Dynamis/Ferracchiati, il bianco e nero della questione identitaria

M2 - Dynamis _ ph. Cristiano Minichiello/AGF

@ Cristiano Minichiello/AGF

MATTEO BRIGHENTI | Il forte è la misura di tutte le cose. Di fronte alla minoranza e alla diversità il relativismo di Protagora è di una parte soltanto: la realtà è l’interpretazione di chi ha il potere di sancire ciò che è e ciò che non è.
Stando a di Dynamis e Un eschimese in Amazzonia di Liv Ferracchiati, tale ordine costituito sulla paura e sulla violenza è un “dominio di parola” contro chi, gruppo o individuo, cerchi di autodeterminarsi. Un criterio di legittimità, verità, moralità, tanto “naturale” che viene rappresentato dal dispositivo scenico stesso.
Sul palco della Tenuta dello Scompiglio a Capannori, provincia di Lucca, sette persone sono raggruppate in fondo a destra dietro una linea verde, poco più avanti un MacBook rimanda in video le onde di un mare da cartolina ripreso dalla spiaggia. Francesco Turbanti sembra sia venuto a prendere il sole, a farsi un bagno, e invece è il tutor ingellato/poliziotto di frontiera di , la performance partecipata di Dynamis.
La voce fuoricampo di Dalila Rosa ci spiega che quei sette sono volontari individuati tra gli spettatori prima dell’inizio per dimostrare l’abitabilità di un metro quadro, segnato da Turbanti con dello scotch verde al centro del palcoscenico. La geometria è neutra, ma la scena ricorda quella di un crimine, per via di alcuni segni a terra su cui sono posizionati il computer, una bottiglia d’acqua, lo scotch, un metro, un cellulare, un manganello. Paiono indizi repertati: il quadrato sarebbe quindi il luogo di un delitto.

M² - Dynamis_ ph. Cristiano Minichiello/AGF

Foto di Cristiano Minichiello/AGF

Dietro la linea di partenza potevano assumere qualunque posizione, nello spazio circoscritto dell’arrivo non è possibile. L’esperimento si basa sulla resistenza: chi esce dal quadrato perde. Come un Tetris, un Twister teatrale, spinge i corpi al limite dell’impenetrabilità, le mani, i piedi, le braccia, le gambe, sono “pezzi” da comporre per eseguire il “puzzle” di ordini che piovono dall’alto. La posizione dell’uno influisce sull’altro, lo condiziona: il processo decisionale deve essere collettivo, le decisioni vanno prese e attuate tutti insieme. Altrimenti, l’incastro non funziona e si cade fuori dai confini. Così il gruppo, da semplice aggregato, evolve in piccola comunità.
Diverte vederli alle prese con impensabili equilibrismi per soddisfare richieste assurde, come prendere la bottiglia, lontana laggiù, senza uscire dal metro quadro. Ci siamo dimenticati del mare, perciò non ne afferriamo il senso drammatico. Sono buffi, ma la libertà è comunque ristretta al quadrato e anche il loro leader, incaricato per acclamazione, è un fantoccio. Il vero capo è la voce fuori campo, cioè il dispositivo, di cui peraltro il tutor/poliziotto è ugualmente una pedina.
Lo slittamento a “universo concentrazionario” è graduale e spietato. Viene imposto ai sette di levarsi le scarpe e poi di ballare e restare immobili quando viene tolta la musica. La tensione sale, Turbanti fa roteare il manganello, per lunghi istanti la paura è reale. non è più un gioco, ne ha persa qualsiasi apparenza.
Quando cala la notte e il gruppo si “addormenta”, Rosa rivela il terribile inganno: ci troviamo su una carretta del mare, quelli sono migranti e il tutor/poliziotto è uno scafista. Niente è troppo piccolo, stretto, angusto, per chi ha il potere di determinarlo. Si è arrivati a stipare fino a 8,3 persone in un metro quadro, uomini, donne, bambini, costretti a restare immobili ore e ore per mantenere in equilibrio imbarcazioni di fortuna, e obbligati a eseguire ordini come quelli che prima ci facevamo ridere.
Le sette persone che hanno giocato fin qui si riprendono le scarpe e se ne vanno in silenzio. Il portatile rimanda ancora l’immagine e il rumore delle onde, mentre il quadrato resta lì come un pozzo senza fondo, un occhio rovesciato, una tomba. Da gennaio i morti nel Mediterraneo sono già 200.

M² - Dynamis_ ph. Cristiano Minichiello/AGF

Foto di Cristiano Minichiello/AGF

ci inchioda nel ruolo dei complici, mostrando che tutto sta avvenendo davanti a noi e (perché) noi non ce ne accorgiamo. Al tempo stesso, scuote le coscienze, permettendoci di sfiorare il ruolo delle vittime, attraverso una prova concreta della loro condizione. Tanto che dovrebbero estenderla a tutto il pubblico, magari alternando, nella medesima sera, gli “attori” e gli spettatori.
Il corpo stretto dai condizionamenti di Dynamis diventa esso stesso un limite per Un eschimese in Amazzonia di Liv Ferracchiati e della sua compagnia The Baby Walk. Il titolo è una citazione di Porpora Marcasciano, la presidente del MIT (Movimento identità transessuale). Descrive la condizione del transgender di fronte alla società, come si sente e, insieme, viene percepito: un corpo “estraneo”, “uno e bino”, se così si può dire, che prescinde la tipica dicotomia sesso/genere, omosessuale/eterosessuale, maschio/femmina. Lo spettacolo conclude la Trilogia sull’identità e nella forma di studio, con cui ha vinto il Premio Scenario 2017 ex aequo, lo avevamo incontrato al Terni Festival insieme agli altri due capitoli, Peter Pan guarda sotto le gonne e Stabat Mater.

Un eschimese in Amazzonia - Liv Ferracchiati_ ph. Valdina Calzona

Liv Ferracchiati @ Valdina Calzona

“È sbilenco e deve esserlo” dice Ferracchiati nell’incontro con il pubblico dopo il debutto, quasi assoluto, al Teatro Cantiere Florida di Firenze. L’andamento, infatti, oscilla tra l’uomo rinchiuso nel corpo di donna, l’incerto eschimese di Liv Ferracchiati in persona, e la solida Amazzonia di Greta Cappelletti, Laura Dondi, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli. Si procede per tentativi, lasciando spazio anche all’improvvisazione e accettando, di conseguenza, l’errore. La scena rispecchia la sua visione secondo cui il transgender non ha un percorso di vita definito (nessuno, invero, ce l’ha del tutto), al contrario della società, che si esprime in coro con sicurezza pari solo alla sicumera.
Dunque, il modello binario rigettato da Marcasciano viene recuperato a tal punto da diventare l’opprimente dispositivo di Un eschimese in Amazzonia. “La presenza imprevista che sfida le regole e impone uno spostamento dello sguardo, raccontandosi con disarmante naturalezza” e “il coro ritmato e incalzante della collettività che vuole risposte certe”, secondo la motivazione del Premio Scenario, sono binari paralleli che si legittimano a vicenda: non portano l’eschimese a compiere la sua rivoluzione identitaria né la società a completare la propria restaurazione sessista. Servono soltanto a costruire frasi a effetto, tipo “posso partorire, sarei un ottimo padre”. Dovrebbero restituire la complessità del tema e invece lo banalizzano e mortificano.

Un eschimese in Amazzonia - Liv Ferracchiati_ ph. Valdina Calzona

Un eschimese in Amazzonia @ Valdina Calzona

Le “battute” dell’eschimese vanno pari passo con la “delicata sfrontatezza”, così la definisce ancora Scenario, in bocca soprattutto all’Amazzonia, cioè una trivialità spinta e ossessiva, come già avevamo rilevato a Terni. Sembra allora che Un eschimese in Amazzonia rincorra di continuo stereotipi su un mondo sociale unicamente morboso, retrogrado e lobotomizzato dalla televisione, per trovare conforto e sostegno alla ragione della propria causa. Fondata sul filosofo trans Paul B. Preciado, ma anche sulla “mascolinità” del calcio e di Oliver Hutton di Holly&Benji, sulle “queer” Lady Oscar, Elsa di Frozen e Amanda Lear, sulla Vita spericolata di Vasco Rossi.
L’eschimese non riesce o non vuole dire come stanno davvero le sue cose. Preferisce nascondersi dietro montagne di volgarità, associazioni ardite e nonsense, sperando forse di difendersi dal timore di un rifiuto. Tra ricostruzione e immaginazione dell’infanzia, del matrimonio e del funerale, la sua autobiografia finisce così per non suscitare adesione convinta né indignata repulsione, piuttosto una via mediana di compassione per una rivolta spenta nella solitudine.

Un eschimese in Amazzonia - Liv Ferracchiati _ ph. Valdina Calzona

Foto di Valdina Calzona

“Perché non vi fate la vostra identità che io mi faccio la mia?” (si) domanda a un certo punto di Un eschimese in Amazzonia. Se è vero che il “fatto teatrale”, come ha sostenuto nell’incontro con il pubblico, non ricalca il “fatto biografico”, e semmai è con il primo che ha approfondito il secondo, Liv Ferracchiati deve uscire dal cono d’ombra del palleggio finale in stile Viaggi di nozze di Carlo Verdone, dalle vuote commistioni pop e dalle sterili provocazioni da post su Facebook. E ritrovare l’identità degli inizi: un teatro dal “realismo inventivo”. Peter Pan guarda sotto le gonne aveva indicato il cammino.

ideazione e realizzazione Dynamis
progetto sviluppato nell’ambito di un laboratorio teatrale per rifugiati politici svolto a Roma nel 2015
prodotto da Teatro Vascello – Centro di Produzione Teatrale “La Fabbrica dell’Attore”
in collaborazione con Onlus Asinitas

Tenuta dello Scompiglio
Capannori, Lucca
Sabato 24 febbraio 2018

Un eschimese in Amazzonia
Trilogia sull’identità – Capitolo III
Premio Scenario 2017 ex aequo

ideazione e testo Liv Ferracchiati
scrittura scenica di e con Greta Cappelletti, Laura Dondi, Liv Ferracchiati, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli
costumi Laura Dondi
luci Giacomo Marettelli Priorelli
suono Giacomo Agnifili
organizzatrice di compagnia Sara Toni
ufficio stampa Roberta Rem
progetto compagnia The Baby Walk
produzione Teatro Stabile dell’Umbria / Centro Teatrale MaMiMò / Campo Teatrale / The Baby Walk
in collaborazione con Residenza Multidisciplinare Presso CAOS – Centro Arti Opificio Siri Terni

Teatro Cantiere Florida
Firenze
Giovedì 8 marzo 2018



Categorie:In evidenza, Novità, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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