Nel cortocircuito drammatico de “La mia Battaglia” di Germano/Lagani

FRANCESCA GIULIANI | Se il teatro fosse una nave alla deriva e gli spettatori si ritrovassero nella condizione di naufraghi su un’isola deserta cosa accadrebbe? Inizia così La Mia battaglia, l’intenso monologo messo in scena da Elio Germano e scritto a quattro mani con Chiara Lagani/Fanny&Alexander – visto al Teatro Sanzio di Urbino per TeatrOltre, rassegna regionale multidisciplinare promossa dall’AMAT.

elio germano

La scena è algida, il bianco domina lo spazio rendendolo rarefatto; pochi oggetti sul palcoscenico, una bottiglia, un leggio, uno sgabello: tutto è trasparente, ogni cosa è lì ma sembra invisibile. L’attore entra dall’ingresso del teatro e resta in platea “a intrattenersi” amichevolmente con il pubblico. È da questa “amichevolezza” che inizia lentamente, come se avvenisse sulla scena stessa, la costruzione precisa di quello che sarà il personaggio. Immaginate: “cosa faremmo su un’isola deserta? Da dove inizieremmo a organizzarci, a suddividerci i compiti? Ci si candida? Chi sceglie chi? Ad alzata di mano poi votazioni tra i candidati? Come in parlamento? Quindi dovreste farvi piacere. Ma se tra di voi ci fosse uno veramente bravo ma troppo timido per farsi avanti quello perderebbe? Ma questa democrazia vi sembra giusta?”. Cosa succede? È uno show men? Cosa sta facendo questo attore, divo della Tv, l’intrattenitore comico? Vestendo i panni e i toni del “ragazzo della porta accanto” inizia a compiacere sempre di più il pubblico che lo riconosce quasi come uno di loro e inizia ad applaudirlo continuamente, a ogni nuovo luogo comune che “spara”.

Il lavoro dalla Lagani è intimamente legato, fin dal titolo al tema della riscrittura di quello che ancora oggi è purtroppo uno dei testi tragicamente più venduti in Italia, e di cui il titolo dello spettacolo è l’esatta traduzione. Ritornando sul percorso concettuale del progetto “Discorso” di Fanny & Alexander centrato sul tema della persuasione, ben presto in scena è possibile leggere in controluce istanze che hanno portato ai peggiori crimini della Storia del secolo passato, intimamente vicine a discorsi non dissimili a quelli all’ordine del giorno nella campagna elettorale oggi in Italia: politica, corruzione, immigrazione, scuola e via dicendo, nella descrizione costruttiva di una società in fin di vita; ed è per questo che La mia battaglia si fa straniante perché, grazie anche alla bravura dell’attore, la disseminazione precisa di quei luoghi comuni fa sì che gli spettatori si riconoscano ed applaudano.
Ogni parola, ogni frase presa a prestito dalla quotidianità raccontata dalla Tv e da un certo giornalismo ma anche da una certa “letteratura” –  viene in mente un articolo di Christian Raimo La nuova ideologia di destra italiana in cui parla, estrapolandone frasi-luoghi comuni, di tre romanzi usciti da poco – viene infilata fra le righe della costruzione del proclama che diverrà via via dittatoriale.

Il personaggio di Germano è infatti tranquillo inizialmente, amichevole come si diceva, ma già dall’inizio si intravede quello che sarà il “mostro” finale. Leggeri automatismi del corpo, lievi gesti precisi delle mani che si tramutano poi in veri e propri tic aumentano scenicamente la violenza delle parole dette. L’infervorarsi per le tematiche cresce. Il monologo inizia dal basso, l’attore è in mezzo alla platea, si fonde e confonde tra la folla, poi sale e resta in alto, prosegue a parlare incitando ora dal palco con la luce che gli si irradia sul volto sempre più impassibile.

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ph. Marco Parollo

Se fino a poco fa poteva essere non chiaro, ora ci si rende ben conto di trovarsi in mezzo a un comizio e di stampo fascista. Ma forse ancora non lo è o e il pubblico-uditorio continua ad applaudire. Esaltati, incitatori della folla, sono in mezzo alla platea. Alle grida di “Bravo!” aggiungono scrosci di applausi e il pubblico, ora non nella totalità ma ancora la maggioranza, segue. Con i vicini di posto si resta increduli e quasi si spera che sia una farsa, ma il tutto continua fra proclami violenti e applausi ed incitazioni convinte.

Il dispositivo scenico creato è perfetto. Da una parte, fin dall’inizio si fa credere che la finzione sia rotta dall’incedere dell’attore nella realtà dello spettatore rompendo subito la quarta parete. Dall’altra parte, nascostamente, la finzione viene ricostruita attraverso le parole dentro quella che crediamo sia la realtà stessa con quel meccanismo retorico che già da diverso tempo è al cuore dell’indagine della Lagani.
Lagani e Germano ci introduco quindi piano piano in un circolo vizioso dove reale e immaginario si confondono continuamente dando ancora più credito a quella finzione che è ora reale. Il punto sta qui.
Ti trovi seduto in mezzo a una platea che applaude qualcosa che via via assume chiaramente la sembianza di un delirante manifesto suprematista.
E dove finisce la finzione e inizia la realtà? Supponendo pure che qualcosa sia artificiale e voluto, ad un certo punto la realtà supera la finzione, ed è proprio questo il meccanismo che trasforma le democrazie in qualcosa di imponderabile. E’ qualcosa che avviene con naturalezza, senza capire dove inizia. Come è possibile?
Tornando a Raimo e al fascismo di ritorno fra i giovani che mancherebbero di anticorpi a certi tipi di retorica,  il progetto di Lagani/Germano lascia interrogare sul fatto che queste difese siano deboli non solo per i giovani. Guardiamo avanti – pensiamo al 4 marzo – e ci chiediamo cosa succederà. E poi dopo, e dopo ancora, mentre i toni che inneggiano alle paure e ai sentimenti ostili sono sempre più forti e violenti, e gli spazi del dialogo a voce bassa si riducono.

LA MIA BATTAGLIA
con Elio Germano
testo: Elio Germano, Chiara Lagani
luci: Alessandro Barbieri
aiuto regia: Rachele Minelli
fonico: Giovanni Illuminati
amministrazione: Valeria Pari

Teatro Sanzio Urbino, martedì 20 febbraio 2018



Categorie:Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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