“Frame”: Hopper, Serra e il quadro che non c’è

Frame - Alessandro Serra

Frame @ Alessandro Serra

MATTEO BRIGHENTI | L’idea, l’opera e la sua vita, sono un silenzio di luci e ombre. Reali, ma non realistiche. Alessandro Serra rintraccia ed esalta nello specchio del teatro l’atemporalità della pittura dell’americano Edward Hopper, la sua propria tensione verso un dilatato orizzonte d’attesa. Inquadrature di donne e uomini, in interni ed esterni giorno e notte, prolungano atmosfere stranianti: un codice interpretativo al limite del metafisico per fotogrammi, immagini fisse che compongono il movimento delle relazioni nei quadri immaginate da Serra. A questo rimanda Frame, il titolo del nuovo spettacolo del regista del Premio Ubu 2017 Macbettu. Una cornice, propriamente, che rispetto al senso codifica un sistema di segni e nei confronti dell’azione congela una teoria di istanti.
“Io sono un clown e faccio collezione di attimi” afferma Hans Schnier, il protagonista delle Opinioni di un clown di Heinrich Böll. Allo stesso modo, nella trasfigurazione della scena la vena creativa di Hopper è rappresentata da un giullare, un Arlecchino che “presenta” i quadri facendo al pubblico la sua tipica riverenza. L’ispirazione, ha spiegato Alessandro Serra, viene da Two Comedians, l’ultimo dipinto in cui l’artista e sua moglie, vestiti da Pulcinella, fanno un inchino indietreggiando su un palcoscenico. Questa specie di angelo guida porta in dote il “fuoco” dei colori, gli unici ritagli davvero accesi in una scenografia grigio fumo assediata e infine conquistata dal buio.
Sulle pareti della scatola scenica la tinta pare essere stata colata, non stesa, i segni, le tracce dello sgocciolio sono evidenti. Il palco del Teatro Cantiere Florida di Firenze è un non-luogo misterioso per un non-tempo opprimente, il colore è negato e, al tempo stesso, continuamente ricercato, come ne L’odore assordante del bianco di Stefano Massini su Van Gogh recluso in manicomio. Il quotidiano, la “normalità”, ci stringono nel loro grigiore uniformante: l’unica prospettiva di fuga è una grande tela incassata sul fondo, che aspetta di essere colorata.

Frame - Alessandro Serra

Foto di Alessandro Serra

Una sagoma rossa e un graffiare amplificato sono l’avvio di Frame. Dall’oscurità risale Emanuela Pisicchio, il viso e tutto il corpo schiacciati contro la parete a destra, il braccio a favore del pubblico aperto come un’ala. Gratta il pannello e il rumore fastidioso pare continuare quando si passa la mano addosso e persiste anche se lei torna ad appartenere alle ombre. Abita ‘tra’ o meglio ‘in’ quelle mura, ne è l’anima profonda, lo stridente desiderio di una via d’uscita.
La grande tela forse ha udito il suo “grido” d’aiuto, perché si scosta dal resto della scenografia, lasciando entrare la luce. È una tela-finestra mobile, una quinta-sipario che viene avanti da sola come per magia o spinta interiore e scopre, a uno a uno, gli altri attori del cast, Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta, Giuseppe Semeraro (Arlecchino/Hopper).
Piuttosto che al tableau vivant, alla ripresa fedele dei quadri in versione fotografica delle Hopper Meditations di Richard Tuschman, Alessandro Serra guarda alla loro ricostruzione interpretativa, come avviene nell’antologia di racconti curata da Lawrence Block, Ombre, uscita in Italia con Einaudi Stile Libero, o in Luce con muri di Michele Mozzati pubblicato da Skira. Nel momento sospeso nel tempo, per dirla con Block, il regista (sue anche le scene, i costumi e le luci) ha individuato passato e futuro di ogni istante fermato da Edward Hopper.
Così, si riconoscono quadri come Morning Sun, Excursion into Philosophy, A Woman in the Sun, ma ciò che rileva in Frame è il tentativo di dare respiro e moto al corto circuito percettivo per cui davanti a un Hopper capiamo che il soggetto è reale, ma c’è comunque qualcosa che ci sfugge. Quella componente inafferrabile è la solitudine.

Frame - Alessandro Serra

Foto di Alessandro Serra

La pittura è muta e quindi la strada narrativa è il non verbale. La preparazione complessa di pose che non si completano passa attraverso una sorta di teatrodanza tanto misterico quanto attratto. La musica cerca di dare profondità a espressioni marcate e gesti impersonali, finalizzati più al rispetto di una cura formale che a scoprire l’intimità di queste donne e uomini, soli perfino quando dividono lo stesso letto. Tra sogno e alienazione, desiderio e rassegnazione.
Certo, a teatro non c’è, né ci può essere, la luce di Hopper, che, come afferma Mark Strand, “non è applicata alla forma, piuttosto i suoi quadri vengono costruiti dalle forme che la luce assume”. Né tantomeno si può ricreare quel sincopato tono di jazz e malinconia dell’America urbana e profonda anni Cinquanta e Sessanta. Lo spazio fin dall’inizio è dichiaratamente asettico, una specie di radiografia per attraversare i dipinti e vedere cosa nascondono dietro e suggeriscono davanti.
La cornice di Frame, però, diventa il suo stesso limite. Nel bianco e nero della lastra magnetica i corpi sono spettri, le ossa definite con chiarezza e i tessuti, invece, macchie scure. Altrettanto vale per lo spettacolo: l’ossatura, la struttura drammaturgica prevale sull’organo teatrale principe, il motivo per cui siamo qui, l’emozione. Finisce oscurata dal buio pesto, che si prende la rivincita sulle luci geometriche di Serra.
La tenebra avanza, si fa spazio dal rettangolo lasciato vuoto dalla tela-finestra, una volta staccata dal resto della scenografia. Incornicia un drappo nero e sembra uno specchio della sala, un nostro riflesso. In uno spettacolo ispirato a Edward Hopper l’unica vera opera che ci interroga e rivela che non abbiamo scampo al cupo appiattimento della realtà è un residuo di scena. L’aspirazione impossibile alla libertà da questo mondo in sospensione comincia e rimane sullo sfondo.
Dunque, a ben osservare, Hopper ha il Frame di una lontana eco estetica o, peggio, di un puro richiamo di massa. Tanto che il carattere pittorico del maestro della semplicità vibrante di vita finisce per essere un quadro che non c’è.

FRAME

progetto e ideazione Alessandro Serra
con Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta, Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro
regia, scene, costumi e luci Alessandro Serra
realizzazione scene Mario Daniele
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
un ringraziamento a Anna Chiara Ingrosso
tecnici Mario Daniele, Alessandro Cardinale
organizzazione e tournée Laura Scorrano e Georgia Tramacere
produzione Cantieri Teatrali Koreja – Centro di Produzione Teatrale
co-produzione Compagnia Teatropersona

Teatro Cantiere Florida
Firenze
Mercoledì 21 febbraio 2018



Categorie:Arte, Danza, In evidenza, Novità, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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