Tarasco cerca Il canto di Penelope oltre il mito, in Calabria a Miti Contemporanei

PAOLA ABENAVOLI | Andare oltre il Mito. Quello che ha “trasformato in leggenda” e reso quasi “sopportabile un dolore”: è così che Matteo Tarasco – riprendendo Omero, ma soprattutto Ovidio e l’umanissima versione di Margaret Atwood (in particolare, la contestualizzazione che l’autrice opera nel suo romanzo, Il canto di Penelope in cui la protagonista si racconta dopo la morte) – tratteggia la “sua” Penelope, distante dalla rappresentazione cui siamo abituati. Non più Mito, ma donna, carnale, sensuale; preda dell’amore, ma anche persona che riflette sul suo essere, che si ribella ad un destino, che non vuole chiudersi nell’immagine che se ne è resa, di colei che tesse solo la tela.

E’ più di questo: è passione, è dolore frutto di tradimento, oltre che di nostalgia; dolore che nasce pure dal non poter dimenticare la sorte delle proprie ancelle, amiche, uccise dopo il ritorno di Ulisse (e i cappi in scena ricordano questo momento, che proprio la Atwood sottolinea nel suo libro Il canto di Penelope, come immagine che la protagonista non riesce a togliere dalla propria mente neanche nell’Ade). Una Penelope umanissima, che guarda ai suoi sentimenti, da lontano, ma con la stessa forza che l’ha pervasa in vita. Sentimenti che sul palcoscenico rivivono attraverso il personaggio, che diventa però tutt’uno non solo con la parola, ma soprattutto con la scena.
Quella che trasmette il colore dei sentimenti, sulla vetta di cui Penelope sembra essere solo una prosecuzione verso il cielo.

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copertina foto Marco Costantino

Una donna tra terra e mito, tra il rosso della passione e il bianco dell’anima, il blu, il viola, persino il grigio che sembra evocare un frame di una pellicola del passato: non più un racconto che ci restituisce il personaggio di una donna remissiva, ma che sa comunque essere anche determinata, un’immagine che trascolora – appunto – nella leggenda, bensì qualcosa di vero, che l’avvicina all’oggi, a partire dal testo, meno aulico, più strutturato su una prosa moderna, che sa sottolineare momenti universali e colpire con la forza delle parole; ma anche, come si diceva, attraverso una regia che riscopre il gusto della messa in scena, che fa delle diverse componenti della rappresentazione strumenti che battono all’unisono per trasporre il concetto di testo che supera tempo e spazio.

L’anteprima dello spettacolo Penelope, andata in scena al Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria, nell’ambito del Festival Miti Contemporanei, ha, dunque, proposto una sinergia tra scene (realizzate dalle giovani Francesca Gambino e Laura Laganà), luci, effetti e le musiche originali create da Mario Incudine, che sottolineano – con profonda dolcezza e rimandi alla tradizione lirico-romantica – i vari momenti. Strumenti che si uniscono e diventano racconto attraverso il fulcro dell’interpretazione: Teresa Timpano, giovane attrice e direttore artistico della compagnia Scena Nuda, non recita “semplicemente” il ruolo di Penelope, ma la incarna, “diventa” Penelope, rendendo quella sensualità e carnalità propria della drammaturgia creata da Tarasco. Lo fa con una recitazione intensa e allo stesso tempo misurata, sentita ed interiorizzata. La parola viene scarnificata, esaltata, la voce scandisce i termini di un dolore, di una sofferenza, di un amore, rendendo viva la parola stessa.

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foto ansa

Ma importante è anche l’impegno fisico: la fisicità, la corporeità del personaggio è fondamentale in questo spettacolo, è strumento narrativo, è corpo che diventa prosecuzione della parola,  prosecuzione della scena.

Un lavoro complesso, per portare in scena sentimenti: e Teresa Timpano dà vita a quei sentimenti, trasformando il Mito in realtà, sollevando la maschera che pone quasi un filtro tra questi due elementi, come tra attore e spettatore. Rendendo viva Penelope. Un lavoro anche intenso, dunque, sfaccettato, che ci riporta al gusto del vero senso del teatro: quell’unione riuscita tra testo, scene, regia, interpretazione, tra emozioni rese da immagini e parole, che il palcoscenico, a volte, sa ancora a creare.

Penelope

da Omero – Ovidio – Atwood

Drammaturgia e regia Matteo Tarasco

Interprete Teresa Timpano

Musiche originali Mario Incudine

Scene e costumi Francesca Gambino e Laura Laganà

Coproduzione Scena Nuda, Festival Miti Contemporanei, Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria

Festival Miti Contemporanei 2017/2018

Teatro Francesco Cilea – Reggio Calabria

23 febbraio



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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