Triplici piani paralleli in teatro: Strategie fatali di Musella e Mazzarelli

ELENA SCOLARI | Ci sono spettacoli che si ricordano per sempre, oppure che si lasciano solo guardare, senza richiedere particolare attenzione. Ci sono spettacoli che divertono, che appassionano, altri che annoiano, altri ancora che a volte affascinano a volte affaticano o che si dimenticano. E ci sono spettacoli la cui visione lascia una grande soddisfazione, una sensazione di rotonda pienezza intellettuale. Sono quelli che ti fanno entrare in una dimensione speciale, che ti fanno dire “che fortuna averlo visto!”.
Strategie fatali di Lino Musella e Paolo Mazzarelli (prodotto da Marche Teatro) è senza dubbio tra questi.
Durante l’edizione 2017 di Rete Critica a Padova i due attori e drammaturghi hanno portato una dimostrazione tratta dal suddetto spettacolo, e poche decine di minuti sono bastate non solo a incuriosire ma a far apprezzare l’alta qualità del lavoro, ricco di pensiero e di elaborazione.
Strategie fatali è uno spettacolo che si sviluppa su più livelli, tre per la precisione: il primo in cui due buffi investigatori indagano sulla sparizione di un ragazzino visto l’ultima volta in un teatro; il secondo nel quale proprio in quel teatro una compagnia sta lavorando alle prove di Otello; e il terzo – il più allegorico e astratto – in cui prendono corpo le visioni del goffo regista alle prese con Shakespeare nel livello precedente.
Si tratta di piani paralleli, ma che si intersecano tramite rimandi geometrici, continui e che non lasciano cadere nessuno dei fili tesi nella trama. Mi ha ricordato il bel film Inception (regia di Christofer Nolan, con Leonardo di Caprio, 2010, 9 premi Oscar) nel quale i tre piani d’azione sono tre livelli dell’inconscio, anche onirico, del protagonista. Il film era un complicatissimo incastro di cui si tendeva a perdere il bandolo, ancora oggi si trovano in rete “bigini” che ne spiegano il finale…
Lo spettacolo di Musella e Mazzarelli non è così arduo da seguire ma anche qui si ragiona tra realtà, illusione e costruzione di una dimensione terza che nasce dalla relazione tra arte e vita, tra letteratura e persone che pulsano nei personaggi.
Scendiamo un poco nel dettaglio per chiarire dove sta l’acutezza di queste Strategie: nel livello più strettamente teatrale siamo alla prima lettura collettiva del copione di Otello e il regista di compagnia (Lino Musella), un tipo confuso e dall’aria per niente pratica, continua a parlare – senza spiegarli – di piani paralleli, ma la spiegazione noi la vediamo nella precisa e intelligente scrittura dello spettacolo (Strategie) nel quale il diabolico attore/Iago trova dolorosi punti di contatto tra Otello (Paolo Mazzarelli) e l’attor di fama chiamato a interpretarlo. Marco Foschi, perfetto nella sua oscurità, è uno Iago incazzato, geloso del successo del collega detestato già ai tempi dell’accademia, e riesce a insinuare in lui il dubbio che la sua fidanzata attrice (candidata a essere Desdemona) non sia quell’incarnazione di purezza che Mazzarelli/Otello crede. E, maieuticamente, fa emergere il sospetto da quell’uomo frastornato, come se la sua azione fosse di solo svelamento.
Si crea così un cortocircuito di riferimento, che possiamo agganciare ai concetti di simulazione e illusione che il filosofo e sociologo Jean Baudrillard, cui i due autori si richiamano, così definiva:
La simulazione, al contrario dell’illusione, è ciò che rende le cose identiche a se stesse: si ha a che fare con una replica, con ciò che fa sì che le cose a un certo momento non abbiano più distanza e si assomiglino tutte. Si può dire, per esempio, che il concetto odierno di individuo è in un certo senso un concetto in simulazione: l’individuo è se stesso, autentico, si assomiglia, coincide con sé, e tutto ciò non è che simulazione, perché non è l’illusione, ove invece vi è una distanza, una scena, uno spettacolo“.
Tutto il cast sostiene egregiamente una struttura narrativa alla Escher, ogni attore recita più ruoli, sale e scende da scale che lo portano a trasformarsi e a moltiplicare la propria presenza in onore alla liberazione artistica che ancora Baudrillard cita nel suo Pensare l’arte, Il gioco delle regole (ed. a+mbookstore | trivioquadrivio):
“…L’arte era una forma e la forma è sempre imprigionata, in quanto segue una regola. A partire dalla modernità l’arte si è liberata: non è più veramente legata a una forma, e quindi a una regola, ma al contrario la infrange, destruttura ogni cosa, può esprimere tutto, senza alcun obbligo simbolico“.
La riflessione che circola tra i tre piani di Strategie fatali riguarda la condizione dell’uomo, il rapporto con se stessi, con la “rappresentazione” che ognuno si fa del mondo e del prossimo, con la verità e con la finzione. La finzione moderna dei video porno che guarda il ragazzino garzone di scena, per esempio. Nella geometria dei rimandi il fanciullo si chiama Giacomino (l’insospettabile Giulia Salvarani) e si è probabilmente rifugiato in teatro per sfuggire a ciò che sta fuori.
Oppure l’illusione amorosa di aver trovato l’innocenza, senza sapere che è in lotta con la libertà di un falco selvaggio.
L’architettura drammaturgica è molto ben congegnata ma scivola forse nel voler finire anche ciò che non può finire, aggiungendo una doppia chiusura non necessaria. Non svelerò oltre l’intreccio, anche per non togliere la sorpresa di alcuni colpi effettivamente inaspettati che Strategie fatali regala agli spettatori.
Voglio però sottolineare, e anche in questo sta forse un’altra scelta registica e autoriale sotterranea e allusiva, che il monologo più significativo del senso profondo e ultimo dello spettacolo trova posto nel suo livello meno lucido e leggibile, quello spazio di sogno dove i prodotti irreali della mente del regista si fanno personaggi (apparentemente) vivi. Siamo nel Teatro, quello che racchiude e abbraccia tutti i piani possibili, e qui Annibale Pavone pronuncia parole “esplosive” riguardo al nostro eterno bisogno di illusione e al fatto che il teatro sia il suo luogo d’elezione.
Abbiamo il dovere di illuderci: qui sta la “fatalità” del teatro.
STRATEGIE FATALI
scritto e diretto da Lino Musella e Paolo Mazzarelli
assistente alla regia Dario Iubatti
costumi Stefania Cempini
sound design e musiche originali Luca Canciello
con Marco Foschi, Annibale Pavone, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Laura Graziosi, Astrid Casali, Giulia Salvarani
produzione MARCHE TEATRO in collaborazione con Compagnia MusellaMazzarelli
Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano il 10 maggio 2018.


Categorie:Filosofia, Novità, Pensieri oscenici, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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