La linea (gialla) fra Storia e umanità: intervista a Debora Mattiello

RENZO FRANCABANDERA | L’arte, ogni sua manifestazione, è sempre fatta di esperienza individuale, storia della propria comunità, educazione ricevuta o non ricevuta, ferite. La diversa gradazione con cui questi ingredienti si danno, porta ai suoi esiti.

Debora Mattiello è donna e artista con passioni politiche e letterarie abitate con determinazione e tenacia, in un vissuto che è fatto di una formazione attorale alla scuola di Vassiliev e una pratica che con registi importanti come Tiezzi e produzioni di Pontedera e altri, che l’ha portata veramente in giro per il mondo.

Da qualche tempo la Mattiello cerca una sua strada originale, fatta di esperimenti di scrittura e interpretazione che arrivano ad un primo esito in questi giorni al Teatro Lo Spazio di Roma con Allontanarsi dalla linea gialla, dopo che le prime pillole di questo lavoro (i famosi 20 minuti) sono state premiate l’anno passato dal caloroso riscontro del pubblico.

Lei, appassionata di teatro dell’arte, di una comicità scenica capace di innervarsi di tristezza, prova a condurre queste sue creature buffe, fragili, fondamentalmente sole, nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. In quella torrida estate di 38 anni fa. Un connubio non facile, una sfida che tenta di mescolare questi codici in uno spettacolo composito, ma anche di rimanere un passo al di qua della narrazione; di non superare la linea gialla, insomma, e di farlo descrivendo la piccola umanità in attesa.

Spesso della Storia rimangono gli oggetti che un genitore ci lascia. Il ricordo svanito di mani che odorano di fumo di MS. Mentre forze più grandi di noi poveri umani si scatenano. Abbiamo intervistato Debora Mattiello.

Debora perchè Bologna? Che rapporto pensi esista fra l’Italia di oggi e quella dei difficili anni del decennio 1975-85?

La suggestione evocata dalla strage del 2 agosto 1980 ha un’origine puramente intima e personale: quella mattina, mio padre, capostazione, prestava servizio in una altra stazione e la vicina dei miei nonni era in stazione a Bologna; per fortuna si è salvata.

Un giorno mi sono seduta in quella sala d’aspetto e, guardando la crepa, mi sono detta: capita di sentirsi piccoli, minuscoli, ma padroni. Siamo sicuri di poter decidere tutto.

Poi, improvvisamente, arriva lo smacco. Tutto esplode e noi non siamo più padroni di niente, neanche del nostro corpo. Qualcosa di terribile ci pone tutti sullo stesso piano, vittime. La grande storia, quella che spesso ignoriamo e che forse ci ignora, ci deflagra addosso e copre di macerie le nostre piccole vite quotidiane. Cercando di approfondire la conoscenza storica di quegli anni, mi sono impaurita quando ho intuito la distanza tra Stato e cittadini, le ombre, le confusioni, i segreti praticati dall’arte di deviare. Proprio negli anni in cui studenti ed operai tentavano di dialogare con le istituzioni e con il mondo del lavoro, negli anni della prima grande crisi dei partiti e di una nuova coscienza sociale riguardo ai temi della famiglia e della sessualità, il popolo  sembrava estraneo ai più grandi meccanismi di governo e di gestione dei rapporti interni ed internazionali del Paese. Si avvertiva una cesura tra i cosiddetti poteri forti e i cittadini. Questo senso di spaesamento, io lo sento anche oggi, nel mio vivere quotidiano. Conoscere i fatti, in fondo, ci rende liberi di scegliere, decidere e votare.

Infine ho letto che, con il termine ‘trauma turn’, le scienze sociali individuano il ruolo e la funzione di un evento traumatico nella vita di una comunità: attraverso il ricordo di un trauma, un popolo costruisce la propria identità e la trasmette alle generazioni successive.

Come hai condotto la ricerca che ti ha portato a questo lavoro? Quali sono le tappe di questo esito scenico?

Ho cercato di approfondire il più possibile la storia politica e sociale di quegli anni, mi sono aperta a interpretazioni talora contrastanti, ho tentato di formulare domande interrogando i documenti raccolti. E poi ho dimenticato tutto. Il lavoro, che ho provato ad impastare, non ha infatti una veste giornalistica o di inchiesta, nè tantomeno restituisce risposte e chiarisce episodi oscuri. La storia affiora sporadicamente ed in modo frammentario attraverso le voci dei personaggi. In effetti questi incarnano il passato di un popolo più che narrarlo o spiegarlo. La memoria resta affidata a personaggi semplici, talora ingenui, che mantengono, rispetto alle ragioni di Stato e alla grande Storia, uno sguardo dal basso, talora inconsapevole e disarmante.

Le tappe sono state molte, lente e confuse e forse ce ne saranno ancora, perchè questa materia mi consente di compiere una meditazione quotidiana sull’uomo e sul vivere collettivo che non trova de-fini- zione.

Questo lavoro sembra volersi porre in dialogo con una tradizione sempre esistita, che avvicina vicenda storica, commedia dell’arte, narrazione. Da dove deriva questa tua collocazione artistico-ideologica se così possiamo definirla in questo momento? 

Sinceramente è un problema che non mi pongo, forse sbagliando. Intendo la forma come un veicolo efficace di comunicazione di un contenuto, mi muovo tentanto di ascoltare la consonanza e la congruità dei segni con le immagini che vogliono evocare. Infatti attraverso registri di natura diversa e che, in questo caso, possono richiamare una certa tradizione, anche legata alla commedia dell’arte. Un’altra materia potrebbe chiedermi approcci o linguaggi totalmente lontani dalla tradizione.

 

Cosa significa oggi per il teatro superare la narrazione e cercare nuove strade per coniugare i linguaggi?

Credo che questa sia una domanda troppo difficile per me, non che le altre fossero una passeggiata!

Comunque il linguaggio, in questo mio primo lavoro, è stato dettato con naturalezza dai contenuti; la materia viva che cresceva tra le mie mani, come un pezzo di marmo, aveva
già una sua forma e, ogni volta che ho tentato di tradirla, per cercare un’ astrazione evocativa o una componente civile e storica più presente o una cifra più narrativa, mi si è sgretolata fra le dita. La sala d’aspetto, con le sue figurine indifese e dannate, aveva un suo rumore vitale. Posso dire che la ricerca metalinguistica o la contaminazione tra linguaggi possa superare la narrazione solo qualora sia efficace e necessaria alla espressione. In sè questo lavoro non si situa nell’ambito del teatro di narrazione ma credo che la trasmissione orale di storie e fatti accompagnerà sempre la vita di un popolo.

In che modo il pubblico reagisce allo stimolo della memoria in questo modo così poco convenzionale? Cosa è memoria oggi?

Per quella che è la mia piccola esperienza, il pubblico ha mostrato curiosità e desiderio di conoscere.

In molti invece hanno rievocato storie personali in camerino e mi hanno donato ricordi preziosi. Ho avvertito la necessità di condividere la storia, perchè la cronaca non sia qualcosa di astratto e lontano, ma scorra, come il sangue, nel dna di un popolo e perchè ‘ la storia siamo noi’ non sia solo un programma televisivo.



Categorie:Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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1 reply

  1. È proprio vero quando la cronaca la si vive in prima persona affiorano i ricordi prima di tutto.Avevo appena 11 anni quando dalla tv ascoltai la notizia :ricordo l’espressione tristissima di mia madre, di mio padre,e il racconto di un amico di famiglia che dovette prendere il treno x bari qualche giorno dopo;vi era angoscia e dolore che segnò il ricordo di quell’estate io non davo un significato politico ma grazie al racconto di quell ‘Amico ne capii la gravità.

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