L’immigrazione ci cambierà: tu sei inclusivo o escludente?

MICHELA MASTROIANNI | Il Teatro del Buratto di Milano ha avviato nel 2017 un percorso di esplorazione e riflessione sui mutamenti sociali in atto nella città, nel contesto nazionale e, più ampiamente, nel panorama dei paesi “occidentali”. Nell’ambito di questo percorso l’attenzione del Teatro del Buratto con Renata Coluccini, che per l’istituzione teatrale si occupa della stagione di Teatro Ragazzi, si è focalizzata subito su una tematica che è attualmente oggetto di dibattito delle scienze sociali, della riflessione pedagogica, della dialettica politica: l’integrazione degli adolescenti stranieri di seconda generazione.

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disegno realizzato dal vivo da Renzo Francabandera

Le ricerche degli studiosi e degli esperti si concentrano su aspetti sociologici e psicologici, cercano di chiarire il quadro della questione, precisando i comportamenti, i bisogni specifici e, soprattutto, le richieste e le attese di giovani che devono confrontarsi con il duplice problema della definizione della loro identità personale (cosa che accade a tutti gli adolescenti) e contemporaneamente della loro identità culturale. Fluttuanti tra continuità e discontinuità culturale, gli adolescenti figli degli immigrati sviluppano diverse soluzioni identitarie, dalla marginalità, alla più auspicabile doppia identità, un’identità culturale fluida, attraverso un continuo processo di negoziazione tra il sistema di valori e credenze della famiglia e del paese di origine dei genitori e quelli del paese ospitante e del gruppo dei pari.

Cosa significhi sentirsi straniero e cosa voglia dire esserlo rispetto a sé, alla famiglia di appartenenza, alla società ospitante, è raccontato dallo spettacolo Straniero due volte, nato dagli incontri con i ragazzi delle scuole e insieme a loro scritto dalla Coluccini, autrice e regista del lavoro, che cerca nella direzione un dialogo onesto con la platea, senza ammiccamenti e rotture esplicite della quarta parete. Lo spettacolo ruota intorno alle vicende di tre ragazzi, interpretati in modo convincente da Gabriele Bajo, Marta Mungo, Andrea Panigatti: uno che si sente incompreso dalla famiglia; la sorella, che non ha ancora maturato la sua indipendenza emotiva e cerca di compiacere con menzogne i genitori per ritagliarsi i suoi spazi di autonomia; infine un ragazzo curdo, chiamato da tutti il “crudo”, che vive la conflittuale condizione di avere il Kurdistan e i precetti dell’Islam dentro le mura di casa e tutto l’occidente fuori. L’amicizia, e soprattutto l’amore, rivelato e vissuto durante le prove per l’allestimento della storia di Piramo e Tisbe nel corso di teatro a scuola, sono il pretesto narrativo per innescare e disinnescare una serie di conflitti fra i tre e fra gli adolescenti e le loro famiglie, tra atmosfere da ordinaria periferia urbana, contrappuntata da ritmi e sonorità rap (sempre efficaci il disegno sonoro e le musiche di Gianluca Agostini). Alla fine ciascuno farà la sua scelta e prenderà la strada che dovrebbe portare a compimento il percorso di crescita e di definizione dell’identità individuale e psicologica. Resta senza soluzione invece il problema della definizione dell’identità culturale del “crudo”.

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Piramo e Tisbe – affresco a Pompei

Come a teatro, così nella realtà di cui esso fornisce la “radiografia” (come dice Renata Coluccini), è difficile individuare gli strumenti che garantiscano la definizione dell’identità culturale dei ragazzi stranieri di seconda generazione e il loro percorso di integrazione nella società ospitante. Ma se al teatro è sufficiente dare spunti di riflessione e aprire interrogativi, la società e la politica non può più sottrarsi al compito di affrontare la questione dell’integrazione. Dario Di Vico (Nel paese dei disuguali) chiarisce il perché offrire una risposta al bisogno di integrazione degli immigrati di seconda generazione sia una priorità ormai ineludibile per i paesi occidentali, e per farlo chiama in causa il senso di deprivazione relativa.

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disegno realizzato dal vivo da Renzo Francabandera

“Le aspettative disattese di avanzamento sociale sono una motivazione assai più potente della mera indigenza. Il caso di deprivazione relativa con cui avremo a che fare nei prossimi lustri – scrive Di Vico – riguarda gli immigrati di seconda generazione. I loro padri hanno comunque pareggiato psicologicamente la condizione di esclusione con i benefici materiali legati alla vita in Occidente, i figli partono già da quella base e nutrono un alto livello di aspettative… e di conseguenza la sfida immane che si prepara per le società occidentali è quella di riuscire a soddisfarle, pena l’estensione di un sentimento di estraneità e di rivolta”. Il disagio sociale delle banlieue parigine e della periferia di Bruxelles, che hanno alimentato i recenti attacchi terroristici  contro la società occidentale e i suoi simboli, dimostrano la validità di questa teoria.

Il problema dell’integrazione degli stranieri e della pienezza dei diritti di cittadinanza è questione antica. E come al solito la storia ci sostiene nella comprensione del presente. Proponiamo come esempio le soluzioni al problema tentate da Atene nel IV sec. a.C., ormai in piena crisi economica, politica e sociale. Le opere dell’oratore Isocrate testimoniano della preoccupazione dell’Atene del suo tempo per il numero sempre crescente di stranieri che affollavano la città, che fino a quel momento era stata capace di integrare singoli, mercanti essenzialmente o anche studenti, nelle strutture tradizionali della polis, facendone anzi un elemento di ricchezza. Ma gestire una massa di esuli e di profughi da altre città greche, affamati e bisognosi di ricostruire un rapporto di cittadinanza con una nuova patria, era un’altra faccenda. La soluzione a cui si pensò fu dunque quella di trasferirli in fondazioni coloniali in Tracia, fuori dal territorio ellenico. Nei confronti dei barbari invece, portatori di una alterità di tipo politico e di tipo etnico-culturale, stranieri due volte per gli Ateniesi, non venne presa in considerazione alcuna possibilità di integrazione, ma si ipotizzò al limite una convivenza basata sulla istituzionalizzazione della loro inferiorità, sia a livello di condizione personale che nella struttura sociale. Insomma sarebbe come se l’Italia decidesse di trasferire tutti gli stranieri di cultura occidentale ad Ustica e di trasformare tutti gli altri in lavoratori sottostimati e sottopagati, costretti in condizione paraservile. Una prima vera integrazione degli stranieri avvenne solo con il mutamento radicale delle strutture politico-sociali tradizionali, cioè con la fine delle poleis e la nascita degli stati territoriali ellenistici. Nello stesso modo alcuni studiosi ritengono che il confronto con il fenomeno della nuova immigrazione condurrà a riconsiderare su nuove basi i principi della solidarietà nazionale e della partecipazione democratica alle istituzioni.
Comunque dovremo cambiare.

Ma quali sono le grandezze di cui si discute? Secondo le ultime rilevazioni ISTAT (2015) i minori stranieri in Italia sono più di un milione e molti sono nati nel nostro Paese (in Lombardia il 22,5% dei nuovi nati sono bambini stranieri). Questo vuol dire che anche in Italia si è passati molto rapidamente dall’immigrazione temporanea di lavoratori adulti ad una forma di immigrazione durevole o di popolamento, e ciò determina il fatto che l’integrazione delle seconde generazioni sarà necessariamente “una sfida per la coesione sociale e un fattore di trasformazione delle società riceventi.” (Ambrosini, Il futuro in mezzo a noi).

La prima opportunità di integrazione e di sviluppo delle capacità personali è offerta dalla scuola, che tuttavia può avere un’efficacia solo parziale sul processo. Per quanto riguarda la città di Milano, ad esempio, il recente studio di Costanzo Ranci e Carolina Pacchi, professori al Politecnico, (The white flight a Milano, Franco Angeli 2017) parla già di segregazione sociale ed etnica nelle scuole dell’obbligo.
Semplificando: in una città in cui quasi un quarto degli studenti della scuola dell’obbligo è figlio di immigrati si ha una anomala concentrazione di studenti stranieri o svantaggiati socialmente in alcune scuole, mentre gli studenti italiani tendono a “fuggire” verso le scuole private o quelle a forte dominanza di italiani. L’effetto di questo comportamento, che rientra nella libertà di scelta educativa delle famiglie, è di ampliare e radicalizzare le disuguaglianze sociali e le differenze etniche, rendendo per molti stranieri di seconda generazione inefficace la capacità di integrazione della scuola, cosa dimostrata ad esempio dalla percentuale di insuccesso scolastico molto più elevata per gli studenti stranieri che per gli studenti italiani.

Di integrazione ci ha costretto a discutere anche il recente dibattito sulla cittadinanza (con la proposta di introduzione dello ius soli), che ha avuto il forte valore simbolico di farci interrogare sulla nostra idea di nazione e di convivenza.
Cosa vuol dire essere italiani oggi? La presenza di una numerosa popolazione immigrata probabilmente non ci consente più di definirci tali in base a legami di sangue, a riconoscimenti formali o a identificazioni forti, quali ad esempio il riferimento alla religione cattolica (finito il tempo del principio cuius regio, eius religio). Per i sistemi democratici “si tratta di rinegoziare continuamente i confini tra l’ethnos, ossia la nazione fondata sull’affinità di memorie e legami ancestrali e il demos, ossia l’insieme dei cittadini atti” alla partecipazione piena ai diritti civili e politici. (Elena Caneva, Mix Generation. Franco Angeli, 2011).

Il processo di negoziazione si sostanzia di dialogo e al momento non esiste ancora un luogo e un’occasione in cui le società accoglienti possano confrontarsi con migranti, rifugiati e richiedenti asilo, liberamente e sinceramente, per mettere in chiaro difficoltà e bisogni di ciascuno. Provano ad inventare questo rito democratico assembleare Yan Duyvendak, Nicolas Cilins e Nataly Sugnaux Hernandez,  che concepiscono e realizzano un dispositivo scenico, Actions, in cui i responsabili politici, i volontari del settore e i partecipanti alla performance sono chiamati ad esprimersi, in un dibattito condotto da due giornalisti. La  logica è quella del teatro documentario: le storie raccontate dai migranti sono vere, sono vere le esigenze rappresentate dalle associazioni che operano con gli immigrati, vere le domande che i partecipanti all’assemblea pongono ai rifugiati.
ACTIONS@Giulia_Di_Vitantonio-667x445.jpgLa logica che guida Actions , ospitata a Milano da Zona K nell’ambito del Focus Politics presso la Casa della Memoria, è quella operativa che tanto piace a Milano. Nelle due serate milanesi di Actions i rappresentanti di 4 associazioni milanesi, ASSPI, Black Panthers, Farsi Prossimo e ASNADA, 4 persone rifugiate provenienti da Gambia, Costa d’Avorio, Afghanistan e un curdo iracheno, un rappresentante dell’Assessorato alle politiche sociali del Comune di Milano, un rappresentante dell’ASGI, l’Avv. Luce Bonzano referente ASGI Lombardia, hanno risposto alle domande dei giornalisti (Christian Elia, codirettore del Q CODE MAGAZINE e Carla Chelo, ex giornalista de L’Unità) e dei partecipanti.

Il tempo passa velocissimo; i partecipanti all’assemblea sono seduti in cerchio; le luci sono intense e ci si guarda in faccia mentre dalle sedie si alzano in piedi  gli interlocutori, per prendere la parola, a turno e secondo la sollecitazione dei giornalisti. L’attenzione è estrema e la reazione empatica ai racconti dei rifugiati spinge ad aprirsi alla richiesta che viene fatta a tutti i presenti alla fine dell’incontro: “Qualcuno è disposto a fare qualcosa? E che cosa?”. Insieme alla domanda viene consegnata una lista di bisogni, quelli dichiarati più urgenti dagli interlocutori (dai rifugiati al decisore pubblico). La lista, così concreta nella sua semplicità, ci inchioda alla responsabilità individuale di ciascuno. Su ciascuno ricade la responsabilità di scegliere se aderire alla logica dell’inclusione o dell’esclusione, e di riflettere con lo strumento dell’arte “sui cambiamenti sociali, in un momento in cui i valori delle nostre democrazie europee sembrano dissolversi”.

Io ne sono uscita con la consapevolezza che è possibile dare un contributo individuale positivo, “fuori dalla retorica delle buone intenzioni”  e con un numero di telefono, che ho già usato.

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STRANIERO DUE VOLTE

Testo e regia di Renata Coluccini
Con Gabriele Bajo, Marta Mungo, Andrea Panigatti
Disegno luci Marco Zennaro
Disegno sonoro e musiche originali Gianluca Agostini
Idea scenografica Anna Cingi
Produzione Teatro del Buratto

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Ideazione: Nicolas Cilins & Yan Duyvendak & Nataly Sugnaux Hernandez.
Produzione Dreams Come True, Genève
Coproduction La Bâtie-Festival de Genève; far° Festival des Arts Vivants, Nyon; Marche Teatro/Inteatro Festival – Ancona, Pour-cent culturel Migros
Con il sostegno di République et canton de Genève; Ville de Genève; Pro Helvetia – fondation suisse pour la culture; crédit de la Confédération destiné à l’intégration, Fondation meyrinoise du Casino, Stanley Thomas Johnson Foundation, Fondation Leenaards, Fondation Ernst Göhner, Bureau de l’intégration des étrangers BIE, Fondation JTI, fondation sesam, Ville de Versoix, Ville de Bernex, Ville de Satigny, Fondation suisse des artistes interprètes – SIS, Loterie Romande, CORODIS
Ringraziamenti: Daniela Almansi, les Amis de La Bâtie, Patrick Falconnet, Christophe Girod e Katia Zenger – Hospice Général Genève, Cie Gilles Jobin, Théâtre de l’Usine

www.actionsproject.org
www.nicolas-cilins.com
www.duyvendak.com



Categorie:Teatro

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