Il pomo della discordia secondo Buccirosso, il tentativo di tradire De Filippo restando fedele

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PAOLA ABENAVOLI | Può la tradizione della commedia napoletana, quella già rivisitata e rifondata da Eduardo, nonchè da Peppino De Filippo, essere ancora riformulata oggi, senza allontanarsi dalla lezione degli stessi De Filippo, ma sforzandosi di guardare alla contemporaneità, quantomeno nei temi? La sfida è quella che Carlo Buccirosso – come altri attori e autori cresciuti alla scuola eduardiana – sembra essersi posto. In special modo con l’ultima sua opera, scritta, diretta e interpretata, “Il pomo della discordia“: in questo caso, lo sguardo è rivolto più propriamente alle commedie di Peppino De Filippo (l’esempio che per primo viene in mente è quello di “Non è vero ma ci credo”, con equivoci, svelamenti e soprattutto la figura di un padre messo davanti all’assurdità delle sue convinzioni), anche se le citazioni eduardiane non mancano (come quella del capitone che, la sera di Natale, scappa e viene inseguito per tutta la casa). Ad essere preponderante, nel caso di Buccirosso, è la riproposizione di un modello di commedia, tradizionale e strutturalmente “di ferro”, supportata da una scrittura ritmatissima, con una raffica di battute e con tempi comici – in particolar modo dello stesso autore – perfetti; ma in cui il tema è sicuramente contemporaneo, ovvero la difficoltà di un figlio di fare coming out e soprattutto quella del genitore di accettarlo.

Un incontro tra tradizione della struttura (con lo svolgimento della storia all’interno della casa di famiglia, borghese, con madre e figlia dalla mentalità aperta e padre, appunto, che non accetta una verità che già conosce) e modernità nell’affrontare il tema, che cercano una sintesi: tuttavia, non tutto sembra funzionare come dovrebbe, pur nella validità dell’idea, come modo per perpetuare una lezione importante, quale quella di un teatro solido. Non che, appunto, la commedia – basata sul tentativo di superamento di stereotipi attraverso l’ironia – non sia scorrevole, divertente, o risulti datata: è il testo ad avvitarsi un po’ su se stesso; la commedia stessa, infatti, si perde forse in molti rivoli, in molte visioni della vicenda, tra argomenti che si intersecano, oltre a quello dell’omofobia, parlando di svelamenti, identità – non solo sessuale -, verità e apparenza, tradimenti di sè stessi e degli altri, famiglia e tanto altro.

Non solo questione tradizione-modernità, dunque, ma anche necessità di fare un passo ulteriore. Il tutto, comunque, sempre all’interno di una ricerca di sintesi, appunto, tra le citate tradizione e modernità, indubbiamente operazione non di semplice realizzazione: in generale, infatti, nel mondo del teatro ci si muove, come nel caso delle nuove versioni o dell’ispirazione fornita ad esempio dalle grandi commedie brillanti, in equilibrio su un filo, dove la tradizione può fagocitare la modernità o, viceversa, l’eccessiva ricerca di modernità tradire totalmente i canoni originari. Buccirosso si inserisce appieno nel novero degli epigoni di De Filippo che aprono alla modernità (ulteriore, naturalmente, parlando di autori che sono universali): il riferimento è sicuramente, come si diceva, più quello a Peppino, alla ricerca della battuta (anzi, come affermato dallo stesso Buccirosso, Peppino riusciva a esprimere la comicità oltre la battuta) che però non vuole essere fine a se stessa, ma quella da cui non si può prescindere per riflettere con il sorriso.

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La contemporaneità, dunque, c’è: per questo non sembra necessario il ricorso, a tratti, a riferimenti all’attualità televisiva, così come, di contro, l’intermezzo – durante la festa in cui il figlio svela al padre di essere omosessuale – con l’esibizione di danza o i due momenti canori (affidati alla grande voce di Maria Nazionale, convincente co-protagonista nel ruolo della moglie), specialmente quello a cui si riserva la sintesi finale, che legano alla tradizione.

Tuttavia, l’esempio di Buccirosso è quello di un teatro che dalla grande lezione del passato sa comunque attingere, senza snaturare, ma facendola propria; aggiungendo ritmi moderni, una recitazione perfetta (a sancirla ulteriormente sono anche i recenti successi come attore cinematografico, le candidature e i premi per straordinarie interpretazioni) dello stesso autore e regista, nonchè – come avviene proprio in quel teatro napoletano di grande scuola – di tutta la compagnia.

Servirebbe forse, almeno in questo caso, un passo ulteriore, magari un tono ancora più surreale, per dare spazio ad un genere che può – perchè ha tutte le carte in regola per farlo – continuare a perpetuarsi, facendo da trait d’union tra un teatro cui il pubblico continua a guardare ed una contemporaneità che va oltre l’universalità dei temi proposti dai maestri. Una strada che, peraltro, Buccirosso ha già intrapreso da tempo. E che altri stanno percorrendo, rispondendo, così, positivamente alla nostra domanda iniziale, magari apportando gli accorgimenti del caso. Comunque, affrontando una sfida, che il teatro offre e che Buccirosso, Salemme ed altri hanno colto.

 

Il pomo della discordia

Drammaturgia e regia Carlo Buccirosso

Interpreti Carlo Buccirosso, Maria Nazionale, Monica Assante di Tatisso, Giordano Bassetti, Claudiafederica Petrella, Elvira Zingone, Matteo Tugnoli, Mauro de Palma, Peppe Miale , Fiorella Zullo, Gino Monteleone

Musiche Sal Da Vinci

Luci Francesco Adinolfi

Scene Gilda Cerullo e Renato Lori

Costumi Zaira De Vincentiis

Produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

Rassegna “Le maschere e i volti”

Teatro Francesco Cilea – Reggio Calabria



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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