“Festa di famiglia” di Mitipretese, dramma borghese sulla famiglia “che Pirandello avrebbe voluto scrivere”

ALESSANDRA PRATESI | Nella ricetta di ogni focolare siciliano che si rispetti, ci sono almeno tre ingredienti che non possono mancare: il centrino all’uncinetto, ‘u baullu, la statuina della Madonna di Lourdes. Ebbene, mancava solo il centrino nella casa che Donna Ignazia ha aperto al pubblico del Teatro Vascello di Roma per festeggiare i suoi sessant’anni. Festa di famiglia, dal 2 al 6 maggio, chiude la trilogia firmata dalla Compagnia Mitipretese, una sorta di ideale retrospettiva monografica cominciata il 23 aprile con Roma ore 11 e proseguita con Troiane.

Ed è nella sicilianità che lo spettacolo trova il suo liquido amniotico. Il testo, infatti, è il frutto di un puzzle ispirato a testi di Luigi Pirandello composto dalle quattro attrici-autrici di Mitipretese. Operazione drammaturgica che viene sottoposta alla supervisione di un maestro dello storytelling siciliano per la scena, Andrea Camilleri, il quale afferma:

Le quattro avevano lavorato di fino, con lucido rigore, ritagliando battute e scene dal vasto repertorio pirandelliano allo scopo di comporre un’altra, nuova, originale, commedia. […] Finito di leggere, mi venne in mente che quella era la commedia sulla famiglia borghese che Pirandello avrebbe forse voluto scrivere ma non aveva osato.

Mitipretese e Camilleri da pagina Facebook

Andrea Camilleri (al centro) e le Mitipretese (da sinistra: Sandra Toffolatti, Mariángeles Torres, Manuela Mandracchia, Alvia Reale)

Da un personaggio, centomila e da centomila storie una sola: è un’operazione di riscrittura in bilico tra il rispetto dello spirito del modello e l’intelligenza creativa del montaggio. Il plot è quello della commedia borghese classica: una famiglia e i suoi problemi. Il compleanno di Donna Ignazia (Alvia Reale) rappresenta l’occasione di ritrovo per le tre figlie: la ribelle Frida (Sandra Toffalatti), avuta dal primo matrimonio; la timida e sottomessa Mommina (ManuelaMandracchia), sposata con il dispotico Ammiraglio Rico (Fabio Cocifoglia), e la chantosa Donata (MariángelesTorres), sposata con il goliardico e irriverente Leone (Diego Ribon). Si sovrappongono e si intersecano psicopatologie della vita quotidiana e coniugale dove baci complici diventano schiaffi immotivati (Mommina-Ammiraglio), recriminazioni e provocazioni si trasformano in una richiesta spasmodica di abbracci (Ignazia-Frida), uno scherzo finisce facilmente a male parole (Donata-Leone). Nulla di nuovo in questo groviglio di storie di violenze domestiche presenti e passate, ma quando si scoperchia il vaso di Pandora si scopre la magia, colta e accorta, di questa scrittura. Ignazia, Mommina e l’Ammiraglio riproducono nei nomi e nelle dinamiche Questa sera si recita a soggetto, e così pure la passione per il canto: Ignazia vive nel ricordo nostalgico e nell’attesa disperata del marito, che pure ha abbandonato il tetto coniugale; Mommina è vittima delle angherie del marito-padrone, che della disciplina militare e fortemente maschilista ha fatto una filosofia di vita da applicare entro le mura di casa. Frida, quarantenne che vive un’irrisolta crisi adolescenziale madre-figlia ostentata nel total black outfit in pelle, prende in prestito il nome dall’omonima Belcredi, figlia del rivale in amore di (e in) Enrico IV. Donata, un po’ vamp un po’ svampita, condivide con l’omonima protagonista di Trovarsi la professione di attrice, mentre il marito, Leone, di quell’omonimo Leone Gala tradito dalla moglie ne Il giuoco delle parti, ricalca il carattere cinico, aggiungendo un quid istrionico.

La recitazione della Compagnia è efficace e dimostra la complicità e l’intesa allenate da una pratica lunga anni (si ricordi che un decennio è trascorso dalla prima di Festa in famiglia). I tempi (tragi)comici sono a prova di orologio e il lavoro sulla dizione e sul corpo mira alla mimesi, non all’artificio; come la scelta dei costumi, che restituiscono questa impressione di immediatezza quasi televisiva. La musica, ora diegetica ora di accompagnamento, è costruita interamente sulle vocalità dei sei interpreti che cantano a cappella. Sotto la direzione musicale di Sandro Nidi, intonano la tradizione popolare italiana, più o meno recente: dalle canzoni dedicate alla figura materna in cui Claudio Villa canta i celebri versi «Mamma son tanto felice», «Mamma mormora la bambina», fino al tormentone prima di Mina poi della Carrà Zum zum zum, passando per l’inno della liturgia mariana Mira il tuo popolo bella Signora. Non mancano i riferimenti alle arie d’opera della trilogia verdiana: Bella figlia dell’amore dal Rigoletto e il Coro degli zingari dal Trovatore. La scena (a cura di Mauro De Santis) si presenta come «un salotto buono mandato all’aria». La metafora, usata da Camilleri per descrivere la drammaturgia, viene messa in scena fuor di metafora: tavolo rovesciato, sedie sparse, divano sottosopra, oggetti a terra accolgono da subito il pubblico, complice l’assenza di sipario. Con la stessa immagine di caos mentale e fisico il pubblico comprende di essere arrivato alla fine di questo ritratto di famiglia al calare delle luci.

Festa di famiglia-foto fb3

Dall’abbattimento, fisico, della quarta parete per l’assenza di sipario ai riferimenti metateatrali disseminati lungo il testo, le Mitipretese aggiornano e rinforzano il teatro nel teatro di Pirandello. Strappa una prima risata il riferimento a Manuela Kustermann, direttore artistico del Vascello, anche se passa quasi inosservato lo sketch del foulard, ‘u fazzulettu che le donne siciliane delle vecchie generazioni usavano non solo come vezzo ma per coprirsi il capo a messa: «la scena la dobbiamo riprovare non può spezzarsi in due ogni sera». Di grande effetto straniante, invece, il cellulare che squilla. Inizialmente attribuito alla distrazione di un qualche spettatore, magari un tifoso sfegatato (era la sera della Champions League Roma-Liverpool), Leone-Fabio Gibon esplode: «Che ha segnato la Roma?». Silenzio in sala. Silenzio in scena. Cominciano i bisbigli. Gli attori discutono, Mariángeles Torres (o Donata?) cerca di far ragionare Fabio Gibon (o Leone?). Il turpiloquio non ha più freni. Infine, un lungo bacio suggella la lite e riporta nel dramma domestico di Donna Ignazia & Co. Lo stordimento, tanto caro a Pirandello, tra realtà e finzione, raggiunge il suo climax. Eppure, non si dimostra sempre omogeneo nella capacità di mantenere alta la concentrazione del pubblico, nonostante la variatio impiegata nell’alternare parlato e cantato, duetti e brani corali, rievocazione del passato e analisi del presente, vita e teatro. Lo spettacolo si rivela sotto una luce completa e convincente solo quando si scioglie il lavoro cubista di scomposizione e ricomposizione del puzzle drammaturgico, che solo permette di apprezzare tutto il valore dell’operazione portata in scena. Festa di famiglia lascia spazio, così, ad una riflessione ‘post-cubista’ sul significato ‘post-moderno’ di drammaturgia contemporanea: novità significa oggi riscrittura?

Festa di famiglia

Liberamente tratto da Luigi Pirandello
Testo e regia Mitipretese
Collaborazione drammaturgica Andrea Camilleri
Interpreti Fabio Cocifoglia (Ammiraglio Rico), Manuela Mandracchia (Mommina), AlviaReale (Donna Ignazia, ovvero la madre), DiegoRibon (Leone), SandraToffolatti (Frida), MariángelesTorres (Donata)
Luci e impianto scenico Mauro De Santis
Direzione musicale SandroNidi
con canti dal vivo della tradizione popolare italiana e musiche originali

Spettacolo vincitore del Premio Alabarda d’oro-Città di Trieste come “migliore spettacolo dell’anno”

Visto al Teatro Vascello di Roma
2 maggio 2018



Categorie:Teatro

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