La ragione degli altri: quella del teatro secondo Tato Russo

ANTONELLA D’ARCO | “Via la letteratura, via la geometria; il teatro è passione, è vita vera!” Tato Russo, vestendo gli abiti di un regista alle prese con la sua compagnia, durante una prova teatrale, impone questo diktat ai suoi attori. È il primo insegnamento-comando che il personaggio, un capocomico pungente, severo, dedito ai vizi, smemorato e beffardo, impartisce ai suoi; i suoi compagni di scena che ridono di lui in sua assenza, e che lui, con grande ironia, spietatamente schietta e talvolta velenosa, bistratta. Gioca col suo ruolo e con la sua autorità, per davvero e nella finzione, quella metateatrale in cui ha calato La ragione degli altri, opera di Luigi Pirandello, con la quale è in scena, fino a domenica 11 febbraio, sul palco di quello che fu il suo teatro, il Bellini di Napoli, ora sotto la guida dei figli Roberta, Gabriele e Daniele.

La prima commedia pirandelliana in tre atti e in lingua italiana, scritta nel 1895 e rappresentata per la prima volta col titolo Se non così, poi mutato nel definitivo La ragione degli altri, è trasfigurata da Tato Russo nella messinscena della prova dello spettacolo.

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Foto di Tommaso Le Pera

La vicenda racconta di Livia, moglie di Leonardo Arciani, un giornalista con la velleità di diventar scrittore,costretta ad affrontare il tradimento del marito con Elena Orgera, sua fidanzata in gioventù. A mettere la donna, che fino a quel momento aveva tacitamente sopportato il torto, di fronte alla realtà dei fatti è il padre Guglielmo Groa, il quale ignora che dalla relazione extra-coniugale del genero sia intanto nata una bambina. Guglielmo, il più reazionario dei personaggi creati da Pirandello, colui che vuol ripristinare l’ordine e difendere, solo di facciata, i valori della morale piccolo-borghese, è il forte elemento di rottura che genera in Livia il cambiamento. Non più vittima sofferente, chiusa nella passività di chi asseconda le ragioni degli altri senza prestare attenzione ai propri diritti, la donna diventa artefice del suo futuro dinanzi agli occhi di Leonardo; adesso è lei a calpestare il diritto di un’altra, quello di Elena a esser madre. E così, alla fine, per vendetta e per cieco desiderio di maternità, che la natura le ha negato, riesce a sottrarre la figlia all’amante del marito, con l’accattivante proposta di assicurarle una vita più agiata di quanto la madre naturale potrebbe offrile.

Come il personaggio di Guglielmo Groa è la figura dalla quale scaturisce l’evoluzione della commedia, così il personaggio del regista è la figura centrale attorno alla quale si riunisce la compagnia. Entrambe le parti, interpretate da Tato Russo per la comune natura dei ruoli a cui è affidato il compito di far emergere la verità, anche se sotto continue e celate bugie teatrali, sono funzionali nel disegnare la simmetria della visione registica. Da un lato la finzione della prova dello spettacolo, dove manifesta è l’intenzione di mostrare la vita in teatro con una buona dose di autoironia sui difetti e le manie di chi fa questo mestiere, dall’altro la messinscena della commedia, nella quale viene dato ampio respiro soprattutto alla questione che s’interroga circa il valore, diverso, attribuito e che ancora si attribuisce alla maternità e alla paternità. I due momenti viaggiano su un doppio binario che continuamente converge in un’unica traiettoria: riuscire a far valere le proprie ragioni su quelle degli altri.

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Foto di Tommaso Le Pera

Alla volontà di scarnificare il testo per raggiungere il sangue e le ossa dei personaggi, fa da cassa da risonanza quel basta “ragionamenti intorno al nulla”, basta “teoremi che parlano”, basta Pirandello e le richieste delle scuole che ancora costringono i teatri a rappresentarlo. Dissacranti sono le affermazioni del regista-personaggio-Tato Russo che, pur respingendo la scrittura cerebrale dell’autore di Girgenti, dissemina, però, questa sua ultima creazione di massime e di ragionamenti intorno all’arte e al lavoro del teatro.

Nel contrasto messo in piedi tra l’autore e il regista, trova spazio un altro conflitto, quello degli attori, che insorgono contro il maestro, rifiutando d’indossare delle maschere che coprono loro il viso. La rivoluzione delle maschere nude si sta compiendo nella loro trasformazione in “anime libere”. E libera è la corsa della bambina verso la parete di fondo, che scompare nel buio, lontano sia dalla madre che dal padre. Quei piccoli passi che fuggono stravolgono e riscrivono il finale della commedia, quasi a suggerire che quella libertà muove pure i passi di chiunque, ogni giorno, corre dietro alla sua di ragione, ignorando quella degli altri – la poca attenzione della politica e delle istituzioni, le difficoltà del lavoro in questo particolare momento storico –, secondo la quale altrimenti “ ‘Stu mestiere nun s po’ fa’ cchiù!”, come chiosa il regista-personaggio e l’artista Tato Russo, con lo sguardo appesantito dalla nostalgia. Ma anche stavolta la ragione del teatro s’impone, col suo rituale: gli applausi del pubblico, l’inchino degli attori, il sipario.

LA RAGIONE DEGLI ALTRI

da Luigi Pirandello

riscritto, diretto e interpretato da Tato Russo

con

Tato Russo, Renato De Rienzo, Massimo Sorrentino,

Armando De Ceccon, Giulia Gallone, Giorgia Guerra,

Francesco Ruotolo, Claudia Balsamo, Riccardo Citro, Carolina Scardella

scene Peppe Zarbo

costumi Giusi Giustino

musiche Zeno Craig

disegno luci Roger La Fontaine

produzione TTR il Teatro di Tato Russo

 

Teatro Bellini di Napoli, dal 2 all’11 febbraio

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