Libertà dalle prigioni della non vita: Potrebbe avere effetti… inaspettati

ILENA AMBROSIO | Undici spettacoli di compagnie scelte sul territorio nazionale e composte da attori e registi under 30: questo il TrentaTram Festival – alla sua prima edizione – in corso al TRAM di Napoli dal 10 fino al 27 maggio. Un format lodevole per il suo dare spazio a chi spazio in questo Paese e, ancor più, in questo settore, non ne ha molto.

A concludere la prima settimana Potrebbe avere effetti indesiderati, scritto e diretto da Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia.
Studio di una psicanalista – la Furfaro; momenti di una terapia durante la quale la paziente,  signorina F – la Maraviglia – scopre di essere non uno ma tanti Io, ciascuno affetto da manie e fissazioni; porzioni di personalità la composizione delle quali, conduce, però, alla vera sanità.

Questa la sinossi. Giustificabile, considerando anche la giovanissima età dei concorrenti, aspettarsi un ingenuo e trito rimaneggiamento di Freud e Pirandello, condito con spunti di superficiale esistenzialismo. E invece questo lavoro di ingenuo, scontato e superficiale non ha davvero nulla.

La collocazione degli interpreti sulla scena è già suggestiva: in primo piano, illuminato, il tavolo dell’analista; lei quasi di spalle al pubblico accoglie la paziente che le siede di fronte. Sullo sfondo, in penombra, quattro personaggi seduti immobili.

L’inizio è brioso: in un botta e risposta dal ritmo sostenuto la rigida professionalità della dottoressa, ben disegnata da un profilo bon ton con chignon basso e dal camice bianco, incalza la paziente – anche lei composta ed educata, in abitino nero – con domande che non lasciano spazio ad alcuna apertura. Del resto è il primo incontro, gratuito tiene a specificare, e quindi di sola conoscenza.

È dal secondo – distante di un tempo x – che inizia il percorso terapeutico e, con esso, il gioco drammaturgico. A ogni ingresso della signorina F, quando si siede di fronte alla dottoressa, le due si congelano, l’illuminazione intensa e calda svanisce e lo spazio si riempie di una luce fioca e bluastra: il conscio cede il passo al subconscio e uno dei personaggi del fondo s’impossessa della scena iniziando il suo monologo, sproloquiando, vomitando anni di rancori, sentimenti repressi, oscenità celate. Lo sfogo termina, le luci si riaccendono, dottoressa e paziente si salutano e questa esce con dietro quel suo Io appena emerso. All’incontro successivo rientrano insieme e, al cambio di luci, un’altra entità prende parola e forma.

IMG_0362Così, di seduta in seduta, emergono i “mostri” della paziente, individui eccessivi ed eccentrici che pur sono in lei: il conflitto con la madre – una giovane donna ossessionata dalle fotografie della sua infanzia –, il rifiuto di sé – una ragazza maschiaccio avvolta in un felpone nero –; il masochismo – un travestito con bustier e parrucca rossa –; l’istinto omicida – un uomo allucinato in trench beige. Tutto il suo represso si materializza in questi quattro individui.

La scelta di una recitazione enfatizzata, surreale ha il suo logico perché: isolare un singolo tratto della personalità, problematico per giunta, e porlo sotto una lente di ingrandimento, osservandone le sfaccettature non potrà che condurre all’eccesso, all’abnorme.

Questo l’effetto che, in più, procede per accumulo. I personaggi si presentano monologando, isolati gli uni dagli altri, ma poi si passano la parola e pare che, pur restando ciascuno nel proprio mondo morboso, diano segni di interconnessione, che l’azione di uno richiami la reazione degli altri. La prova degli interpreti, il loro sforzo anche fisico, sono mirabili. La scena giunge alla saturazione, colma di parole, movimenti, sguardi, anche solo minime occhiate.

L’Io di tutti questi Io diventa incontenibile o, meglio, agogna di essere contenuto nella propria “persona di riferimento” ed è qui l’apice del climax drammaturgico. img_0338.jpgLa signorina F, fin’ora cristallizzata – ma in pose sempre diverse corrispondenti alla natura del personaggio di volta in volta parlante – giunge all’ultima seduta con l’intera squadra dei suoi Io al seguito. Le luci non si spengono: la pienezza è stata raggiunta e la paziente, oramai consapevole dei suoi diversi Sé e a loro connessa, si congeda dalla terapeuta con un monologo a cinque voci ma anche a cinque corpi che ha dell’impressionante. Gli interpreti si passano la parola, l’uno parla e l’altra mima con le labbra, una grida e l’altro scatta; il gesto di uno si completa nello sguardo di un altro: sono diventati un’unica persona

Il monologo è un manifesto programmatico della libertà di essere, di poter accogliere in sé tutto, anche il vergognoso, anche l’indecente; di essere ed «essere tanto… essere me, te, noi!».
img_0365.jpgParrebbe la fine ma un coup de théâtre rivela una verità inaspettata. I cinque cadono a terra sfiniti; le luci calano, pianoforte in sottofondo; resta la dottoressa, ferma su una sedia. A occhi chiusi racconta di una lei, costretta a una vita da seduta osservando le vite altrui, incapace di alzarsi; una lei che pensa a un tu che ha dimenticato le proprie gambe, che sta fermo per paura e comodità perché «è meglio pensare di rimanere vivi stando fermi che camminare rischiando di morire».  Un tu che comprende, però, che ciò che vuole davvero è camminare e perdersi nel mondo. La lei, allora  finalmente si alza e balla, con tutti, con gente per strada, con casalinghe nelle case, con tutto il mondo… I cinque riappaiono circondano la dottoressa  che è rimasta immobile… sono i suoi Io, le sue persone. Dancing Queen, ballano.

Durante l’incontro con la compagnia, a fine spettacolo, un giurato ne ha evidenziato un limite, il suo essere, cioè, carico a tal punto da diventare a tratti incomprensibile, da confondere lo spettatore.
Una giusta osservazione ma forse l’altra faccia di questo limite è la ricchezza stessa del lavoro: la rappresentazione della complessità di una persona che non può mai essere colta completamente, della quale sfuggirà sempre qualcosa, ed emergerà sempre qualcosa di nuovo. Le due autrici con l’ausilio di interpreti eccellenti sono riuscite a portare questo, che è la vita, sulla scena, con ironia, spietatezza, con l’eccesso richiesto a uno spettacolo ma anche con verità e sensibilità.
E sono riuscite, scansando il rischio di cadere in banalità e scontentezza, a veicolare un messaggio di disarmante intensità: il desiderio di vivere, di farlo con l’intero proprio essere, liberandosi dalla prigione dei luoghi comuni, delle etichette, degli stereotipi ma, spesso, soprattutto da quella che ciascuno costruisce attorno a sé.

 

POTREBBE AVERE EFFETTI INDESIDERATI

scritto e diretto da Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia
con Chiara Cucca, Rebecca Furfaro, Raimonda Maraviglia, Teresa Raiano, Daniele Sannino, Gaetano Balzano
musica originale Rebecca Furfaro
scenografia Raimonda Maraviglia

Teatro TRAM – TrentaTram Festival
13 maggio 2018



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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