Favino si, Favino no: sventolando il bandierone e l’Italia è questa qua!

9788876054983_0_0_300_75.jpgRENZO FRANCABANDERA | E alla fine sbarca niente meno che a Sanremo. Certo ce n’è voluto di tempo, visto che stiamo parlando di una cosa di quarant’anni fa. Non proprio una novità, potremmo dire.
Ma ieri, ad un’ora dalla nomina del vincitore, la direzione artistica del Festival mette in programma un monologo di quattro minuti di Pierfrancesco Favino, tratto da La notte poco prima delle foreste, spettacolo per la regia di Lorenzo Gioielli che l’interprete ha da poco portato in scena a Roma dalla compagnia Gli Ipocriti (che lo aveva già proposto nel 2001).
Apriti cielo!
Certo, per un’audience abituata alle gag della Litizzetto, finire nelle fauci del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès e di alcuni dei passi de La nuit juste avant les forêts, suo atto unico di lucida preveggenza del ’77, è stato un bel salto. Koltès ha ventotto anni quando scrive il lungo monologo (che porta in scena al Festival di Avignone off con Yves Ferry). Innanzitutto sciogliamo l’equivoco del titolo dell’opera: La nuit juste avant les forêts è al plurale quindi è giusta la lectio “foreste” e non “foresta”. Quando fu tradotto per la prima volta in Italia da G. Grico per Gremese editore, magari suggestionati dall’assonanza con il più celebre dei romanzi di Celine, Viaggio al termine della notte, si preferì il singolare. Chissà. E così è rimasto per parecchio tempo e parecchi allestimenti.
Nella scrittura la parola riporta alla testualità introspettiva, al flusso di coscienza di Joyce: una singola frase che dura per una sessantina di pagine, senza punteggiatura o interruzione, una storia di emarginazione, incontri di periferia, pulsioni, rabbia del sentirsi estraneo.
Ne La notte poco prima delle foreste, parla un uomo e dice essere di un altrove che non viene mai specificato, ma che continua ad essere altrove anche nel qui e ora in cui si trova: è fuori posto, tanto che parlare è l’unica cosa che può continuare a fare in un esterno notte con pioggia. Parla ad un altro, a un uomo che non vediamo, che vede solo lui.
Esiste questo suo interlocutore?
27971834_10215830522585772_2065349817343229315_n.jpgFavino, nostro talentuoso interprete classe 1969 che negli ultimi anni ha avuto un ottimo successo fra televisione e cinema, senza però scordare mai il teatro da cui proviene, recita questo personaggio spaesato ed emarginato con accento arabo. Tanto basta per far partire i tweet di un ex vicepresidente del Senato della Repubblica, il destrorso Maurizio Gasparri, che prima ancora di aspettare di capire di che si parlasse, sentendo l’accento arabo in concomitanza con il picco di audience, trabocca e dà il via alle danze dei commenti, etichettando il tutto come “Penoso”.

All’indomani, al risveglio, la comunità teatrale parte sulle ali del giubilo per l’interpretazione profonda e per l’autore sconosciuto portato in scena da Favino, uno di noi, insomma. Grandi condivisioni social del video. Finalmente Sanremo, il luogo mediatico del nazional popolare, dialoga con le arti e ospita, per poco certo, il grande teatro. L’occhio commosso di Favino ha smosso le masse.
Potenza del teatro!

Poi serpeggia qualche malumore, e l’area dura del teatro militante, quella degli amanti di Koltès al di là del bene e del male, certifica che cinque minuti a Sanremo non sono la misura per la grandezza di un interprete così borderline e di rottura. E l’occhio commosso di Favino di certo non smuove le masse.
Non è teatro!

Koltès in Italia lo conoscevano fino alle 22,45 di ieri sera in 1000, quasi tutti teatranti, e di questi forse metà non ha visto più di una rappresentazione integrale di suoi testi. Franco Quadri ha pubblicato l’autore con la Ubulibri, storica casa editrice fondata dal grande critico ora scomparso, i cui titoli sono fuori mercato.
Che in Italia quel testo dovesse avere una sua “dannazione” musicale lo testimonia il fatto che nell’allestimento del 2010 dello Stabile di Napoli, nella traduzione di Scarlini e poi diretto da Juan Diego Puerta Lopez, con l’interpretazione di Claudio Santamaria, c’era la musica originale composta da Giuliano Sangiorgi, leader dei Negroamaro. Questo l’ultimo allestimento con una certa eco. Neanche quello di Favino aveva creato clamore fino a ieri sera. Era l’operazione di una compagnia caparbia che, come tutti quelli che fino a ieri mettevano in scena Koltès, lo facevano per amor di teatro e di un autore duro, bastardo, cattivo, a tratti impossibile da recitare, a tratti struggente fino all’indicibile.
Certo Gasparri non aveva twittato quando Renzo Martinelli, regista milanese e responsabile artistico di Teatro i con Francesca Garolla, ha portato in scena, tra l’altro di recente, Lotta di negro e cani, come fatto anche anni fa da Teatrino Giullare in un coraggioso e stranissimo allestimento dei loro, con maschere e scenografia e teatrino/contenitore.

Già da queste poche righe si capisce che stiamo parlando, per Koltès, di un teatro per pochi intimi, nomi certo sconosciuti all’ampio pubblico, nulla a che vedere con la decina di milioni di spettatori e passa che ieri sera attendevano l’incoronazione del vincitore del festival.

Certo la lunga interminabile frase del protagonista del monologo, fatta di ripetizioni e ossessioni che lo seguono nel cammino immaginario attraverso la città, nella notte sotto la pioggia che non si arresta mai, non è possibile apprezzarla in quattro minuti fra Fiorello e la Mannoia.
E i quattro minuti scelti, pur ben recitati, con inflessione da migrante nordafricano, danno al testo un sapore assai parziale che ne concentra il fuoco sulla tematica specifica della cittadinanza.
Di certo una scelta che alla luce dei recenti fatti italiani legati al tema del razzismo, da Macerata in avanti, ha comunque una portata a suo modo coraggiosa, un prendere parte non didascalico o di schieramento esplicito, una novità rispetto alla satira in salsa nostrana che ha infarcito l’intrattenimento televisivo recente, Sanremo compreso, da Crozza a Littizzetto.
hqdefault.jpgDovessimo quindi misurare in un ideale sistema vettoriale, sull’asse delle ascisse con quanta arte l’oggetto della drammaturgia è stato reso e su quello delle ordinate quanto sia importante questo tema, ci troveremmo nella stessa miserabile condizione degli studenti del testo di Dr. J. Evans Pritchard, Ph.D. ne L’attimo fuggente.
Come pure, pensassimo che i quattro minuti e l’occhio inumidito di Favino nella sentita performance, abbiano smosso il cuore e la pancia profonda di un’Italia sempre più insicura, sarebbe ridicolo.
Sono le illusioni dei teatranti, quelli che pensavano di fermare le guerre andando per le strade e gridando con gli attori del Living “Not in my name”.

Ora, detto che la miserevole condizione del lavoro è dovuta al salto tecnologico che ne ha ridotto enormemente i numeri per le fasce più vulnerabili della popolazione (quella che può essere facilmente sostituita dalle macchine), e che l’inquinamento e gli stravolgimenti climatici stanno portando a migrazioni dovute alla desertificazione, di cui si parla da ben prima che Koltès scrivesse il suo testo del ’77, è chiaro che il tema tanto caro a Gasparri e all’elettorato di area è stato il motivo della scelta di portare quel testo in quei 4 minuti in scena.
Quei 4 minuti ci sono stati perché a presentare il festival era fra gli altri Favino, che sta interpretando quel testo a teatro, altrimenti sarebbe andata in scena l’ennesima parodia a sfondo sessuale della Littizzetto o l’ennesimo Crozza imitatore o Panariello per la variante pop-toscana.
Quei 4 minuti ci sono stati perché qualcuno si è preso la responsabilità artistica e verrebbe da dire politica, di proporre quel frammento, non solo come emblema della bravura dell’interprete, ma con ogni probabilità anche con riferimento al tema che quei pochi minuti avrebbero potuto lasciar desumere, penosi o meno che li si ritenesse.
Ha questo a che fare con la messa in scena di Koltès in senso ampio? Con il rigore di un approccio teatrale per come lo intenderebbero gli addetti ai lavori?
fetival-sanremo-dulbecco-gorbaciov.jpgAndando oltre l’abilità dell’interprete di arrivare ad uno stato emotivo pur profondo, la proposta di quel testo non aveva secondo me nessuna altra pretesa se non quella di comunicare, come sempre fatto nelle grandi kermesse televisive, tematiche diverse, più ampie. Sanremo ha avuto più o meno sempre questa vocazione, basti ricordare l’edizione di alcuni anni fa con Dulbecco e Gorbaciov sul palco.
Si decidevano in quel consesso i destini del mondo o della scienza? Ovviamente no, come certamente non si spiega Koltès al popolo che non vede l’ora di sapere chi ha vinto.
E’ lecito portare un estratto di un testo di quel genere in una trasmissione come quella?
Se di quella proposta e del suo contenitore si esalta il contenuto di intrattenimento, evidentemente saranno contenti quelli che sostengono che una goccia sia sempre meglio del nulla. E storceranno il naso i puristi del teatro, quelli che “O si fa come si deve o altrimenti è una vergogna”.
Se invece si esalta il contenuto più artistico, è evidente che quel contenitore risulta inadatto a quel genere di offerta, ancorché generosa.
Questo tipo di dilemmi mette sempre a confronto gli spettatori numerosi e inconsapevoli con il minor numero di quelli che con passione filologica seguono il pensiero del drammaturgo o dell’artista di turno, offerto in pasto alla multimedialità di più largo consumo, quindi nella sua volgarizzazione, una metafora della blasfemia culturale a cui il paese è giunto.
Detto tuttavia che nessuno può neanche al contrario porre una censura su proposte di questo genere, ancorché non condivise, secondo la mia personale opinione l’unico errore da non fare è ritenere che questo genere di iniziative davvero smuova preconcetti e subcultura razzista, per eradicare i quali non servono 4 minuti di Sanremo (e siamo sicuri Favino condivida) ma anni e anni di teatro a Scampia, a Palermo, in provincia di Treviso e Pordenone, nei dopolavori di Vicenza e Brescia, nelle biblioteche, nelle scuole ogni giorno.
In quell’oltre su cui invece siamo sempre molto distratti.

Info paneacqua culture

Comments

  1. Rina Iacobellis says:

    Questa condizione umana messa i scena:la prima nel ’77 e l’ultima a Sanremo a parer mio non e’razzistica o storica ecc ecc…e’ una condizione provocata dal potere che spinge l’uomo di turno a soffrire….perché si è fuori da un giro “privilegiato ” creato da ogni contesto giusto o ingiusto che sia!

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