Serra/De Summa, aggiungi un’ombra a tavola

Macbettu -  Alessandro Serra

Macbettu @ Alessandro Serra

MATTEO BRIGHENTI | La tavola è la prova di forza dell’ignoto quando le regole, le gerarchie, i rapporti, non sono condivisi, ma imposti. Di solito riunirsi significa confermare lo scambio, il confronto tra pari, che inizia prima e continua anche dopo. Un rito per l’appunto “conviviale”, di chi “vive insieme”, in allegria e spensieratezza, un clima perlopiù disteso e sereno. Non è affatto così né per Macbettu, né per Edi, l’uno carnefice della corte di Macbettu di Alessandro Serra, l’altra vittima della famiglia de La cerimonia di Oscar De Summa. Si “siedono” con modi diversi da parti opposte, per lui la sconfitta e per lei la rivincita, eppure entrambi dimostrano quanta malvagità, uguale e contraria, scateni imporre le proprie scelte agli altri.
La luce non si fa mai alba di un nuovo giorno sulla “Inverness in Barbagia” di Serra, come Renzo Francabandera ed Elena Scolari intitolano il loro dialogo critico su PAC, a cui rimandiamo per il dettaglio dell’analisi dei segni del Premio Ubu 2017 come Miglior spettacolo dell’anno. È una riscrittura urticante, claustrofobica, che traduce, ma non tradisce, l’anima di Macbeth. L’aspra terra di Sardegna sprigiona da un teatro elementale, legato com’è agli elementi naturali e ai nostri invisibili spiriti guida.
Una “capacità espansiva” che porta Macbettu oltre la scena e il palco del Teatro Cantiere Florida di Firenze, dentro quel ritaglio d’ombra ancestrale, animalesco, barbaro, dell’uomo reclutato alla violenza dal male. Cioè, la vita alla luce della morte. “Un’ombra che cammina”, secondo la lezione di Shakespeare, “un povero attore che si agita e pavoneggia”.

Macbettu - Alessandro Serra

Foto di Alessandro Serra

Così, il gioco scenico di Alessandro Serra è dichiaratamente scoperto, non per questo è meno evocativo, anzi, riesce là dove in Frame aveva fallito ovvero costruire un regime “di natura” in cui nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Il banchetto in onore di re Macbettu è il punto di non ritorno di una tale discesa nell’allucinazione di una volontà di potenza. Le americane vengono calate sul palcoscenico a mo’ di lumi e le porte/confini di questa Scozia barbaricina servono ora da tavola per versare il vino e spezzare il pane carasao. Cristo, però, non è tra loro, è il fantasma dell’assassinato Banquo, il rivale di vaticinio, che solo lo sconvolto Macbettu vede. Siede al suo posto e poi incede sulla tavola spezzando il pane con i piedi.
Questa sorta di Ultima Cena rende grazie alla vendetta di un salvatore cadavere, al sangue che chiama altro sangue, nella notte infinita che ha ucciso il sonno per mano della bramosia di potere. Esso è simboleggiato da una piccola e insignificante sedia di legno, lo schienale sormontato da due picche e nessuna seduta: comandare è cadere nel nulla. Per questo, per niente si è sporcato le mani Macbettu, peraltro incarnazione dell’uomo del Nuovo Mondo (e, di conseguenza, dell’era atomica) secondo l’interpretazione che Archivio Zeta dette di Macbeth attraverso Faulkner.

La cerimonia - Oscar De Summa_ph. Duccio Burberi

La cerimonia @ Duccio Burberi

Allo stesso modo del “povero attore” ricordato nel celebre monologo shakespeariano anche Edi “si agita e pavoneggia” sulla scena de La cerimonia di Oscar De Summa rivendicando “la sua ora”, il suo momento. Qui la tavola è il centro e unico elemento di una scenografia completamente bianca, uno spazio cieco come il vicolo in cui finisce l’analisi di De Summa delle famiglie e dei giovani di oggi. Del resto, la solitudine, l’assenza di legami, stimoli e argomenti di cui parlare, sono ben presagiti dal fatto che la tavola è completamente vuota.
La madre e il padre, Giò e Laio, sono ai due capi estremi, a sinistra e a destra. Edi e lo zio Tire sono seduti a fianco sul lato a favore del pubblico. I genitori, per così dire, sono tanto potenti quanto distanti dal conoscersi e conoscere cosa succede in casa, in particolare, alla figlia adolescente; gli altri due sono vicini e quindi concordi, per via di una maggior complicità e intesa reciproca.
La disposizione dei posti a sedere restituisce fin da subito la struttura drammaturgica dello spettacolo, gli adulti a scontarsi tra di loro e con l’adolescente e in mezzo lo zio, non più giovane, ma non ancora cresciuto, a far da mediatore e consigliere. Ruoli modello, archetipi e infatti l’ispirazione di Oscar De Summa viene dal mito classico, di cui resta traccia nei nomi dei personaggi: ‘Edi’ è il troncamento di ‘Edipo’, ‘Giò’ di ‘Giocasta’, ‘Tire’ di ‘Tiresia’, mentre ‘Laio’ è rimasto com’era.

La cerimonia - Oscar De Summa _ ph. Duccio Burberi

Foto di Duccio Burberi

Il complesso edipico è inteso in termini lacaniani ovvero la figura paterna è la legge del limite, del non tutto è permesso. È essenziale per introdurre una mancanza necessaria al figlio per fare del desiderio lo slancio verso il proprio avvenire. Se il padre/argine viene meno, si aprono davanti tutte le possibilità, che corrisponde a non averne nessuna. E allora i ragazzi galleggiano, al pari di Edi, sulla superficie di bisogni materiali, consumati con la stessa velocità con cui sono prodotti dal mercato.
Questo substrato analitico affiora sul palco del Teatro delle Arti di Lastra a Signa, provincia di Firenze, nell’entrare e uscire di caratteri fortemente stilizzati e tipizzati: la madre protettiva di Vanessa Korn, il padre insicuro di Marco Manfredi, la figlia strafottente di Marina Occhionero, lo zio burlone dello stesso De Summa. Di quadro in quadro, sottolineato dall’alternanza buio-luce e da una playlist musicale anni ’90, il tono di voce è identico e la fisicità è immutata. Gli attori paiono impegnati più a dire le battute che a sentirle. Un artificio come fu per Riccardo III e le regine.
Pertanto, i quattro non interpretano i loro personaggi, ma il copione che essi dicono con finta naturalezza, “i segni dissolvono i sogni” oppure “scegli nel corpo le parti da cantare”: una lingua che vorrebbe sfoggiare una tragicità aulicamente contemporanea e, invece, fa l’effetto di un Crepet a Porta a porta. Tutto è frontale, come la tavola, rivolto agli spettatori, che possono anche leggere le frasi principali proiettate sul fondo; poco avviene a beneficio della rappresentazione della storia, impegnati come sono nella sua dimostrazione o spiegazione pubblica. Giò, Laio, Edi e Tire sono quindi interrotti di nome e di fatto, sono canzoni di cui sentiamo praticamente solo le basi, parole che non fanno succedere ciò che affermano.

La cerimonia - Oscar De Summa _ ph. Duccio Burberi

Foto di Duccio Burberi

Vuoto che non è mai pieno non è tanto l’animo di Edi, quanto l’intera narrazione. Pur con tutte le accelerazioni burlesche impresse da Tire, l’unico che cerca di far capire alla ragazzina quanto la vita sia importante e si assottigli con il passare degli anni. A patto di scegliere ciò che vuole lei e non ciò che i grandi o la società le dicono di volere. Lo zio, però, è lo zio, non può sostituirsi al padre: anche lui ha il suo posto alla tavola della cerimonia del titolo, la cena di fine millennio preparata da Edi.
Il rancore, la paura, partoriscono un macabro tiro ai convitati. Un ultimo atto che pare decisivo per cambiare le cose, per darle la possibilità di tornare a desiderare. L’alzata di testa finisce per essere una ribellione soltanto a parole, teatrale, per finta. Anch’essa per niente. Ma se in Macbettu quel niente è del protagonista, per stigmatizzarne la violenza, ne La cerimonia appartiene allo spettacolo stesso. S’interrompe sul mutamento in atto, abbandonando Edi al suo destino, proprio quando si è costruita “la sua ora”, la sua rivincita prima dell’oblio che tutti aspetta.

Macbettu

Premio Ubu 2017 Miglior spettacolo dell’anno

tratto da Macbeth di William Shakespeare
di Alessandro Serra
con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino
traduzione in sardo e consulenza linguistica Giovanni Carroni
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
regia, scene, luci, costumi Alessandro Serra
musiche pietre sonore Pinuccio Sciola
produzione Sardegna Teatro
in coproduzione con Teatropersona
con il sostegno di Regione Autonoma della Sardegna / Assessorato al Turismo | Fondazione Pinuccio Sciola | Cedac Circuito Regionale Sardegna | Regione Toscana Sistema Regionale dello Spettacolo Dal Vivo
si ringraziano i comuni di Palau e Carbonia

Teatro Cantiere Florida
Firenze
Giovedì 15 marzo 2018

La cerimonia

di Oscar De Summa
regia Oscar De Summa
con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero
scene e costumi Lorenzo Banci
luci Roberto Innocenti
produzione Teatro Metastasio di Prato

Teatro delle Arti
Lastra a Signa, Firenze
Venerdì 16 marzo 2018



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