“Cita a Ciegas”, quella piazza rilvelatrice di anime

ALICE CAPOZZA | Un uomo cieco fa il suo ingresso nella elegante scena bianca accompagnato da un tango leggero di sottofondo, per sedersi all’ombra della jacaranda sulla panchina di una piazza di Buenos Aires, «una concava piazza San Martin rivelatrice di anime», che insieme al protagonista Gioele Dix evoca il padre nobile della letteratura argentina Jorge Luis Borges, nella raffinata drammaturgia del connazionale Mario Diament in Cita a Ciegas, tradotto in italiano con il sottotitolo Appuntamento al buio, in scena al Teatro della Pergola di Firenze.

La regia di Andrée Ruth Shammah svela con delicatezza l’intreccio di destini dei personaggi come il tessere di una ragnatela che indaga lo smarrimento dell’animo umano davanti al destino dominato dal caos; uno Sliding Doors dal sapore letterario dove «ogni incontro casuale ha la complessità dell’universo», come ci rivela nelle prime battute il saggio scrittore cieco. I personaggi sono in balia della casualità che domina il susseguirsi dei loro incontri casuali o degli incontri mancati, che ne cambia la vita fatta di amori inevitabili: una complicata ragnatela di coincidenze che provoca o evita un destino, il suo presente e il suo futuro.

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Cita a Ciegas – foto di Luca Del Pia

Il luogo dell’affascinante caos è una panchina rialzata, in una scena, creata da Gian Maurizio Fercioni, chiusa sul fondo da un’alta parete bianca, sapientemente illuminata con le proiezioni degli alberi sulla parete, come origami intagliati, che ne cambiano impercettibilmente i contorni e i colori nelle stagioni, in sintonia con le emozioni dei personaggi, dall’autunno all’estate. In armonia con le pieghe dell’animo dei personaggi anche i costumi che passano dal bianco al grigio, al nero fino al provocatorio rosso, nel succedersi delle scene, a testimoniare sia un passaggio temporale sia un percorso interiore di trasformazione di sé attraverso i dialoghi e le esperienze della vita.

Il testo è il trionfo della parola, portata in scena con maestria dagli attori che svelano parti della propria verità, ignari di essere legati da un unico filo invisibile che li avvolge tutti, in un lento susseguirsi di dialoghi, con atmosfere degne dei drammi di Čechov, con l’alter ego dello scrittore argentino, interpretato da Gioele Dix: il grigio bancario, Elia Schilton, nel guado della sua crisi esistenziale, che rivela certamente più di quanto vorrebbe, sconvolto dalla passione per la giovane ragazza, Roberta Lanave, la desiderata amante, innamorata disperatamente di un dannato artista sieropositivo; la fredda moglie psicologa, Sara Bertelà, riflessa in specchi opachi a nascondere la propria esistenza triste; l’affascinante donna misteriosa vestita di rosso, Laura Marinoni, platonicamente innamorata dello scrittore, anch’esso coinvolto a sua insaputa nella girandola di destini.

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Gioele Dix – foto di Luca Del Pia

Sono le parole sospese di un Borges incarnato, collezionista delle emozioni del Castello dei destini incrociati dei personaggi, evocate dall’eco di un libro comune, L’educazione Sentimentale, a testimoniare l’infinito amore per i libri dello stesso scrittore: «che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto».

Il pubblico segue, compiaciuto di conoscere in anticipo stralci della vicenda di ciascuno, lo svelarsi della storia nei dialoghi sulla panchina, guidati dall’intuito finissimo dello scrittore, figura centrale dello spettacolo, capace di percepire con familiarità le passioni dell’animo umano, «noi scrittori viviamo di storie assurde e patetiche», capace di ascoltare oltre le parole dette, in un invito a guardare oltre anche allo stesso spettatore: «ci sono persone cieche anche se ci vedono benissimo».

Anche quando la scena cambia a metà spettacolo, trasformandosi nell’interno dello studio della moglie psicologa, lo scrittore resta protagonista, richiamato nell’incontro mancato sulla scala mobile di Parigi con la donna con sotto braccio il libro di Flaubert o nelle domande senza risposta del marito, nella fotografia della coppia in crisi in età avanzata, consapevole finalmente delle immense possibilità della vita: quello che stiamo vivendo non è altro che una probabilità, ma ne esistono altre che possono prendere forma in ogni momento in mondi identici a questo con destini diversi.

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Laura Marinoni – foto di Luca del Pia

La regia di Shammah è principalmente concentrata nello svelamento delle emozioni dei caratteri in gioco, fedele alle volontà del drammaturgo che non attribuisce ai personaggi nomi propri, ma li identifica con definizioni assolute: cieco, uomo, ragazza, donna, psicologa, affidando loro così ruoli di paradigma. Ogni battuta pare incastonare come tessere di un puzzle i destini incrociati dei personaggi in un universo più ampio di ricerca del senso della vita, richiedendo certamente uno lavoro di scavo profondo di tutto ciò che non viene detto a parole, con la volontà di far percepire, proprio come fa il cieco, l’impalpabile riflessione che va oltre la concretezza narrativa.
Tutto è piegato a questa volontà, dalla scenografia
ai colori dei costumi, alle luci, dalla musica sempre usata a sottolineare passaggi emotivi, fino ai dettagli delle ombre degli alberi in fiore, al cadere delle foglie; ma il lavoro più significativo è nei corpi e nelle voci dei personaggi: se da una parte è un pregio lodevole quando riesce ad essere comunicativo, come accade sovente con il personaggio principale di Gioele Dix, dall’altra è un forte limite quando non è sostenuto dalla intensità degli attori. Ad esempio la lunga scena di dialogo tra il cieco e l’uomo, che occupa i primi quaranta minuti dello spettacolo, ha alcuni momenti di coinvolgimento quando i due personaggi si svelano l’un l’altro, ma altri in cui lascia lo spettatore distratto o anche annoiato.

Allo stesso modo, perdono di intensità le scene ambientate nello studio della psicologa, soprattutto nel dialogo tra le due donne, che non riescono a coinvolgere lo spettatore nello loro scambio, forse caratterizzando troppo i personaggi nella freddezza e nella chiusura emotiva. Azzardiamo anche che il cambio di scena sia stato superfluo o addirittura deludente, nonostante la pulizia tecnica con cui è realizzato: l’intuizione della fissità della panchina aveva il suo significato nel ruotare vorticoso dei destini umani tutto attorno, luogo immobile, a cui infatti si torna nel sorprendente epilogo noir.
«A che cosa penso seduto sulla panchina?» si chiede lo scrittore e ci piace immaginare che l’intera vicenda narrata possa essere il frutto di un volo della fantasia del nostro Borges-Diament-Dix, seduto a guardare, nel giallo della sua vista perduta, l’enorme biblioteca di scaffali infiniti che contengono tutte le storie possibili, per spiegarsi un ricordo rimasto intatto di un incontro mancato e arrivare a scrivere la sua poesia più bella.

«Bastano due specchi, uno di fronte all’altro, per costruire un labirinto» scriveva Borges affascinato dal suo stesso realismo magico, fatto di sogno e atmosfere fantastiche, ma sempre intrecciate con la vita concreta dei suoi personaggi, persi e illusi nella finzione, credendola vera. Parimenti, come un gioco di specchi, le domande sull’esistenza dei personaggi di Cita a Ciegas ci portano nella inconcludente, ma affascinante ricerca del senso più profondo dell’esistenza, che coglie attraverso intuizioni impercettibili l’ambiguità delle apparenze, al di là della verità di ciascuno, punti di vista che come in un mosaico costruiscono la realtà. Ammesso che essa esista.

«Ti offro il ricordo di una rosa gialla al tramonto» (da Ti offro di Jorge Luis Borges)

CITA A CIEGAS (Appuntamento al buio)

di Mario Diament
traduzione, adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
traduzione dallo spagnolo Maddalena Cazzaniga
con Gioele Dix, Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave
scene Gian Maurizio Fercioni
costumi Nicoletta Ceccolini
luci Camilla Piccioni
musiche Michele Tadini
produzione Teatro Franco Parenti
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana

Teatro della Pergola
Firenze
15 aprile 2018



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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