In salvo dal Diluvio sull’arca di Amendola-Malorni

ANTONELLA D’ARCO | “Ecco la messa in scena del mio ultimo spettacolo”: Bob Dylan canta I want you;  il rumore della pioggia battente si fa sempre più forte tanto da coprire sia le parole del menestrello d’America sia le parole di lui, Valerio, attore romano trentacinquenne, in crisi.

Opportunità mancate e negate; degrado culturale e personale; perdita dell’umanità che la logica delle politiche personalistiche e del mercato globalizzato ha generato; sconforto e rabbia per il lavoro che non c’è; rassegnazione e rivalsa sono le gocce che compongono la pioggia torrenziale che bagna il corpo e la mente di Valerio. Un diluvio da cui mettersi in salvo e mettere in salvo anche la sua famiglia: Mary, la compagna, e Cora, la sua bambina di soli tre anni.

Cosa fare? Costruire un’arca come un novello Noè? Ma non c’è un dio a proteggere la sua impresa. Non gli resta che partire, raggiungere una nuova terra,  promessa di tante speranze. Ecco la messa in scena de L’uomo nel diluvio di Simone Amendola e Valerio Malorni, premio In-Box 2014, di nuovo in Campania, per il cartellone del Teatro Civico 14 di Caserta.

Afflitto dal tempo e dal suo tempo, Valerio regge un orologio, un peso insostenibile che non si fa più lieve neanche se condiviso. La dimensione dell’attore, infatti, non appartiene solo a lui, ma diventa universale proprio nella percezione del tempo: quello che si ha alle spalle è mancanza, quello che si ha davanti non ci appartiene e il tempo che si vive, in quanto Storia, produce delusioni e false aspettative.

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Spogliato del completo di gessato blu, sgualcito, con il quale si era presentato al pubblico, Valerio rimane in canottiera e mutande, condizione esistenziale per chi è in attesa di vestire abiti nuovi. Inizia il suo viaggio, il nostro.

Se Noè era in cerca di “un’umida e fertile superficie del suolo”, Valerio cerca una “nuova fertilità; se Noè era stato costretto a partire dal comandamento di Dio, Valerio è costretto a partire dall’azione di altri uomini come lui; se Noè aveva affrontato il Diluvio Universale, è “sociale, generazionale, teatrale” e ancora “indifferenziato, pensionato, precario, disoccupato” il diluvio che deve affrontare Valerio; se Noè aveva costruito un’arca, Valerio ha costruito, col cartone, la sagoma di un’arca che somiglia di più alla vasca da bagno nella quale si rifugia quando vuole stare da solo e nella quale affoga pensieri e preoccupazioni.

Il primo dei tre quadri scenici che compongono la struttura de L’uomo nel diluvio è montato proprio sui pensieri e le preoccupazioni dell’uomo, padre, marito e attore. Con potenza e ironia Valerio Malorni riversa in scena la verità delle parole, attraverso il corpo e la voce. «Un attore con una forte sensibilità per la scrittura» lo ha definito Simone Amendola, durante l’incontro ATTORE/AUTORE > < AUTORE/ATTORE, organizzato dal Teatro Civico 14, tra il pubblico e i due artisti. Una sensibilità agita a quattro mani nella stesura della drammaturgia e nelle visioni che restituisce la regia. Una sensibilità costruita sui diversi livelli di verità presenti e di cui parla ancora Amendola, nell’incontro.

Valerio è attore e personaggio, abita la verità tout court e la verità della finzione, percorrendo il testo, una pioggia battente anch’esso, schietto, acuto, simbolico nel descrivere la realtà di un animo costretto alla fuga. Vademecum per i fuggiaschi italiani è la Guida pratica di Buttazzi-Di Cagno, che istruisce i profughi del Sud dell’Europa su come sopravvivere a Berlino. I passi del libro che vengono letti sono anticipazione delle immagini in soggettiva, proiettate sulla sagoma di cartone dell’arca. Il secondo frammento, infatti, il viaggio vero e proprio, è affidato alla camera, in una commistione di codici – in questo caso mutuato dai documentari e dal cinema, mondo da cui proviene Amendola –  che scandisce il flusso narrativo verso l’epilogo: Valerio a Berlino.

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Straniero in terra straniera, trova il primo lavoro disponibile. Sente forte la mancanza della sua famiglia, ma non piange e non fa neanche più l’attore. Fin quando, un evento fortuito, lo mette in relazione con l’Istituto di Cultura Italiano, solito organizzare ogni anno una rassegna teatrale. Valerio trasforma, allora, il suo Diluvio in Diluvien. Lo spettacolo riscuote grande successo; il critico Ulrich von Loyen ne scrive così: «si è sparsa la voce che qualcosa si muove. Che nella programmazione teatrale dell’Istituto si è rotto qualcosa. Non più silenzi e depressioni composte, ma vita. Non più turbamenti medio borghesi dei giovani berlinesi, ma pancia».

La vittoria di Valerio è la sconfitta di Italia e Germania, rispettivamente la prima un luogo dove sta morendo la società, la seconda un luogo dove stanno  morendo le persone, parafrasando ancora una volta la recensione di von Loyen, la più adatta a raccontare, oltre a Diluvien, anche L’uomo nel diluvio.

La penna sopra le righe dello ‘Der Spiegel è il pubblico, o quanto meno sta dalla stessa parte del pubblico. É tra le sue mani che lo spettacolo di Amendola-Malorni consegna il remo per vogare quanto più forte e allontanare l’arca dal diluvio. Con quel gesto simbolico e concreto sembra che Valerio, uomo solo, voce di un monologo universale, per la maggior parte incompreso, suggerisca, proprio nella sua solitudine, di riappropriarsi della collettività, nell’arte, nella società e nella messa in scena del suo ultimo spettacolo, che vorrebbe durasse una vita, la sua, la nostra.

Blue Desk presenta

L’UOMO NEL DILUVIO

uno spettacolo di Simone Amendola e Valerio Malorni

interprete Valerio Malorni

idea, testo e regia Simone Amendola e Valerio Malorni

residenza produttiva Carrozzerie n.o.t.

con il patrocinio di Roma Capitale

con la collaborazione di Interno 5/Start



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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2 replies

  1. …..”fuggire sempre dalle situazioni pericolose”A REMO LEVATO(a gambe levate)…..

  2. …..”fuggire sempre dalle situazioni pericolose”A REMO LEVATO(a gambe levate)…..

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