Panorama di Motus: indagine sugli Strumenti per comunicare l’esistere nel complicato presente

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©Yarie Vazquez

RENZO FRANCABANDERA e CHIARA PALUMBO | CP: Chi sei? Se il presente può essere sintetizzato in una domanda, non potrebbe essere altra che questa. E chi come i Motus ha da sempre il contemporaneo come propria cifra, non può che muovere intorno a questo perno. La risposta è un Panorama, che si apre in scena per la prima volta in Europa al Teatro dell’Arte. Una visione d’insieme che per essere tale deve frammentarsi, rifrarsi in individualità, portati di narrazioni personali, di vissuti che – praticandola – negano la messa in scena per dire, affermare, non i personaggi, ma sé.

RF: Motus, ovvero il duo registico composto da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò arriva a questo spettacolo dopo molti anni di pratica scenica (e non solo) incentrata sulla rappresentazione del diritto alla libertà individuale all’interno del contesto sociale, il conflitto fra morale e legge incarnato dal corpus  di creazioni dedicate ad Antigone e coinciso con gli anni della grande crisi economica in Grecia. Declinazione incarnata di questa ricerca è stata per moltissimi anni, da Rumore Rosa in avanti, l’interprete feticcio, potremmo dire, dei Motus, ovvero Silvia Calderoni, che ha sposato per un decennio la causa creativa del progetto in un reciproco scambio artistico e di pensiero, arrivato probabilmente al suo massimo con MDLSX, opera a conti fatti biografica incentrata sul tema dell’identità di genere e del postulato rivoluzionario di autodeterminazione che esso incarna nel tempo presente. Questo tema biografico, unito all’esperienza della narrazione multimediale che già in quello spettacolo era strutturata, ha evidentemente continuato a lavorare nella fantasia dei registi, ponendo le basi per Panorama, che è una biografia plurale e visionaria del gruppo interetnico di performers del mitico teatro dell’East Village newyorkese, fondato da Ellen Stewart, scaturita da lunghe interviste e ricerche nel background degli attori/attrici della compagnia.

CP: I componenti della Great Jones Repertory Company vengono colti nel momento che precede la rappresentazione, quando il posto del ruolo è ancora occupato dall’attore: il casting. La risposta dell’istinto a “chi sei?” travalica, sovente, anche la consapevolezza e denuncia ciò che siamo, sancendo anche il momento dell’incontro, in cui l’altro mette in comune il sè, fino a farlo coincidere con l’altro confondendo le individualità. Ognuna è – sembra essere il suggerimento – a propria volta volta frutto della sintesi di esperienze. Così il lavoro sui corpi già connaturato ai Motus ed esplorato anche nel citato MDLSX si espande, e le identità già multiple si sovrappongono, sfumando i confini tra l’una e l’altra.
Ugualmente si sfarina il confine tra racconto e vissuto – che coincide con quello degli interpreti della compagnia interetnica residente al teatro LaMama, nell’East Village di New York – e quello tra ripresa e presenza dal vivo, a sua volta mediata dal video in diretta, secondo uno strumento proprio del lavoro dei Motus.

RF: Lo spettacolo inizia con la proiezione del filmato dei casting di questi interpreti, che ben presto però si materializzano in carne ed ossa al pubblico, accedendo al palco dalla dimensione reale della platea e vivificando, riprendendo in diretta l’interpretazione del video, che fra finto doppiaggio di quanto registrato e sua re-interpretazione dal vivo, riporta al momento fondante dell’incontro con la biografia di ciascuno di loro, che vengono da esperienze davvero di crogiolo, da parti del mondo diversissime, figli di mescolanze impossibili se non nella grande metropoli americana dove tutto il mondo ha cercato casa e fortuna. Ben presto la giustapposizione di questi racconti inizia a diventare un piccolo mosaico esistenziale in cui i confini delle vite di ciascuno si annacquano, facendole tracimare l’una nell’altra.

CP: Ed è proprio l’annullamento del confine a caratterizzare questo sguardo d’insieme, il Panorama che la drammaturgia di Daniela Nicolò e Erik Ehn incardinano intorno a una schietta e limpida presa di posizione politica, di contrasto alla situazione politica degli Stati Uniti di questi mesi, e in particolare alle posizioni di Donald Trump.
Chiarito questo punto di arrivo, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò costruiscono il mosaico di suggestioni e frammenti compositi, che recuperano gli strumenti che caratterizzano il loro lavoro. Da un lato sul piano scenico, luci livide e fluorescenti e un sapiente e suggestivo uso del video, dove trova spazio persino Antonioni. D’altro canto, anche sul fronte contenutistico, viene esplorata nuovamente la centralità dei corpi, portatori di carnalità e soprattutto di vissuti.

RF: L’elaborato dispositivo visuale sviluppato al Seoul Institute of the Arts (videodesign di CultureHubNYC con Sangmin Chae) non solo permette la ripresa dal vivo di questi corpi ma una loro rielaborazione video artistica in presa diretta, dalla cifra assai sofisticata e complessa, che trasforma questa parte dello spettacolo in una raffinatissima e notevole manifestazione di videoarte, sicuramente fra le più pregevoli viste in scena di recente.

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©Michiel Devijver

Di fatto questa proiezione sul fondo, che dialoga anche con due più piccoli ma comunque ampi schermi verticali posti ai lati della scena in corrispondenza di due tavoli da regia, è l’elemento scenografico, come se le vite e le biografie di ciascuno di loro, in carne ed ossa, si stagliasse poi nella sua dimensione artistica, in un ragionamento sull’arte, il mezzo e il messaggio che sarebbe piaciuto molto a Marshall McLuhan. Così, è medium l’attore, e lo è, in un’ordine scalare interessante dal punto di vista filosofico-semiotica, la sua ulteriore rappresentazione rielaborata, digitale, videorappresentata e consustanziale, che mescola presente, memoria, qui e altrove. Riprendendo le parole di McLuhan: “nelle ere della meccanica, avevamo operato un’estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio” (Mc Luhan, Gli strumenti del comunicare, testo di cui vi favoriamo qui una versione pdf). Ed è un po’ quello che fa Motus, mescolando queste esistenze, facendole esplodere in un deframmentato di passato/presente, reale/immaginario, recitato/vero, live/registrato, che allo spettatore lascia una sensazione più che un significato. Qui davvero il messaggio E’ il medium. E il medium è l’attore. Con la vita che si porta dietro.

CP: Ciascuno degli interpreti, Maura Nguyen Donohue, John Gutierrez, Valois Marie Mickens, eugene the poogene, Perry Yung/Richard Ebihara, Zishan Ugurlu, è a sua volta portatore dell’incontro, perchè ciascuno è prodotto di un viaggio. di una migrazione. Sia per ascendenza o per necessità, ognuno di loro ha a sua volta superato un limite, che spinge a dare una risposta peculiare proprio a “Chi sei?”, che inevitabilmente non potrebbe che venire profondamente mutata dalle conseguenze del flusso.

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©Francesca Giuliani

RF: L’operazione è complessa e ardita. Sporca come le esistenze di questi straordinari interpreti, la cui potenza reale supera comunque per potenza di autorappresentazione qualsiasi riproduzione mediale, dando in fondo ragione a Walter Benjamin (qui in pdf) sul fatto che comunque l’aura del reale resti incommensurabilmente superiore rispetto alla sua riproduzione con mezzo tecnico, almeno allo stato attuale della tecnica, pur sofisticatissima. Qualcosa che ha a che fare con il tema della verità

Le circostanze in mezzo alle quali il prodotto della riproduzione tecnica può venirsi a trovare possono lasciare intatta la consistenza intrinseca dell’opera d’arte – ma in ogni modo determinano la svalutazione del suo hic et nunc. Benché ciò non valga soltanto per l’opera d’arte, ma anche, e allo stesso titolo, ad esempio, per un paesaggio che in un film si dispiega di fronte allo spettatore, questo processo investe, dell’oggetto artistico, un ganglio che in nessun oggetto naturale è cosí vulnerabile. Cioè: la sua autenticità. L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtú di testimonianza storica.

(L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, 1998 –  pag 9)

Ed è anche la ragione per cui il teatro, con la sua verità, resta ancora adesso, nel nostro presente digitalizzato e mediato, una macchina di narrazione dell’esistenza potentissima. Una consapevolezza che McLuhan stesso coglie in tutta la sua portata quando dice:

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In quel notevole paragrafo del suo studio, non a caso intitolato SFIDA E CROLLO – LA NEMESI DELLA CREATIVITA’ (a pagina 4 del pdf), si parla dell’introduzione dei media nella società, della forma di (anche malata) autonarrazione che da ciò deriva, e di come l’arte possa essere l’unica cura a questa infezione che dall’invenzione della stampa in poi ha stravolto i nostri sensi, portandoci dall’abbraccio dell’oralità alla dittatura della vista. Nel mondo delle post-verità twittate, l’arte, pur quando perde qualsiasi sostrato drammaturgico lineare, come in questo caso, rimane il più potente decoder dell’esistente. “The truth is a matter of imagination” dice una delle interpreti. E in ciò, alla fine, gli artisti in scena e le loro vite ribadiscono la supremazia dell’arte sulla tecnologia, sulla politica che pretende di inquadrare le esistenze, di arginare i flussi, di fermare l’inarrestabile.
E’ uno spettacolo tecnicamente riuscito, attoralmente sublime, a tratti incomprensibile, a tratti irresistibile, imperfetto, sporco, come tutto quello che si muove in scena. Come la vita umana. Lo si può amare o allontanare con repulsione, ma certamente non è una visione che lascia indifferenti, e che anzi, ha un effetto di persistenza nella memoria. Forte. Onirico. Se mi chiedessero di che parla veramente Panorama, non sono sicuro che saprei rispondere. Ma è una creazione che porta con sé dei frammenti di dolorosa verità.

PANORAMA

ideazione e regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolòdrammaturgia Erik Ehn e Daniela Nicolò
con gli attori della Great Jones Repertory Company (Maura Nguyen Donohue, John Gutierrez, Valois Marie Mickens, eugene the poogene, Perry Yung/Richard Ebihara, Zishan Ugurlu)
musiche Heather Paauwe
assistenza alla regia Lola Giouse
sound design Enrico Casagrande
light design Daniela Nicolò 

scenografia Seung Ho Jeong
allestimenti Damiano Bagli
progetto visivo Bosul Kim
video design CultureHubNYC con Sangmin Chae
assistenza e consulenza tecnica video e luci Paride Donatelli, Andrea Gallo, Alessio Spirli (Aqua Micans Group)
direzione tecnica (USA) Yarie Vazquez
direzione tecnica (Europa) Paride Donatelli

produzione Elisa Bartolucci
logistica Shaila Chenet
comunicazione Marta Lovato e Estelle Coulon
progetto grafico e ufficio stampa comunicattive.it
distribuzione internazionale Lisa Gilardino

produzione La MaMa Experimental Theatre Club con Motus

in coproduzione con Seoul Institute of the Arts | CultureHub, New York | Vooruit, Gent | FOG Triennale Milano Performing Arts | Emilia Romagna Teatro Fondazione | Grec Festival, Barcellona | L’arboreto – Teatro Dimora, Mondainoin collaborazione con Under The Radar Festival, New York

con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna



Categorie:Cultura digitale, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro, X MEDIA

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1 reply

  1. …”Ben presto la giustapposizione di questi racconti inizia a diventare un PICCOLO MOSAICO esistenziale in cui i confini delle vite di ciascuno si annacquano,facendole TRACIMAREl’una nell’altra.” …….È una grande verità!

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