L’Eyes Wide Shut di Strindberg: la ripresa della regia ronconiana di Danza Macabra

RENZO FRANCABANDERA | E’ sempre interessante rivedere regie dei grandi maestri quando non ci sono più. Gli archivi video fortunatamente hanno salvato tantissimi capolavori del teatro recente dall’oblio, ma è innegabile che l’arte dal vivo sia un’altra esperienza. Il teatro si vive in teatro.
Ecco allora che assume particolare merito la “ri-produzione” a cura di Teatro Metastasio di Prato e Spoleto57 Festival dei 2Mondi con la collaborazione di Mittelfest 2014 di Danza macabra di Strindberg, per la regia di Luca Ronconi.
Storia di una anziana coppia, autoesclusa da relazioni sociali, interpretata da Adriana Asti e Giorgio Ferrara che sono coppia anche nella vita, lo spettacolo ha avuto la sua prima rappresentazione al Teatro Caio Melisso di Spoleto (Pg) il 27 giugno 2014 durante il Festival diretto dallo stesso Ferrara.
La vicenda ha una cifra di passaggio dal vaudeville, genere principe all’epoca in cui è stato scritto (1900), verso una modernissima dimensione parossistica e morbosa: è una scrittura assai nuova per il suo tempo. Di fatto si tratta di una pièce decadente di profondità psicologica, capace di virare sul tono dell’assurdo.

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disegni realizzati dal vivo da Renzo Francabandera

Nel 1884 Strindberg, che fu scrittore di prosa, aveva redatto Sposi (Giftas in svedese) una raccolta di dodici racconti, mostrando in alcuni simpatia per le lotte sulla parità dei diritti delle donne che si avviavano in quegli anni (Casa di bambola di Ibsen è del 1879). L’anno successivo Strindberg scrisse un’ altra raccolta di racconti, secondo volume di Sposi, ma mentre le prime due storie del secondo volume sono empatiche rispetto alle questioni femminili, molte altre sfiorano la misoginia, e la prefazione dell’autore stesso incolpava le donne della persecuzione religiosa, della guerra e di tutte le principali disgrazie della storia. Entrambi i volumi furono scritti in un periodo in cui lo scrittore era ancora sposato con Siri von Essen, anche se la pubblicazione del secondo volume ebbe un effetto disastroso sul loro matrimonio, come conferma una biografia dell’epoca (Meyer, Michael. 1985. Strindberg: A Biography. Oxford Lives ser. Oxford: Oxford UP, 1987).

L’atmosfera gotica di questo racconto, incorpora anche le suggestioni della letteratura dark del tempo. Tre anni prima della stesura di Danza Macabra era uscito Dracula (1897) di Bram Stoker che aveva rinverdito il mito dei vampiri dopo il successo ad inizio secolo, a quando risale l’invenzione della figura orrorifica da parte di John William Polidori, medico personale di Lord Byron.
Strindberg che ebbe tre mogli e una vita artistica, personale e sentimentale vivacissima, in Danza di Morte (o Danza Macabra) racconta di una coppia (Edgar e Alice) chiusa in una dimensione claustrofobica, di auto reclusione e fallimento, rotta dall’arrivo di un terzo personaggio mellifluo e arrendevole, Kurt (Giovanni Crippa), parente di lei e artefice del loro incontro 25 anni prima. I due, che comunicano col mondo attraverso una stazione telegrafica e che hanno i figli lontani, vivono questa una dimensione di sfinimento ed esaustione reciproca, in modo mortifero (richiamato dalla scena “a lutto” sebbene ricercata e di decadente finta nobiltà, immaginata da Marco Rossi), davanti ad un enorme muro altissimo, invalicabile, su cui si aprono due finestre murate che si schiuderanno una sola volta, per rivelare la presenza di un mare che non si vede e si intuisce soltanto, dal rumore.
Questi tre individui, in un torbido rapporto a tre, di vampiresca suzione di ragioni di vita, cercheranno di indagare le profonde ragioni di ciascuno.
La regia porta i due uomini in momenti diversi ad essere proni rispetto all’intenzione della donna, ma in realtà questo squilibrio è solo temporaneo, il terzo incomodo uscirà poi di scena quasi come incidente della storia, componente erratica di un’immutabilità da teatro dell’assurdo, che infatti tornerà al suo immobile darsi, con un finale che pare riagganciarsi all’inizio, con i due sdraiati sui rispettivi catafalchi, come salme in attesa del trapasso all’Aldilà.

 

 

Quell’immobilismo ronconiano, il Largo sinfonico di molti suoi allestimenti, trova anche in Danza Macabra una sua profondità scientifica. L’equilibrio della restituzione scenica ruota intorno ai timbri e ai ritmi della Astri, più efficace nel rimanere al bordo fra figura tragica e maschera assurda. Ferrara indulge un po’ più spesso verso il parossismo del suo personaggio, che forse nella seconda parte, quella della sua presunta malattia, assume uno spessore più modesto.
Bene nel suo aristocratico servilismo Crippa, slave in abito elegante, aristocratico quanto inconsistente il personaggio nella lettura ronconiana di un carattere sostanzialmente transeunte. Di fatto una sorta di guardone rispetto alle vicende dei due, che su questo terzo individuo proiettano le loro paranoie.
Forse una sorta di Eyes Wide Shut della senescenza, quello che tenta Ronconi, con la coppia Ferrara-Asti, del cui riverbero sulla vicenda personale non è dato sapere, come fu invece per quella fra Cruise e la Kidman.
La maturità probabilmente è la chiave per l’accettazione.

 

DANZA MACABRA

di August Strindberg
regia Luca Ronconi
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa
traduzione e adattamento Roberto Alonge
scenografia Marco Rossi
costumi Maurizio Galante
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
produzione Teatro Metastasio di Prato, Spoleto57 Festival dei 2Mondi
con la collaborazione di Mittelfest 2014



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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  1. Danza macabra | l'eta' della innocenza

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