Il giardino dei ciliegi secondo Kepler-452: psicologia del “posto della vita”

RENZO FRANCABANDERA | Scenario: sei sempre vissuto nella casa con quel giardino bellissimo, o magari era la casa dei nonni in campagna dove andavi a passare l’estate. Lì sono successe le cose importanti della tua vita: il primo bacio, il parto improvviso di tua sorella, la scomparsa della nonna, le corse in bicicletta in libertà, i primi passi dei figli. Poi un giorno questo posto sparisce. Ti viene sottratto per qualche ragione. Magari sapevi anche che andava a finire così, ma un po’ per indolenza un po’ per impossibilità, non sei riuscito ad evitarlo. E il destino si è compiuto, tagliando quel legame che esisteva da sempre, in alcuni casi da prima che tu nascessi: il giardino dei ciliegi di Čechov, insomma.
Il trauma conseguente è uno dei lutti del nostro vissuto intimo, studiato in psicologia. L’attaccamento ad un luogo (place attachment) è il legame emotivo tra una persona ed un luogo, uno dei concetti principali nella psicologia ambientale (environmental psychology).
Poco si sa dei cambiamenti neurologici che rendono possibile l’attaccamento al luogo, a causa dell’attenzione a volte esagerata sugli aspetti sociali da parte degli psicologi ambientali, e ovviamente anche delle difficoltà nel misurare l’attaccamento ad un luogo nel tempo, per via della pesante influenza delle esperienze e delle emozioni soggettive sul grado di affezione.
Questa relazione è, come ovvio, fortemente influenzata dalla natura di ciascun individuo e dalle sue esperienze personali, tanto che c’è una considerevole letteratura scientifica dedicata al tentativo di comprendere ciò che rende un luogo così “significativo” da sviluppare l’attaccamento. Sorvoliamo qui sulla parte scientifica per lasciare solo la suggestione del modello “delle tre P”, sviluppato da Scannell e Gifford (2010), che definisce le variabili della connessione al “luogo dell’anima” appunto come frutto dell’interazione fra tre P: Posti, Persone, Processi.

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disegni realizzati durante lo spettacolo da Renzo Francabandera

D’altronde non è un mistero che Il giardino dei ciliegi sia stato letteralmente ispirato da esperienze personali vissute dal drammaturgo russo, con la madre che si era ritrovata giovanissima sommersa dai debiti, dopo essere stata truffata da alcuni costruttori proprio mentre un   precedente inquilino, che si era offerto di aiutarla finanziariamente, poi segretamente aveva comprato la casa in costruzione per sé; una serie di malrovesci  finanziari che portarono la famiglia di  Čechov a vendere la casa d’infanzia per estinguere i debiti. La trama del suo ultimo lavoro per il teatro ripercorre i fatti che si erano impressi nella psiche del giovanissimo Anton, che evidentemente a quei luoghi era legato da questo vincolo emotivo di place attachment, tanto che poi nella sua vita aveva scelto di trovar casa fuori Mosca, darsi al giardinaggio e piantare un suo personale giardino dei ciliegi.
A toppa di tutto, andò a finire che lo stesso Čechov, dopo che in vecchiaia si era dovuto trasferire a Jalta per questioni di salute vendendo la casa in campagna, fu sconvolto dalla notizia che il nuovo Aproprietario della tenuta aveva abbattuto buona parte dei ciliegi del suo giardino. Più da psicanalisi di così… ci crediamo che poi la gente si dà al teatro!

Ma questo succede a tantissimi altri. Ed è successo anche ad Annalisa Lenzi e Giuliano Bianchi, che hanno vissuto trent’anni in una casa colonica concessa in comodato d’uso dal Comune di Bologna, in quanto fondatori di un’associazione che si occupa di animali (dal controllo della popolazione dei piccioni, all’accoglienza di animali esotici o pericolosi).

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Una casa di voliere, gabbiette e gabbie grandi per babbuini, la loro, e poi umanità di periferia, carcerati, una famiglia rom ospite, in zona Pilastro, dove prima c’era davanti a loro un campo di girasoli e ora sorge F.I.Co.
Inaugurato nel 1966 nella parte Nord Est della città, il quartiere era un simbolo della politica urbanistica del PCI, con molte case popolari per i profughi di ritorno dalla Libia, dopo l’ascesa di Gheddafi, e per gli immigrati meridionali che lavoravano nelle fabbriche del bolognese. Poi un palazzo gigantesco, il virgolone, lungo 700 metri con centinaia di case di edilizia popolare, e gli anni della Uno Bianca, il campo rom, e via via fra contraddizioni demografiche ed evoluzione sociale fino al 2013, quando dopo operazioni di innalzamento monstre delle cubature edificabili, agli altri centri commerciali già presenti in zona e alla facoltà di Agraria, si aggiunge, all’interno del mercato ortofrutticolo CAAB, F.I.Co (Fabbrica Italiana Contadina), frutto del duo Farinetti & Segré.

In sintesi Annalisa e Giuliano vengono sfrattati nel 2015 nell’ambito delle operazioni di riqualificazione dell’area e di dismissione da parte del Comune di molte unità abitative, ricollocate altrove.
Si interrompe per la coppia Lenzi/Bianchi il rapporto con questo luogo magico, in cui si è sviluppato per trent’anni un patrimonio di animali, relazioni, semplice fare della vita, davanti ai grandi cambiamenti della città.
Viene a conoscenza della vicenda Nicola Borghesi, fondatore della compagnia Kepler – 452, che insieme ad Enrico Baraldi e Paola Aiello, sta lavorando ad un allestimento de Il giardino dei ciliegi. E l’illuminazione è immediata.
Il duo incarna proprio il trauma del distacco dal luogo dell’anima e la compagnia lavora  incrociando i temi del tempo presente con le questioni centrali del classico: in una trasposizione di senso efficace ed originale, queste due persone, fragili, umili, incapaci di un’integrazione dentro un sistema del lavoro multitasking e iperproduttivo, ma a loro modo preziosi ed efficaci in quello che assolvono, perdono il loro piccolo paradiso di periferia. Lo spettacolo intreccia le vicende, salta dalla campagna russa alla Bologna delle speculazioni edilizie, mescola l’intraprendenza imprenditoriale di Lopachin che vuol costruir casette abbattendo i ciliegi, con le politiche di “riqualificazione” del Comune di Bologna, che disumanizzano questa periferia, realizzando strutture colossali, di cui il tempo giudicherà l’impatto sulla collettività.

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Così la tragica festa dell’inizio dell’atto terzo che si organizza proprio il giorno della messa all’asta del giardino con gli alberi da frutto, diventa, nell’allestimento, una trovata dal punto di vista scenico assai potente, con alcuni spettatori chiamati a partecipare sul palco ad un rito che da festivo diventa quasi funebre, trasformandosi nella cacciata a mezzo telegramma della coppia bolognese dalla sua casa, che termina con uno straziante monologo di lei: racconta del distacco da quel posto, dalla figlia, dagli animali, del pappagallo che la rincorre per non essere abbandonato.
La scenografia di Letizia Calori, valorizzata dalle luci di Vincent Longuemare, richiama il verosimile caos di questa casa ad altissimo coefficiente di vitalità romantica: le gabbie, i pacchi, le luci calde di un camino che non vediamo ma c’è.

Spesso rompendo la quarta parete, la bella regia di caos “mitteleuropeo” firmata da Borghesi (bene anche come interprete) annoda ad uno dei temi fondanti del classico cechoviano, un’intrigante lettura dell’oggi, con l’intuizione di farla interpretare ai veri protagonisti, la cui verità quasi fagocita la teatralità, nel rinnovare ad ogni replica in loro il trauma dell’allontanamento.
Una verità quasi ferina per la sua onestà, che fa venire in mente i discorsi di Castellucci sulla difficoltà del teatro di confrontarsi, quando si trova sullo stesso palco, con la sincerità, di cui gli uomini sono capaci in rarissime occasioni secondo il fondatore della Raffaello Sanzio, e di cui sono naturali interpreti invece gli animali (uno dei motivi appunto della non rara presenza di bestie in scena, soprattutto nei primi allestimenti della Societas).
Kepler corre questo rischio, in un match con l’onestà che diciamo così, il teatro intende perdere per scelta politica della compagnia. In alcuni round (si citava la festa, il finale, ma non sono i soli) l’operazione ha una sua notevole potenza.

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foto di Luca Del Pia

C’è un libro a cui sono affezionato, per la sua chiarezza esemplare nell’individuare alcuni temi fondanti della costruzione drammaturgica, ed è La dramaturgie di Yves Lavandier, tradotto da Corinna Larcher per Dino Audino Editore con il titolo, forse un po’ didascalico, L’ABC della Drammaturgia. Sono due volumi di agevolissima e chiara lettura. Il primo capitolo del primo volume si concentra sul tema cruciale del conflitto in una drammaturgia.
Mi è venuto in mente, pensando ad una questione che, nell’allestimento per come è, forse manca. Perchè se è chiaro che Lopachin sta a Ljuba e Gaev come il Comune di Bologna sta ad Annalisa Lenzi e Giuliano Bianchi nella finzione scenica, nella resa di questa finzione, il conflitto non viene incarnato da nessuno.
O meglio dire, c’è il personaggio di Lopachin, ma lo stesso interprete Lodovico Guenzi (formazione in arte drammatica ad Udine, ora frontman della band Lo Stato Sociale, ma che paga a volte un po’ di ruggine nell’utilizzo degli strumenti dell’attore) fa sì che questa incarnazione del soggetto conflittuale in scena non si dia concretamente mai: lui, nel gioco metateatrale per cui tutti sono persone oltre che personaggi, parteggia per i due, come tutta la compagnia d’altronde; si rivive il loro dramma, l’assurdo di alcune vicende, come il furtivo rientrare di nascosto nella loro vecchia casa di notte e altre cose, ma è un conflitto che si risolve esternamente alla scena: il cattivo Comune di Bologna resta immanente, altrove, e si palesa via telegramma.
I tre interpreti di Kepler finiscono lo spettacolo non di rado in lacrime con i due “ospiti”. E con parte del pubblico, sia chiaro.
Ma forse il fatto che tutti coloro che sono in scena tifano (e di fatto sono) fin da subito un’unica squadra, in alcuni passaggi depotenzia gli equilibri emotivi, perchè il “nemico” viene più evocato che mostrato, è più concettuale che vissuto. Se l’attore che interpreta il personaggio che incarna il conflitto, pochi istanti prima, sviluppa la sua empatia con la vittima, forse una parte del sistema dei contrappesi viene meno.

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foto di Luca Del Pia

Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso

ideazione e drammaturgia Kepler – 452 (Aiello, Baraldi, Borghesi)
regia Nicola Borghesi
con Annalisa e Giuliano Bianchi, Paola Aiello, Nicola Borghesi, Lodovico Guenzi
regista assistente Enrico Baraldi
assistente alla regia Michela Buscema
luci Vincent Longuemare
suoni Alberto “Bebo” Guidetti
scene e costumi Letizia Calori
video Chiara Caliò
produzione EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE
Si ringraziano per l’ospitalità e la disponibilità ATER Circuito Multidisciplinare, Teatro Comunale Laura Betti e Teatro dell’Argine



Categorie:Arte e psicanalisi, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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