Battlefield di Peter Brook: il teatro è un campo di battaglia

MILENA COZZOLINO | Immaginate che Macbeth il giorno dopo la battaglia invece di proseguire nella sua folle scalata al potere, si fermi un attimo e si interroghi sul perché della guerra da lui stesso provocata. Immaginatevi che Macbeth si interroghi sulla scia di sangue e morti, sulla distruzione e la disperazione generate dalla sete di potere. Cosa accadrebbe? L’azione si fermerebbe. Buio, sipario. Niente più teatro, al massimo solo il racconto di un ex guerriero pago di scelleratezze, divenuto saggio in un attimo di lucidità, che racconta la necessità che la guerra finisca. Tutto questo è quello che accade in Battlefield di Peter Brook e Marie e Hélène Estienne (in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 20 al 25 gennaio), tratto da Mahābhārata e dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière, di cui Brook torna a occuparsi dopo trent’anni dal primo monumentale allestimento di 9 ore, adattato dallo stesso anche per una miniserie televisiva e per il grande schermo.

Mahābhārata diventa nel nuovo allestimento Battlefield ‑ che tradotto dall’inglese significa campo di battaglia‑, perché in fondo tutti i campi di battaglia sono uguali: quello della foresta di Birnam, dove gli avversari di Macbeth si mimetizzano con rami di alberi tagliati; quello di Bosworth Field, dove Riccardo III si ritrova solo a urlare sconsolato il celeberrimo verso “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”. In Battlefield si sente il trottare dei cavalli delle battaglie di Shakespeare che disertano la guerra. La guerra è finita: lo è per Yudishtira, che sale al trono consapevole della distruzione che ha comportato la sua affermazione come sovrano. Battlefield è il racconto della guerra fratricida che lacera la famiglia Bharata: lo scontro terribile tra i cinque fratelli Pandava e i loro cugini Kaurava, i cento figli del re cieco Dhritarashtra. Al termine della guerra i Pandava hanno la meglio e il più anziano di loro, Yudishtira appunto, sale al trono. Il vecchio Dhritarashtra, che ha visto morire tutti i suoi figli, condivide col nuovo sovrano angosce e rimorsi. Entrambi si interrogano sulle azioni passate affrontando le proprie tremende responsabilità.

Lo si sente echeggiare, quel passato di Brook alla Royal Shakespeare Company. I cavalli delle battaglie di Shakespeare trottano lontano. Arriviamo al 1970, quando Brook fonda il Centro Internazionale di Ricerca Teatrale, con lo scopo principale di “disimparare ciò che avevamo imparato” e riacquisire, attraverso la sperimentazione e la ricerca di diversi linguaggi, la tradizione. Il regista inglese inizia a prendere in considerazione la possibilità di lavorare all’interno di una troupe che sia il più variegata possibile sotto il punto di vista della multiculturalità. Un esperimento semio-antopologico, che portò poi alla realizzazione del film Incontri con uomini straordinari e alla versione sia teatrale che cinematografica del Mahābhārata.

peter-brook.jpgTutto questo ritorna a distanza di 30 anni in Battlefield, che riprende un solo episodio del monolitico poema indiano. Brook riparte dal punto zero del teatro, dall’epica, che si fa azione scenica grazie all’attore che ne recita una parte. Ma anche la tragedia greca corre lungo tutto il racconto scenico, nella figura del re cieco Dhritarashtra, il nostro Edipo, e in quella di sua sorella, madre di Yudishtira, che ha abbandonato nel Gange il figlio segreto Kama, ucciso in guerra dallo stesso Yudishtira. I due fratelli muiono da eroi tragici andando incontro ad un incendio nella foresta.

Quello che si vede sullo spazio quasi vuoto è il teatro delle origini, ma anche la scena elisabettiana, dove solo pochi oggetti creano ciò che non si vede: il resto è parola. Ma aleggia anche l’idea del teatro povero di Grotowski, dove uno sgabello può diventare un trono, e aste di legno, alberi della foresta. Poi ci sono gli abiti di scena essenziali, curati da Oria Puppo, neutri costumi neri, a cui fanno da contrappunto mantelli dagli accesi colori, che creano scene e personaggi diversi. Ma lo spettacolo è affidato gli attori, Karen Aldridge, Edwin Lee Gibson, Jared McNeill, Larry Yando, che recitano i diversi miti che si originano dalla vicenda, mutando personaggi e forme, ruoli e prospettive, con l’ironia tipica della recitazione brechtiana, che li allontana e li avvicina all’essenza di ciò ciò che interpretano.

Ad accompagnare le parole, le luci tenui di Philippe Vialatte e la musica d’accompagnamento di Toshi Tsuchitori che suona il djambe africano con la tecnica della tabla, tipico strumento idiano.

Peter Brook in 70 minuti di spettacolo riduce ai minimi termini la vita del teatro, in un sofisticato compedio in grado di far vedere anche tutto quello che non si vede, in un gioco dell’essenzialità che annienta ogni accento di rappresentazione. Non c’è quasi nulla in scena, come sui campi di battaglia dove la distruzione non rende meno visibile la presenza aleggiante di tutto ciò che è stato. E fa tutto questo in un lavoro che sembra quasi un testamento artistico, per raccontare una storia vecchia come il mondo ‑ quella della sete di potere che tutto distrugge ‑ su cui però il teatro (e quindi l’arte) riesce ancora a gettare la luce di una possibile redenzione.

 

Battlefield

tratto da Mahābhārata e dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière
adattamento e regia Peter Brook e Marie-Hélène Estienne
traduzione e adattamento in Italiano a cura di Luca Delgado
con Karen Aldridge, Edwin Lee Gibson, Jared McNeill, Larry Yando
musiche Toshi Tsuchitori
costumi Oria Puppo
luci Philippe Vialatte
produzione C.I.C.T. – Théâtre des Bouffes du Nord in coproduzione con The Grotowski Institute, PARCO Co. Ltd / Tokyo, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Young Vic Theatre / London, Singapore Repertory Theatre, Le Théâtre de Liège, C.I.R.T., Attiki cultural Society / Athens, Cercle des partenaires des Bouffes du Nord

 

in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 20 al 25 gennaio 2018



Categorie:Novità, Recensioni, Teatro

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