Il coraggio di Grazia Deledda secondo Michela Murgia

1709219655LAURA NOVELLI | Apprezzata autrice di libri quali Il mondo deve sapere, Viaggio in Sardegna, Accabadora (Premio Campiello 2010) e Ave Mary, Michela Murgia ha debuttato a teatro come attrice in un ruolo e in un lavoro che la vede al centro di un gioco di specchi identitari dove il suo essere sarda, donna e intellettuale impegnata si sovrappone con naturale spontaneità all’essere sarda, donna e intellettuale impegnata di Grazia Deledda. Ma cadremmo in inganno se pensassimo che questo Quasi Grazia, ispirato all’omonimo romanzo di Marcello Fois e diretto da Veronica Cruciani, voglia essere un semplice ritratto biografico della scrittrice Premio Nobel. Perché, a ben vedere e proprio grazie alla presenza della Murgia, la pièce racconta una condizione femminile animata da straordinario coraggio, da una lucida consapevolezza personale e civile, da un tumultuoso desiderio di emancipazione e libertà, da una forza di pensiero e di azione che forse è stata troppo presto dimenticata.

E racconta, tanto meglio, la fatica di cui si fa carico chi – come la Deledda – ha vissuto la propria giovinezza (e l’intera esistenza) “guerreggiando” con la famiglia, con gli affetti, con l’educazione ricevuta, con la società, con le convenzioni imperanti, con i pregiudizi più caparbi, con la diffidenza dimostratale da tanti. In questo, oltre che nella sua scrittura sempre in bilico tra denuncia concreta e astrazione simbolica, ritratto mitico/arcaico e sentimenti decadenti, sta la sua emblematica modernità. Motivo per cui l’interessante lavoro prodotto da Sardegna Teatro (e visto al Teatro India di Roma) sceglie di far combaciare la fisionomia dell’interprete con quella del personaggio e punta anche su una drammaturgia continuamente sospesa tra narrazione ed immedesimazione, distacco epico e totale adesione ai fatti portati in scena. Fatti che rappresentano alcuni episodi della vita dell’autrice nuorese – la definitiva partenza per Roma a ventinove anni, la fervida attività capitolina sostenuta dall’amore del marito, le pacate reazioni alla miopia dei suoi detrattori, la consegna del Premio Nobel nel 1926, la malattia che la porterà alla morte dieci anni dopo – ma che soprattutto si offrono qui a continui slittamenti onirici, surreali, visionari capaci di rompere, insieme con i numerosi intarsi sonori curati da Francesco Medda Arrogalla, l’apparente didascalismo dei vari quadri. Questa stoffa “antirealistica”, puntellata di ombre, fantasmi, maschere nere, molto ha a che fare con l’immaginario letterario della Deledda (in particolare quello rintracciabile nelle sue novelle) e molto ha a che fare pure con la tradizione popolare sarda: un crocevia di rimandi a quel “realismo magico” che è senza dubbio la cifra più originale della sua opera.

1709213138Lo spettacolo si apre con una parentesi letteraria: Michela Murgia, abito giallo acceso e capelli raccolti, siede su una poltrona al lato della scena e legge alcune pagine del romanzo di Fois. Sono pagine di grande limpidezza che rievocano, in un serrato dialogo diretto, il conflitto tra la Deledda e la madre: tra la modernità aperta e fiduciosa della prima e la “saggia incomprensione” della seconda. Da questo ganglio di sofferenza intima e personale prende poi avvio la storia agita. Grazia ancora giovane è in partenza per il Continente. Nella cucina sobria e color sabbia ideata dalla scenografa Barbara Bassi (che immagina una serie di pannelli mobili facilmente spostabili a vista) esplode la rabbia e la delusione che accompagnano il suo addio a Nuoro, alla Sardegna, alla famiglia. Ed è ovviamente proprio l’anziana madre, egregiamente interpretata da Lia Careddu, l’antagonista più acerrima. Insieme con lei, il fratello Andrea (Valentino Mannias, impegnato anche in altri due ruoli) e tutti quei lacci invisibili che la tengono stretta al suo presente e al suo passato.

Ma Grazia ha un’idea chiara del futuro: è già sposata con Palmiro Modesani (un funzionario del Ministero delle Finanze mantovano conosciuto a Cagliari che poi diventerà il suo agente letterario e che nella pièce viene interpretato da Marco Brinzi) ed è già sulla porta di casa con valige e bauli di libri. Poi la scena si sposta nell’abitazione romana della scrittrice, nell’hotel di Stoccolma dove ella alloggiò in occasione della conferimento del Nobel, e infine nella clinica dove le diagnosticarono il tumore che le fu fatale. Intorno ai personaggi realistici della pièce aleggiano poi nomi noti, intellettuali dell’epoca citati (Capuana, il padre del verismo, Pirandello, Ugo Ojetti) ma soprattutto, a popolare questo spazio biografico e mentale, ci pensano i sogni di Grazia, le figure della sua immaginazione, che la regista fa comparire spesso nella narrazione come epifanie momentanee e cupe: uno “spazio altro” dove la vita e la morte si incontrano armoniosamente. Il mondo dell’aldilà è vicino a quello dei vivi e il teatro trascolora ancora una volta in letteratura, intercettando una linea di tradizioni quasi folkloriche e religiose che si fa materia creativa e intima. Forse però questa alternanza di piani narrativi non sempre prende il volo. Non sempre è rinvigorita da un ritmo sostenuto e in alcuni passaggi lo spettacolo sembra poco compatto, ancora da collaudare bene.

1707054463_0Ciò malgrado si apprezza la bravura di tutti gli interpreti  e della stessa Murgia, davvero credibile nella sua sobrietà compassata ma carica di passione e slanci espressivi. Così come convince la bella prova della Careddu, attrice di lunga esperienza e anima pulsante  del Teatro di Sardegna, che restituisce un’immagine femminile forte e scevra da caratterizzazioni scontate. Anche il Modesani di Brinzi risulta molto efficace. A lui spetta ovviamente l’epilogo: quel ricordo dell’ultimo lavoro della Deledda, Cosima, quasi Grazia, romanzo autobiografico che apparirà postumo sulla rivista Nuova Antologia con il titolo Cosima. Dunque, il cerchio di questo omaggio umano e professionale si chiude. E viene voglia di leggere e rileggere le opere di questa scrittrice impavida che si è battuta per i diritti della donne e che ha saputo scoperchiare un mondo dove, tra Bene e Male, sensi di colpa e peccati da espiare (quasi un richiamo a Tolstoj), archetipi mitologici e slanci moderni, si gioca in fondo una partita che schiera in campo l’eterno conflitto tra Realtà e Finzione. E’ questo in definitiva il binomio che anima la struttura più solida di Quasi Grazia, riportandoci al cuore della Vita e al mistero stesso del Teatro.

QUASI GRAZIA

di Marcello Fois
con Michela Murgia nel ruolo di Grazia Deledda
Lia Careddu, Valentino Mannias, Marco Brinzi, Sohfolo Kone
regia Veronica Cruciani
assistente alla regia Lorenzo Terenzi

scene e costumi Barbara Bessi
assistente scene e costumi Laura Fantuzzo
abiti tradizionali Rita Cossu 
luci Gianni Staropoli – Loic  Hamelin
Direttore di scena Marco Moledda 
drammaturgia sonora Francesco Medda  Arrogalla
fonico Giorgia Mascia 
scene realizzate in collaborazione con LARISO – Nuoro

foto di scena Alessandro Cani
produzione Sardegna Teatro

Roma | Teatro India | 30 gennaio – 4 Febbraio 2018

Prossime date della tournée

Teatro Faraggiana | Novara | 4 Aprile 2018
Bassano del Grappa | Teatro Remondini | 16 Aprile 2018

Sinnai | Teatro Civico | 21 Aprile 2018
Torino | Teatro Astra | 10 Maggio 2018

 



Categorie:In evidenza, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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