Il mistero delle spire russe: Ivan di Atir

ELENA SCOLARI | Il giardino dei cosacchi (ed. Iperborea) è un bellissimo libro dell’olandese Jan Brokken in cui, in forma di romanzo, si racconta la profonda amicizia tra Fëdor Dostoevskij (1821-1881) e Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, che lo ha lungamente ospitato nella sua dacia di Semipalatinsk quando il grande scrittore, liberato dalla prigionia in Siberia, era in attesa della grazia da parte dello zar Alessandro II.
Il giovane barone impara a penetrare e a capire la natura di quell’uomo tormentato, fragile, vitale, romantico, che non conosce altro mezzo che la scrittura per navigare nel mondo, per comprendere gli uomini, per vivere.

Dostoevskij osserva le persone, le scruta, ne indaga paure, vizi e passioni e poi ne scrive perché la parola scritta è il mezzo attraverso cui esprime – senza eguali – la sua visione purissima, spietata e al contempo amorevole. La pietà con cui tratta i suoi peggiori personaggi, assassini, ladri, ubriaconi, bari, è il calore russo che fa sciogliere con una notte di bevute i cristalli gelidi posati sui colbacchi.

Rimane confinato lontano dalla Russia europea, dai bagliori di San Pietroburgo, fino al 1859, e in esilio riesce, con fatica, a pubblicare Povera gente e alcuni racconti ma sta lavorando da anni a Umiliati e offesi e Memorie dalla casa dei morti. Arriva a comporre I fratelli Karamazov negli ultimi anni della sua vita. Il romanzo viene pubblicato a puntate sul Russkij vestnik (Il messaggero russo) dal gennaio 1879 al novembre 1880, quasi due anni in cui la Russia si appassiona alle vicende della famiglia Karamazov: la vita alcolica ed eccessiva del padre Fëdor Pavlovič intrecciata fatalmente a quelle dei tre figli (avuti da donne diverse) e dai diversi caratteri, Dmitrij, Aleksej e Ivan. L’intelligente Ivan. Il razionale Ivan. L’acuto Ivan.
Fausto Russo Alesi è Ivan nello spettacolo omonimo di Atir per la regia di Serena Sinigaglia. In realtà non è solo Ivan, è anche suo padre ma è anche Il Grande Inquisitore e quindi anche il diavolo, un diavolo effeminato e con la r blesa. Una bella prova d’attore che conferma la versatilità e un’agilità interpretativa multiforme nell’insinuarsi in tante differenti psicologie.

L’attore recita seduto (o leziosamente sdraiato) su una grande spirale metallica (scenografia di Stefano Zullo) cui sono incollate pagine di libri, sono le spire di un grande serpente che rappresenta forse la tentazione della conoscenza, il bruciante desiderio di sapere di Ivan. O i fogli sono forse più banalmente i suoi scritti, su Cristo, sul diavolo. In quelle anse concentriche si può vedere anche la vertigine del rovello interiore che lo consuma, l’avvitarsi degli interrogativi, un pensiero “constrictor”. È insomma un elemento molto presente e che tende a limitare il movimento di R. Alesi, qui in un un ruolo poliedrico che forse ha anche qualche sfaccettatura di troppo e che avrebbe respirato meglio con più metri quadri a disposizione.

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Nella parte del romanzo nota come il monologo del Grande Inquisitore, Ivan racconta al fratello minore Aleksej, l’ingenuo e tenero Alëša, una storia di sua invenzione nella quale immagina che Cristo torni tra gli uomini nel 1400, nella Spagna della Santa Inquisizione. Dopo aver resuscitato una bambina di 7 anni Gesù viene arrestato dall’Inquisitore, che lo interroga in un’incalzante arringa tesa a provare la non esistenza di Dio e a discutere l’immortalità dell’anima.

Lo spettacolo non si concentra però solo sul blocco del grande inquisitore ma inserisce anche altri aspetti del romanzo, il principale è la morte del padre Karamazov, che – nell’opera scritta – rimane misteriosa fino alla fine dei tre corposi tomi, ed è scandagliata per centinaia di pagine, con acutezza senza pari viene esaminata come in un torbido giallo dell’interiorità, l’autore fa dubitare non solo i suoi personaggi ma anche i lettori, fa vacillare il giudizio e i principî. Chi può essere stato, con quali motivi, Dostoevskij analizza l’archetipo del parricidio: “chi non vuole morte di suo padre?”

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L’adattamento (nella riscrittura di Letizia Russo) cita invece soltanto “la notizia” che il padre è morto e fa – troppo facilmente – confessare a Ivan di non esserne l’esecutore ma il “mandante morale”. Senza le riflessioni, però, senza il tormento su questo assassinio che rode continuamente, senza l’angoscia crescente, che monta soltanto nelle tante tante pagine che Dostoevskij produce entrando nella testa dei tre fratelli (e del quarto illegittimo Smerdiakov, qui inesistente come Dmitrij), non si può capire cosa significa questa lunghissima indagine dell’animo umano, qui ridotta a qualche riferimento.

Il monologo dell’inquisitore si sostiene da sé perché è un esempio magistrale di dialettica, di sottigliezza retorica, di ironia guizzante e sacrilega, autonoma anche senza contestualizzazione. È un pezzo di alta filosofia sulla libertà, sul libero arbitrio, sull’illusione che l’uomo deve avere di essere libero e di possedere la libertà, ché altrimenti quella vera non la sopporterebbe.
Il testo è qui invece intorpidito dalle aggiunte, e la carica comunque possente di R. Alesi ne soffre un poco. È come se quelle spire in scena avessero condizionato anche l’adattamento del testo e dello spettacolo tutto, provocando quel tanto di capogiro, come dopo un paio di vodka.

Liberamente tratto da “I fratelli Karamazov” di Fedor Dostoevskij
riscrittura Letizia Russo
consulenza Fausto Malcovati
regia Serena Sinigaglia
con Fausto Russo Alesi
scene Stefano Zullo
luci e suoni Roberta Faiolo
assistente alla regia Giulia Sarah Gibbon
foto di Serena Serrani
coproduzione ATIR Teatro Ringhiera – Teatro Donizetti di Bergamo

Visto al CineTeatro Palladium di Lecco, stagione comunale



Categorie:Novità, Pensieri oscenici, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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