Leggere tra righe e silenzi. Il testo di Pirozzi nel teatro di Civica

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Luca Zacchini disegnato da Renzo Francabandera

RENZO FRANCABANDERA E ELENA SCOLARI | ES: Immagina di rientrare a casa e trovare dietro la porta un ladro che ti minaccia con un coltello. Ti spaventeresti, certo. Ma immagina anche che questo ladro abbia l’aria più affranta che pericolosa, e che – poco dopo l’aggressione – ti dica che è stato lui ad averti rubato la borsa col computer all’Università (tu insegni letteratura) e poi ti racconti di avere la moglie in coma all’ospedale. Ti dice anche che nella borsa ha trovato il tuo taccuino, dove avevi scritto alcune poesie d’amore, anni fa, e che – trovandole bellissime – ha letto queste poesie alla moglie, notando in lei qualche reazione. E allora dài, professore, scrivine un’altra.
Così comincia Un quaderno per l’inverno, lo spettacolo di Massimiliano Civica (premio Ubu 2017 per la miglior regia), tratto dal testo di Armando Pirozzi, premio Ubu 2017 per il miglior nuovo testo italiano.
Un malintenzionato pieno di buone intenzioni, no?

RF: Proviamo a fare un ragionamento sul rapporto fra questi due artisti, partendo da questo lavoro. La collaborazione fra Pirozzi e Civica dura infatti da diversi anni. Da Attraverso il furore (2011), passando per Soprattutto l’anguria (2013) e poi con Altamente volatile (2015, per un saggio della Silvio D’Amico), praticamente con cadenza biennale Civica si affida al drammaturgo partenopeo per i suoi allestimenti. In generale penso che i due abbiano lo stesso sentimento rispetto al senso del teatro, che va cercato nell’angosciante vuoto e silenzio che passa fra una battuta e l’altra. Ci sono drammaturghi che riempiono la scena di parole, e registi che la riempiono di segni. Pirozzi e Civica lavorano sul vuoto. E questo carica di responsabilità e intensità il lavoro sugli attori.

ES: Non sembri banale piaggeria, come non lo è stata quella di Civica alla consegna degli Ubu, ma questo è uno spettacolo veramente fatto dagli attori, bravissimi, impeccabili, che occupano 50 minuti abitando due personaggi di cui ci mostrano le comuni insicurezze, le disillusioni e le ingenuità.
Alberto Astorri è un realista, un professore che non crede più all’amore, non è un poeta e anzi afferma che la poesia non serve a niente. Che non bisognerebbe proprio scriverla, la poesia. Un cinico? Solo in parte, altrimenti non aiuterebbe Nino, il ladro, non lo inviterebbe a restare da lui quanto vuole la sera in cui la moglie morirà. Astorri tiene un punto di recitazione preciso tra razionalità, insofferenza, disincanto e affetto. È qui più compassato del solito, più contenuto, ed è nella capacità di contenere più stati d’animo insieme, con la voce, con l’espressione, con l’atteggiamento, che sta la sua qualità di attore.
Luca Zacchini, già apprezzato negli spettacoli de Gli Omini, senza alcun eccesso riesce a essere buffo ma anche a farci sentire il suo proprio carattere: ruba ma mica è un insensibile. L’intreccio sembra governato dai gesti inaspettati di Nino ma lo spettacolo è in realtà un tandem in cui le pedalate sono sempre in collegamento, corona e catena, catena e corona, senza mai incepparsi.

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RF: Come in altre sue regie, Civica non nasconde il gioco della finzione scenica. Già nell’Alcesti, il suo celebre allestimento andato in scena nell’ex carcere delle murate a Firenze, una serie di segni erano proprio indirizzati a rivelare chiaramente che per il regista non esiste barriera fra naturalismo e antinaturalismo, fra verità e finzione: il teatro è sempre finzione così come è sempre verità. E paradossalmente questa verità va cercata negli spazi vuoti, negli interstizi silenziosi, nei vestimenti dei personaggi, nel loro cambiare indole e attitudine. In quei flash forward o flash back che poi nei fatti non cambiano la Storia, perché tutto è sempre tale e quale. Immutabile. Di quotidianità.

ES: La regia di Civica è sì al servizio del testo, indubbiamente, ma costruisce una calibratura di tempi, ritmi, pause, movimenti, misurata al millimetro, pur senza apparire mai artificiosa. Pensa ad Astorri che si mette a posto il cordino degli occhiali prima di inforcarli, a come Zacchini lancia già dal tavolo un minuscolo pezzetto di arancia, alla sua mano/serratura…
Nel sacchetto bianco che il professore ha con sé quando rientra a casa ci sono delle arance, si fa la spremuta tutti i giorni. E per dare al coltello che Nino impugna un utilizzo meno intimidatorio, gliele fa tagliare, per spremerle, una a una, aranciata per tutto il palazzo. Una scena lunga (nell’economia dei 50 minuti totali), assurda, ridicola, di una stranezza intelligente, che riporta un gesto banale a una confidenza tra due uomini che, a sorpresa, parlano della vita: di ciò che conta, di come hanno cercato di fermare il tempo per un attimo, credendo che si potesse fare, per quell’attimo. Un desiderio che alberga nelle illusioni di tutti noi.

RF: Per gusto personale, ho sentito arrivarmi con più forza la cinica ironia del rapporto fra i due personaggi. Quell’ironia amara che resta dal mio punto di vista la parte più alta della scrittura di Pirozzi, che sembra risolvere non di rado la forma del dialogo; sono spesso personaggi dall’indole ferma, la cui caratteristica psicologica dovrebbe evolvere nella relazione con l’altro, ma…
In realtà come in Soprattutto l’anguria, anche qui la parola dovrebbe salvare dalla morte, ma non riesce, dovrebbe aiutare le persone a comprendersi, ma non riesce. Uno fa pressione, l’altro resiste. Uno vuole armarsi o è armato di parola, l’altro tace, non riesce a dire.

La parola comunque non salva, non guarisce. Al più consola, si rivela speranzoso germoglio per il futuro; più spesso è un appendiabiti per uomini nudi. Quasi inutile. Tanto da annullare spazio e tempo, appunto.
Non è un teatro nichilista né quello di Pirozzi né quello di Civica, sia chiaro, ma è un teatro che ha un profondo retrogusto neoespressionista che vuole limitare a pochi tratti le pennellate, giusto quelle che servono a definire i caratteri e le situazioni, lasciando poi al pubblico il compito di completare l’immagine di senso. Ma che vuol dire neoespressionista in un mondo in cui le solitudini si assomigliano tutte così tanto fra loro, in cui gli esseri umani condividono una crescente misantropia? I personaggi di Pirozzi sono individui soli, che tali restano anche dopo essersi incontrati. E che sviluppano nel relazionarsi una fievolissima fiammella umana. Che talvolta può rischiarare dal buio.
Se poi questa fiammella abbia un senso al giorno d’oggi lo si lascia come interrogativo al pubblico.

ES: la fiammella arde nella poesiola del figlio di Nino, il giovane a cui è lasciato il finale e la risata di chiusura. In platea alcuni spettatori sono rimasti sorpresi e forse anche un po’ delusi dalla breve durata dello spettacolo, io trovo invece che la sensazione che lascia sia quella giusta: un testo il cui senso sta nel suo essere uno stralcio, un’incursione fugace in due vite di cui però immaginiamo il prima e il dopo.
Le pagine di quel piccolo quaderno sono quelle di un teatro non roboante, che prova a scrivere degli uomini, con spirito, saltando qualche riga perché lì c’è lo spazio dei desideri.

UN QUADERNO PER L’INVERNO
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Alberto Astorri, Luca Zacchini
costumi Daniela Salernitano
scene Luca Baldini
luci Roberto Innocenti

Produzione Teatro Metastasio di Prato
con il sostegno di Armunia Centro di residenze artistiche Castiglioncello
di Armando Pirozzi

Premio Ubu 2017 Miglior Regia
Premio Ubu 2017 Miglior nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica

Teatro Sala Fontana di Milano, 8 febbraio 2018



Categorie:Novità, Pensieri oscenici, Poesia, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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