lo champagne di fine secolo, in questo ventunesimo da ridere ci sarà proprio poco.
Nella complessità di quasi tre ore di recitato, di cose un po’ eccessive o didascaliche ce ne sono, certo. Volute. E d’altronde erano anche le accuse mosse al film di Petri, perfino dalla critica di sinistra (dal Manifesto a Fofi).
Ma c’è anche una generosità ed una sferzante ironia, quella che, ad esempio, porta Guanciale in ginocchio davanti alla TV a leccarla, espiando il rapporto con la prosperosa matrigna che allatta e avvelena.
img_9851Oltre che del film, di Petri si respirano altre opere, come tracce ci sono della satira sociale alla Fantozzi ma, nei momenti feroci, la condizione del disagio del lavoro sfruttato si sente, eccome. E contando che persino Guanciale (che invero porta in eredità un numeroso pubblico desideroso di vedere in scena il divo dello schermo) è protagonista ma non primadonna, e che l’allestimento restituisce una coralità che racconta a suo modo anche la società e i rapporti di forza e debolezza in cui viviamo, beh, l’operazione ha una sua robustezza non banale.
Per molte ragioni, sia di drammaturgia che di allestimento, non è il “mio genere” di teatro, potrei dire con riferimento al gusto soggettivo, ma sarei ingeneroso a non testimoniare la forza di questa operazione collettiva e i diversi momenti acri di una messa in scena che ha più di un perchè. E quindi ne suggerisco la visione.

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

liberamente tratto dal film di Elio Petri
sceneggiatura Elio Petri e Ugo Pirro
di Paolo Di Paolo
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Vincenzo Bonaffini
video Riccardo Frati
musiche e arrangiamenti Filippo Zattini
regista assistente Giacomo Pedini
assistente alla regia volontario Daniel Vincenzo Papa De Dios
con Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini

direttore tecnico Robert John Resteghini
direttore di scena Gioacchino Gramolini
macchinisti Marco Fieni, Riccardo Betti
capo elettricista Tommaso Checcucci
fonico e tecnico video Alberto Tranchida
sarta Eleonora Terzi
amministratrice di compagnia Yumi Suzuki
scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Marco Fieni (costruzioni in ferro), Sergio Puzzo, Riccardo Betti
scenografo decoratore Lucia Bramati
costumi confezionati da Bàste sartoria
grafica AMS Lab
si ringraziano per i materiali di studio e iconografici Fondazione Cineteca di Bologna, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, Fondazione MAST
si ringrazia Paola Pegoraro Petri
si ringrazia Aglaia Pappas per la presenza in audio
si ringrazia il Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo
si ringrazia il Centro Storico Fiat
produzione EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE

Durata: 2 ore e 30 minuti più intervallo

foto di scena Giuseppe Distefano



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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  1. La classe operaia va in paradiso - le recensioni dello spettacolo teatrale - Lino Guanciale

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