Il Nullafacente, ovvero il custode del Tempo

ANTONELLA D’ARCO | Nella sala Re_pubblica Madre del museo d’arte contemporanea di via  Settembrini a Napoli, lo scorso 24 e 25 febbraio, è andato in scena Il Nullafacente, l’ultimo testo di Michele Santeramo, per la regia di Roberto Bacci, produzione della Fondazione Teatro della Toscana.

L’allestimento site specific concepito per l’evento ha trasformato la ricettiva vocazione del Museo Madre da contenitore di cultura, attento all’arti performative, a luogo teatrale in senso stretto.

Il pubblico circonda e abbraccia la scena su due lati, esprimendo, con la sua presenza, l’idea inclusiva, e in qualche modo, partecipativa voluta dalla regia. Ma non si crea un «luogo unico», non è ristabilita «una comunicazione diretta fra spettatore e spettacolo, fra spettatore e attore», come avrebbe preferito l’Artaud de Il teatro e il suo doppio. La distanza fisica è solo apparentemente annullata; la distanza emotiva anche, in virtù del fatto che si assiste ad una storia, per l’appunto solo apparentemente, comune.

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Foto di Guido Mencari

Il vivere quotidiano di una coppia di mezz’età, scandito dalla malattia terminale di lei, è il tappeto drammaturgico di una scacchiera su cui Santeramo fa muovere le sue pedine: il Nullafacente e gli altri, la Moglie, il Fratello di lei, il Medico e il Proprietario di casa. E proprio come in una scacchiera, Roberto Bacci posiziona i personaggi. Da un lato ci sono il Fratello, preoccupato per le condizioni della sorella, il Medico, che s’intuisce aver avuto un legame con la donna, e l’avido Proprietario di casa, infuriato perché da mesi non riceve la quota d’affitto; dall’altro la Moglie e suo marito, il Nullafacente, che fa il suo ingresso in scena dalla platea, attraversando i due livelli, in una simbolica prefigurazione che lo inserisce in entrambi i luoghi, ma estraneo ad essi. La sua soglia è altrove, è sulla poltrona, assopito; è seduto al tavolo, mentre si massaggia i piedi, stanco dopo esser stato ai mercati generali per recuperare tutti gli scarti del sabato che diventeranno il ghiotto bottino prandiale; è a colloquio col suo bonsai, saggio e silenzioso confidente, l’unico in grado di rispondere ai suoi interrogativi esistenziali: “Come fai a rimanere sempre quello che sei? Non ti viene mai voglia di diventare una quercia? Da dove prendi la forza per restare bonsai? Da dove prendi la vita?”.

Il Nullafacente non fa niente. Lui non si preoccupa di andare a lavorare per fare la spesa, per pagare l’affitto o per comprare le medicine alla Moglie malata; lui non rassicura la donna e anzi non perde occasione per ricordarle il suo prossimo destino di morte. Non è la negligenza che detta il suo vivere, non la pigrizia, non la fine di un amore che spesso trasforma quel sentimento nel suo opposto; il Nullafacente ama molto sua Moglie e ama la vita, tanto da non volerla lasciare in balia dei desiderata e dei bisogni imposti dal mondo esterno e dagli altri.

Desideri e bisogni, infatti, sono gli elementi sui quali si costruiscono gli scontri verbali e di pensiero tra il Nullafacente e i suoi antagonisti, il Fratello, il Medico e il Proprietario di casa, delineati dalla scrittura di Santeramo come tipi universali, manichei nella loro assenza di sfumature, tutte concentrate, invece, nel dipingere i personaggi della Moglie e del protagonista. Lei, se in un primo momento condivide la vita condotta dal compagno, per il dolore e per la paura vorrà poi ribaltare completamente la sua posizione, trascinando anche lui nella trasformazione, temporanea e reversibile, da Nullafacente a Marito. Marito, adesso, con la “M” maiuscola perché non più semplice apposizione, ma personaggio, o per meglio dire finto personaggio a cui il Nullafacente presta corpo e parole, pur restando profondamente avvolto dalla sua atarassia. Non è mancanza di qualcosa, bensì affermazione di sé e delle proprie reali urgenze, tra le quali la più necessaria è il Tempo, il recupero di esso, che l’uomo, nel suo filosofare, vede sottratto agli uomini dalla società dei consumi.

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Foto di Guido Mencari

La battaglia intrapresa dall’acuta e sensibile penna di Santeramo contrappone il fare e il non-fare; il pieno, inteso come cumulo di azioni ripetitive e inani che distraggono la mente e riempiono insensatamente le giornate, e il vuoto, questo sì, la vera pienezza, che si esprime nella scelta consapevole di riappropriarsi del tempo a disposizione, senza limitazioni di sorta imposte dal vivere collettivo, ma assecondando la Natura e la propria natura. Il personaggio, di cui l’autore pure  indossa la sciatta vestaglia e le pantofole, diventa il custode del Tempo, del suo tempo, quello che i Greci, riconoscendone la preziosità, indicavano con κρόνος, per il fluire degli attimi in senso cronologico e con καιρός, per descrivere il momento giusto, propizio, l’occasione. Ogni momento è giusto per il Nullafacente: “Il futuro non esiste e non esiste neanche il passato, cioè esiste in quest’attimo che è già finito”; ed è solo la fine di ogni cosa, la morte – della moglie -, l’esaurirsi del tempo che avviene attraverso il suo inesorabile scorrere, l’unica azione che gli viene imposta e a cui non può opporsi.

IL NULLAFACENTE

di Michele Santeramo

regia, spazio scenico Roberto Bacci

con Vittorio Continelli, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Michele Santeramo, Tazio Torrini

musiche Ares Tavolazzi

luci Valeria Foti, Stefano Franzoni

assistente alla regia Silvia Tufano

allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni

immagine Cristina Gardumi

foto Guido Mencari

produzione Fondazione Teatro della Toscana



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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