“Night Bar”, Pinter al bar di Binasco sotto il nulla

Night Bar @ Duccio Burberi

MATTEO BRIGHENTI | L’autore, le parole, sono sulla carta, mentre la vita, il respiro dell’opera, sono sulla scena. Valerio Binasco raccoglie in Night Bar quattro (micro)storie notturne di Harold Pinter con protagonisti dei barfly, frequentatori assidui del non senso da bancone. I momenti e modi di attraversare uno stesso luogo – il bar – lungo gli atti unici Il calapranzi, Tess, L’ultimo ad andarsene, Night, sono l’allucinata quotidianità su cui il regista concentra la sua attenzione e cura.
Ubriaconi limitati però, una volta per tutte, alla loro angoscia ed emarginazione. Tant’è vero che non sono attraversati da alcuna sfumatura o variazione di sorta: le situazioni cambiano, ma soltanto per via del tempo che passa, ovvero a prescindere da ciò che i personaggi possono dire o fare.
Quindi, Nicola Pannelli, Sergio Romano, Arianna Scommegna, sul palco, in prima assoluta, del Teatro Metastasio di Prato, piuttosto che interpretare (si) mettono in mostra, espongono atteggiamenti fissi che guidano il loro continuo scontrarsi. Le parole restano scritte, l’opera senza vita.

Tavolini rovesciati, sedie accatastate, Il calapranzi è in un interno abbandonato, con il cellophane che ricopre le pareti (sul fondo alcune macchie rosso sangue), il jukebox, la macchina da caffè. Una lampadina scende dall’alto a sinistra, un materasso è davanti al bancone a destra, si sente il ticchettio come di un tubo che perde e le pale di una qualche ventola mandano giù la loro ombra girevole. Siamo in un seminterrato, sotto il livello di normalità, pulizia, decoro, un posto per rinnegati o qualcosa del genere.
Ben (Sergio Romano) sta in panciolle a leggere le notizie più assurde sul giornale, Gus (Nicola Pannelli) fa le flessioni e prova a intavolare una specie di discussione, dall’altro sempre rifiutata. Ben, camicia sgargiante aperta sul petto, è il razionale, l’autoritario, ha la voce dura; Gus, vestito da impiegato, è l’irrazionale, il remissivo, ha la voce acuta. Due facce, due opposti dichiarati, sottolineati e risottolineati, del medesimo compito da portare a termine.

Foto di Duccio Burberi

Quale? E a chi tocca stavolta? Pinter scrive Il calapranzi in modo che la professione di killer dei ‘due in uno’ si sveli a poco a poco, da dettagli come le pistole o dai loro racconti. La chiarezza del ruolo, però, sembra mancare agli attori stessi, a parte quella di prendere e sbattere Gus contro i tavolini, le pareti, il bancone, dappertutto. Quando poi Ben afferma: “Io non voglio fare il teatro dell’assurdo” oppure quando discutono sulla validità dell’espressione ‘accendere l’acqua’ invece che ‘mettere su l’acqua’, pare di assistere a citazioni sbiadite di film come Pulp Fiction.

A un certo punto il passavivande, il calapranzi del titolo, prende a funzionare, portando le ordinazioni di un ristorante chiuso e riavvolgendo il nastro del tempo, non prima però che Ben abbia ucciso Gus al rallentatore, nell’eterno ritorno di un gioco di parti ingessate.
Il bar viene ripulito a vista di tutto il cellophane, si scopre anche la sua insegna luminosa, ‘Luxor’, il jukebox torna a funzionare, la lampadina viene sostituita da una sorta di lampadario a fiori. Nicola Pannelli ora è il barista, Sergio Romano è un avventore, Arianna Scommegna, vestito scintillante, trucco marcato e zeppe, è la protagonista di Tess.
Il vuoto è grande, più della sua piena solitudine, così che lo spazio sembra mangiarsi i rapporti tra i presenti. Suona Tomorrow di Amanda Lear. Tess non riesce a colmare i silenzi tra loro e il ritmo giocoforza si distende, senza raccontare altro da quello che si vede. Il fratello, il primo amore, sono aneddoti di vita consegnati a un tavolino sgombro ridendo in continuazione, un eccesso che non ha riscontro né ragione nel disegno scenico complessivo.
È sguaiata e meno è considerata e più si agita. Lasciata definitivamente sola dai due uomini, rivela il suo dolore e abuso, su una musica thrilling di pianoforte, usata qua e là per rimarcare epifanie o voragini emotive.

Arrivano Natale e un alberino finto sul bancone. Suona Heroes di Bowie. Il bar è in chiusura, Pannelli pulisce per terra, riassetta, sistema, quando entra Romano. È L’ultimo ad andarsene. Insiste e si perde, con incomprensibile accento vagamente emiliano (l’ambientazione è dichiaratamene british), su quale è stato l’ultimo giornale cha ha venduto.

Foto di Duccio Burberi

La circolarità delle sue frasi da ubriaco è lasciata girare su se stessa, finché non irrompe la coppia formata da Nicola Pannelli e Arianna Scommegna e inizia Night, l’ultimo capitolo. La memoria del loro primo incontro, il ponte, la festa, la mano sotto il cappotto, sono ricordi e prospettive leggermente diverse per lui e per lei. Nulla che non si possa sciogliere nel groviglio di un abbraccio, sotto lo sguardo lesso di un altro cliente, rappresentato da Sergio Romano.

Ecco, in Night Bar ogni gesto, intenzione, dialogo, è come se fosse mirato a riaffermare, sopra ogni cosa, lo stato di ebbrezza dei personaggi. Sembrano voler dimostrare a ogni passo che sono perduti e sbronzi, quando peraltro l’ubriaco di sé pensa l’esatto contrario. Tutto, così, risulta forzato, recitato, falso. A suo modo è un caso di “tradizione senza regia”, per dirla con Andrea Pocosgnich su Teatro e Critica.
Eppure, il fuoco di Pinter è ben altro. È il bar, uno spazio metafisico non soltanto dove immergersi e riemergere dall’alcool, ma soprattutto dove rendere la propria esistenza a immagine e somiglianza di infinite trasformazioni possibili. Verrà il giorno e li ritroverà comunque uguali a prima, intanto adesso è ancora notte di visioni e, nelle loro speranze, lo sarà per sempre.
“Siamo venuti qui a parlare”, dicono durante Night. Ma in questa ‘tetralogia a freddo’ ognuno è impegnato a fare per essere, e non viceversa, a esibire prove e controprove della sua condizione. Non c’è nessuno che (si) ascolti, raccolga il disagio e ne faccia teatro. Per davvero.

NIGHT BAR
Il calapranzi, Tess, L’ultimo ad andarsene, Night

di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Valerio Binasco
scene Lorenzo Banci
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Roberto innocenti
con (in ordine alfabetico) Nicola Pannelli, Sergio Romano, Arianna Scommegna
produzione Teatro Metastasio di Prato / Teatro Stabile di Genova

Teatro Metastasio
Prato
Giovedì 15 febbraio 2018



Categorie:In evidenza, Novità, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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