Fra xenofobia culturale e briciole ai giovani nel nuovo FUS, in Italia la frittata è fatta

RENZO FRANCABANDERA | “Più tempo passa un cuore senza battere, più difficile è farlo rivivere”. Sicuramente non siamo gli unici in Europa a vivere le complicazioni di un momento della Storia in cui le risorse pubbliche sono un punto critico nel rapporto con l’arte e lo spettacolo in particolare, se è vero che qualche giorno fa la Agrupación Señor Serrano è uscita fuori con una provocazione in cui il collettivo fingeva di essere diventato assegnatario della direzione del Teatre Nacional de Catalunya.

A fronte di questa presunta assegnazione (trovate in fondo a questo articolo la nota del collettivo) la Agrupación proclama il suo rivoluzionario programma di centro culturale irradiante, di soggetto d’arte che torna a pulsare, in un sistema che immaginiamo paludato e al collasso (nella vivace Barcellona, figuriamoci): parità di opportunità fra vecchie e nuove generazioni, sistemi di avvicendamento e ricambio, ripensamento del luogo teatro come spazio aperto alla città, abbattimento delle aree di privilegio.
Cose che nel sistema Italia abbiamo già superato da tempo…

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Disegno di Renzo Francabandera   Acrilico su carta stampata

Nel marasma della campagna elettorale più triste e inutile della storia repubblicana, che avrà come esito una nazione bloccata e incapace di governarsi, più che le provocazioni di qualche politicante sulla campagna di incentivo al pubblico da parte della direzione illuminata del Museo Egizio di Torino, registriamo due interventi in area legislativa che danno molto da pensare.

Il primo, è la recente decisione del Consiglio di Stato, che rimette di nuovo in discussione le nomine alle direzioni museali di alcuni esperti non italiani. Si ricorderà che lo scorso 25 maggio 2017, con due sentenze, il Tar del Lazio aveva bocciato le nomine di cinque dei famosi venti direttori del Ministero, tra i quali Palazzo Ducale e Museo Archeologico di Napoli. Un danno  d’immagine dell’Italia nel mondo abbastanza significativo, anche se il problema pare essere il fatto che non ci siano norme che permettano al ministero di reclutare dirigenti pubblici stranieri. Il tutto è proseguito con il solito pasticcio all’italiana: direttori decaduti con effetto immediato, che poi il Consiglio di Stato ha stoppato mentre erano con gli scatoloni sulla porta, sospendendo l’efficacia del provvedimento, e riammettendoli in attesa del giudizio di merito. Il Consiglio di Stato il 2 febbraio ha affermato che, si, le selezioni furono corrette, ma c’è un “contrasto giurisprudenziale”, visto che in una precedente sentenza lo stesso Consiglio ha ritenuto che l’attività di direttore del museo statale potrebbe non intendersi riservata esclusivamente a cittadini italiani, ma un regolamento emanato nel 1994 richiede come imprescindibile “la cittadinanza italiana per il conferimento di incarichi di livello dirigenziale”. Insomma siamo una nazione dove nominare dirigente un esperto straniero potrebbe rivelarsi impossibile.

Bomarzo_Monster.jpgIn compenso la foresta pietrificata di casa nostra, il Giardino di Bomarzo dei grandi enti dello spettacolo dal vivo, resta intatta, mentre le piantine che provano a crescere vengono arate per bene, in attesa di qualche manovra d’aggiustamento, di cui si occuperà, nel caso, chi vincerà le elezioni. E che importa se i premi alla qualità artistica, gli Ubu, Hystrio, Rete Critica, segnalano da tempo che quasi nessuno dei migliori lavori delle recenti stagioni teatrali ha visto la luce nella foresta pietrificata.
Il secondo caso di queste ore riguarda, infatti, la nuova ripartizione del FUS, il fondo per lo spettacolo, per il 2018. A tale proposito è eclatante vedere, a fronte dello sbandieramento di nuove risorse alla cultura, una diminuzione secca delle disponibilità per circa 8 mln di eur rispetto all’atterraggio del dato contenuto nel Milleproroghe dell’anno scorso.

Qualcuno dirà che rispetto al riparto anno su anno gennaio 2017/2018 ci sono soldi in più, ma in realtà il dato finale è quello di marzo 2017, con l’aggiunta successiva del pasticciaccio Eliseo/Barbareschi, che ancora non si è concluso e che getta la sua ombra milionaria anche sui conti 2018 del sistema teatrale italiano (in ballo 8 milioni per salvare il suo teatro Eliseo, di cui 4 già dati, fra le proteste di tutto il sistema, e 4 che verranno dati nel 2018, e pare compresi nei fondi di cui si parla).

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Chi invece mangerà pane duro e cipolle sono le residenze e i progetti under 35. Il dato è vergognoso senza mezzi termini, stando alla tabella, diramata in queste ore. Due milioni secchi secchi in meno. In ragione percentuale i contributi a questa voce della ripartizione passano dal quasi 1% allo 0,3% per complessivi 800 mila euro dai precedenti quasi 3 milioni. Praticamente solo 300k eur in più dei soldi dati all’Osservatorio dello spettacolo: è come dare due rami di bambù ai panda e la stanza in albergo con vista panoramica a chi li guarda (morire di fame); cosa avrà da osservare l’Osservatorio fra qualche anno se moriranno tutte le giovani compagnie, ci resta curioso.
Parliamo allora dei panda, di residenze e under 35, di teatri e periferie, di quelli che garantiscono la sopravvivenza dell’arte nelle province, fra i giovani, nelle scuole, nei paesi. Si, poi si favoleggia di triennalità FUS, nuovi progetti, ma la sostanza dei numeri, quelli veri, quelli che oggi ci sono, è questa. Il resto sono chiacchiere futuribili, con speranza di toppe e rammendi di qualcuno che verrà.

Insomma, come la legge elettorale ha permesso ai soli fedeli ai vertici dei partiti di essere candidati (e questo vale per tutti gli schieramenti in campo), così la ripartizione del FUS mantiene salde le parrocchie dell’istituzionalità, i grandi enti lirici affetti da buchi di bilancio peggio di un formaggio svizzero, i teatri dello scoppiettante sistema Tric-trac, che ha bloccato la circuitazione degli spettacoli delle piccole compagnie prodotte dai teatri nazionali, con il sistema del tetto alle date fuori regione, andate ad appannaggio dei soliti grandi allestimenti dei mega direttori-ombra (registi) galattici, usciti dalla porta e rientrati dalla finestra.
Intanto piccoli/grandi capolavori di compagnie indipendenti, prodotti dai vecchi “stabili” (per capirci con la vecchia nomenclatura, o almeno degli stabili più stabili) non possono più essere replicati se non nei circuiti regionali, nei paesini sperduti. Una data secca, la domenica, lo spettacolo post-braciola, con in sala l’odore di naftalina della pelliccia della zia Adele: il danno che si aggiunge alla beffa di non poter provvedere neanche in autonomia alla loro circuitazione fuori regione, vincolati dai tetti previsti dalla legge.

Il succo è che se sei una giovane compagnia ci sono due possibilità, una peggio dell’altra.

Unknown.jpegSCENARIO SHINING hai la “fortuna” di essere prodotto da un teatrone, becchi i soldi (pochi ma sicuri) della produzione, fai le tue tot repliche nel capoluogo e nel circuito regionale, dopo di che, visto che le date fuori regione sono limitate e se le ciuccia quasi tutte il regista/direttore-ombra con la sua regia roboante, praticamente non solo non puoi replicare, se non in qualche teatrino bellino e periferico dopo 40 km di tornanti, ma non puoi neanche vendertelo da solo (perchè è proprietà del teatrone). Finisce lì. Spettacolo morto. Amen. 20 repliche e RIP.
A meno che non lo riscatti, come nei rapimenti degli anni Settanta, restituendo buona parte di quei pochi soldi (ma sicuri!) che ti avevano dato. In questo caso ti stai giocando il jolly, LA CARTA POVERO ILLUSO: hai la pia illusione che dalle date in giro che speri di piazzare, si riesca a recuperare qualche incasso adeguato e magari venga a vederti il mitico critico che vota per il Superpremio. Aspetta! Tutto questo dormendo a casa di amici di famiglia e mangiando il kebab per i 5 giorni di repliche, si intende.
Che se per caso hai avuto la geniale idea di venderlo ad un teatro off a Milano o Roma,  hai preso un alberghetto e mangi in trattoria, ringrazia iddio se torni a casa in autostop o con blabla car, non prima di aver dato fuoco alla scenografia di cui non puoi pagare la ri-spedizione a casa.
Sono molte le compagnie giovani e con qualche successo alle spalle, in questo paradosso assurdo. Tanto che adesso quando un teatrone viene a suonarti al campanello per chiederti di farti produrre, per molti è come aprire la porta a Jack Nicholson in Shining.

miseria_nobilta3.jpgSCENARIO MISERIA E NOBILTA’ L’altra ipotesi è che se sei una giovane compagnia, ma proprio giovanissima, e contavi sul fatto che almeno 3 milioni di euro lo Stato li distribuiva un po’ a pioggia affidandosi a commissioni e sottocommissioni, consulte ed esperti.
E qualche ridicolo mila euro arrivava (3-5 massimo all’anno, roba da 400 euro al mese, da dividere in 3 o 4 eh).
Ci usciva una spaghettata aglio e olio con l’altro attore e il tecnico tuttofare.
Adesso mettiti l’animo in pace, manco quella!

Se sei un giovane artista, in Italia, è meglio pensare ad andare all’estero, scegliendo una nazione in cui magari non ci sia una legge in cui per ricevere i fondi non chiedano la carta di identità, come quella che c’è in Italia per i direttori dei musei. Perchè altrimenti è meglio cambiare proprio lavoro. Sono rimasti solo i santi e gli eroi. Ma per artisti e poeti del teatro, gli illusi dei neuroni specchio, la benzina è finita. L’Italia non è un Paese per loro. Almeno per quelli giovani.
Si salveranno appunto i nobili, i ricchi di famiglia, e gli ammanicati che brinderanno con barbaresco d’annata.

La provocazione di Agrupación Señor Serrano
Siamo fortunati. Abbiamo appena appreso che ci hanno affidato la direzione del Teatre Nacional de Catalunya, l’ammiraglia del teatro pubblico catalano. Siamo molto felici, ci lasceremo la pelle lavorando giorno e notte per svolgere questo incarico nel miglior modo possibile. Proveremo l’impossibile per trasformare questo teatro in quello che avrebbe dovuto essere da un buon inizio e assicurarci che abbia un futuro vivo e vibrante. Ecco il nostro programma:
27750394_1505011889612181_646900319673586493_n.jpg1. Il TNC diventerà un centro di creazione di riferimento. Dove fare ricerca, dove creare e produrre pezzi unici, dove prevalga il valore artistico.
2. Non programmeremo più gli autori del repertorio giusto perché sì, autori di quelli che tutti sanno che sono démodé ma che il peso della tradizione li fa apparire come funghi anno dopo anno.
3. Vera parità. Tanti uomini come donne all’interno della squadra. Trans, cis, qualunque cosa, di tutti i colori e sapori.
4. Basta sempre gli stessi registi, autori, attori e attrici, come se avessero vinto il posto. Ricerca, sperimentazione, vera creatività: qui si verrà a lavorare al massimo, a dimenticare ciò che si sa e ad essere pronti a ri-imparare tutto ogni giorno.
5. Tutto il personale del teatro avrà l’obbligo di guardare gli spettacoli (dai team di pulizia e sicurezza a tutti i tecnici, produzione, sartoria e altri). E saranno tutti incoraggiati ad esprimere la loro opinione su ciò che stia accadendo nel teatro.
6. Il teatro avrà le sue porte aperte 24 ore al giorno. Con servizio di biblioteca, sale prove, mensa e bar. Durante le repliche ci sarà il servizio di babysitting. Le scuole pubbliche del quartiere potranno utilizzare gli spazi del teatro per usi diversi. Inoltre, l’intera recinzione perimetrale sarà rimossa e i tonti-giardini saranno trasformati in campi da bocce, un parco giochi, un campo da basket, una parete da arrampicata e un’area da skateboard.
7. Il teatro non si affitterà a Codorniu, Seat, Bonpreu o qualsiasi altra società privata. Il TNC è uno spazio pubblico, cittadino e quindi non è in vendita.
8. Il pubblico deve esprimere la propria opinione. Sarà sempre ascoltato, che gli piaccia o meno quello che facciamo. Per questo motivo, un vero lavoro sarà fatto per creare e formare pubblici. E questo sarà qualcosa di più del semplice nome di un dipartimento.
9. Ci sarà un comitato attivo e rinnovabile che sovrintenda tutte le attività artistiche. Si tratta di creare, di essere un riferimento, di essere unici, identificabili e speciali. Sarà una casa del teatro in cui il cervello verrà centrifugato e il cuore mosso. Riscatteremo il TNC dall’oblio totale in cui ora vive nel panorama internazionale. Non sarà più un teatro che non è un riferimento di nulla, un teatro dove il pubblico ci va a vedere gli attori della TV e ne esce con la stessa apatia con cui era entrato.
10. Nel bar sempre e a tutte le ore ci sarà il caffè gratuito.

PS: Ok, non è chiaro quando ci affideranno la direzione del TNC, sicuramente non lo faranno mai. Ma consigliamo vivamente di farlo con la massima urgenza. Più tempo passa un cuore senza battere, più difficile è farlo rivivere.



Categorie:Novità, Pensieri oscenici, Performing Arts, punti di vista, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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