L’Effet de Serge: il dolcissimo senso della piccola umanità di Philippe Quesne

Cs5Ql1eWYAAM_mH.jpgVALENTINA SORTE E RENZO FRANCABANDERA| RF: Comunque non c’è che dire, la guida di Umberto Angelini di Teatro dell’Arte – Triennale di Milano ha una direzione secondo me molto chiara e che va a coprire un vuoto assai definibile e preciso nella programmazione degli altri importanti teatri milanesi. Ma si sbaglierebbe a ritenere l’operazione di Angelini come una considerazione di quello che manca agli altri, quanto piuttosto una riflessione di carattere ampio e da molti punti di vista, persino multimediale (si pensi al prossimo evento del 5 aprile sulla proiezione del filmato dell’allestimento operistico di Castellucci, con conferenza annessa), su quel che manca alla comunità nel rapporto con l’etica e l’estetica del contemporaneo, definendo un ambito interdisciplinare capace di dare uno spaccato di grande potenza dialogica, sia fra le arti di per sé che con le altre istituzioni culturali che in questa stessa direzione si muovono sul territorio (si veda Zona K, ad esempio).

VS: E Triennale rende ora un omaggio ironico al paesaggio milanese, dedicando la sua rassegna FOG a quel senso di (ri)scoperta, misto a rischio e sorpresa, che accompagna ogni nostro spaesamento e che prepara il terreno a nuove visioni. A volte anche poetiche.
Questo senso del meraviglioso e dell’immaginifico all’interno di coordinate del tutto quotidiane e ordinarie, lo sa sicuramente scovare Philippe Quesne ne L’effet de Serge.

Unknown.jpegRF: Parliamo di un artista e del suo gruppo creativo, il Vivarium Studio, che ha iniziato a lavorare a creazioni sul senso della scena da più di un decennio, oramai, tanto che questo spettacolo in realtà è una delle loro prime creazioni, del 2007. Personalmente conobbi il loro linguaggio al Festival di Avignone del 2010, con Big Bang, uno spettacolo con uguale tono di straniante surreale, forse ancora più estremo e di finto (qui il link al mio video reportage di allora per KLP, con una videointervista a Quesne). Numerosi erano i rimandi di quell’allestimento a L’effet, tanto che ci permettiamo di consigliarne la programmazione, se qualcuno ci leggesse.
Ricordo molto nitidamente la fine di quello spettacolo, con metà platea in piedi a urlare di disappunto e l’altra metà che applaudiva convintissima, urlando a sua volta e cercando di coprire i fischi. Devo dire che mi trovavo nella seconda metà del pubblico, e che ritengo i primi anni di Quesne, fra il 2005 e il 2010, come una delle offerte sceniche più ricche della fine del primo decennio del Duemila. E L’effet de Serge fa parte di questo corpus.
VS: La cornice che l’artista francese traccia in questa creazione è molto semplice. Tutte le domeniche alle 18, un uomo riceve nel suo appartamento degli amici a cui presenta dei brevi spettacoli. Piccoli condensati di performance che riescono a sprigionare tutto il potenziale poetico di Serge attraverso l’uso di semplici effetti speciali. Lo straordinario è tratto dall’ordinario, e viceversa. Il tutto è giocato su un registro comico, dato dal continuo accostamento di contrari e dal loro rovesciamento. Da una parte la musica colta – Händel, Wagner e John Cage – dall’altra l’uso di pistole laser, macchine telecomandate e stelle filanti. E così via.
La linearità della struttura drammaturgica non deve però ingannare. Gli allestimenti di Philippe Quesne sono in realtà più articolati, dei veri e propri dispositivi di visione, dei vivai umani che replicano la vita nei suoi più piccoli dettagli domestici, in certi momenti quasi con un taglio documentaristico, ma i cui contorni sono perfettamente e volutamente visibili: dei deittici spaziali e temporali che denunciano allo spettatore tutta la struttura (e il senso).

EFFET-SERGEsito

© Martin Argyroglo

E la struttura ha innanzitutto bisogno della ripetitività per creare un effetto-loop. Gli spettacoli che Serge offre ai suoi amici si susseguono uno dopo l’altro, di domenica in domenica, seguendo ogni volta lo stesso scenario, lo stesso copione – poche sono le variazioni – in una sorta di continuum senza fine. L’effetto-loop è infatti funzionale al tempo dello spettacolo. E’ il suo tempo. Perciò quello che all’inizio potrebbe essere considerato un difetto tecnico – cioè la lentezza, la mancanza di ritmo, la prevedibilità del plot e la difficoltà ad entrare nel “vivo” dello spettacolo – è in realtà l’ossatura stessa della pièce. Tanto che Quesne estende e replica questo leitmotiv della ripetizione, della serialità e della narrazione per episodi alle sue stesse produzioni e inserisce L’effet de Serge (2007) fra D’après nature (2006) e La Mélancolie des dragons (2008). Lo spettacolo inizia infatti con l’ultima scena di D’après nature e finisce con la prima scena di La Mélancolie des dragons. Quesne come Serge è preso in questa struttura, così come lo è Darly in Stirrings Still di Beckett, citato non a caso durante lo spettacolo. I piani si sovrappongono, e il regista sembra divertirsi in questi rimandi, ironizzando sulla nozione stessa di creazione artistica.

RF: E anche Big Bang rimandava a L’effet, che è a conti fatti un vero e proprio manifesto di intenti artistici di Quesne. Il rimando al surreale ma anche alla fantastica normalità che rende assoluto il senso del vivere nelle comunità. Quella normalità che quasi rifugge persino il sentimento estremo, la passione, come l’amore che potrebbe nascere fra Serge e una delle sue spettatrici, e che poi non si realizza. Ma anche gli interpreti, che hanno un senso misterioso e spaventoso di normalità, paiono persone scelte dieci minuti prima, incontrate per strada. E un po’ è stato così, visto che sono “ospiti” e il loro modulo recitativo stride con le interpretazioni rodate, e lo fa volutamente, nella creazione di quell’ossimoro ironico di cui si faceva menzione.
Una lezione che in quegli anni portava avanti anche Marthaler, con i personaggi delle sue creazioni che sembravano arrivati lì per caso, che erano in scena per sbaglio. Ricordo sempre in quella edizione di Avignone 2010 il Papperlapapp di Marthaler dove questa antitesi fra scena e realtà, in un continuo scambio di senso fra possibile e impossibile, è chiaramente presente. Ma voglio qui citare altri grandi interpreti di questo stare al bordo fra realtà e finzione con lo stesso intendimento di Quesne, che sono in Italia Gigio Brunello con i suoi personaggi reali scolpiti nel legno e che ricordano davvero i vicini di casa. E le sue drammaturgie vivono intorno a questa ricostruzione del villaggio umano, dell’epos dell’ordinario.
Andando di nesso in nesso, voglio nominare anche Gyula (Giulio) Molnár, artista di grandissimo respiro, protagonista di ricerche sul teatro con oggetti, la cui direzione fra assurdo, finzione e dramma del reale si fondono raggiungendo momenti altissimi, come quelli dello spettacolo Piccoli Suicidi, a mio avviso un capolavoro, ospitato a Santarcangelo 2012. A proposito di quello spettacolo, Molnár fece una riflessione molto interessante sulla sua pratica, in un’intervista raccolta da Ines Baraldi di cui riproduciamo alcune righe secondo noi attinenti alle scelte di Quesne:

In Piccoli suicidi c’è la morte in tutta la sua drammaticità. Nelle tragedie la cosa più importante è chi muore, e ogni volta accettiamo che ci sia un interprete di questa morte, lo seguiamo e in un certo senso ci identifichiamo in lui, e più accettiamo e crediamo in questo interprete, più la sua morte è dolorosa e l’effetto è catartico, esorcizzante. Ma cosa succede se accettiamo come interprete un fiammifero o un chicco di caffè? Loro non fanno finta di morire, loro muoiono veramente.

Ecco, secondo me gli attori (professionisti e no) ma finanche gli spettatori di Quesne vivono questa stessa dimensione, perchè in fondo fingono, ma anche no.

leffet-de-serge-c3a2c2a9fredsolis-110VS: Il tempo di Serge diventa quello dello spettatore. La sua cornice ci fa intravedere la nostra. Il suo vivaio prelude al nostro. I suoi effetti speciali – per nulla speciali – diventano alla fine un unico effetto-Serge che ci porta il suo sguardo sulle cose, il suo spaesamento e la sua routine. La bravura di Quesne e di Gaëtan Vourc’h, l’attore per cui è stato scritto questo spettacolo, sta nella capacità di far sembrare tutto questo un’operazione semplice.

L’EFFET DE SERGE

ideazione, regia e scenografia: Philippe Quesne
produzione: Nanterre-Amandiers, centre dramatique national
produzione della prima: Vivarium Studio, 2007
coproduzione: Ménagerie de Verre, nell’ambito del progetto di residenza
con il sostegno di: Forum scène conventionnée de Blanc-Mesnil, festival actOral Montévidéo – Marseille.
Spettacolo creato nel novembre 2007 alla Ménagerie de Verre di Parigi
con: Gaëtan Vourc’h, Isabelle Angotti e degli ospiti
direttore tecnico: Marc Chevillon

visto alla Triennale di Milano, 27-28 marzo 2018



Categorie:Recensioni, Satura, Teatro

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