Raccontare il cuore di un popolo: “Il ritorno del Mammasantissima”

ILENA AMBROSIO | È convinzione di chi scrive che, tra gli aspetti caratterizzanti un evento artistico, ci sia  l’atmosfera che intorno a esso si condensa, l’aspettativa che crea e, concretamente, ciò che accade prima e dopo la messa in scena. E questo è tanto più vero quando l’evento in questione interessa una comunità specifica, un gruppo sociale che proietta in esso le fondamenta del proprio essere e poter essere.

Spunto da tenere in conto, questo, parlando de Il ritorno del Mammasantissima di Luciano Saltarelli, messo in scena dalla compagnia giovane del Nuovo Teatro Sanità. Nel cuore del Rione omonimo, l’emozione e l’entusiasmo del pubblico in procinto di entrare in sala erano palpabili: i “loro ragazzi” stavano per debuttare.

Il lavoro di Saltarelli è un libero riadattamento del film di Antonio Brescia Il Mammasantissima del 1979 con Mario Merola.
Don Salvatore, figura di spicco nel contrabbando di sigarette napoletano è anche un Mammasantissima, dedito alla difesa dei deboli, vessati da delinquenti senza scrupoli, tra cui un avvocato e un usuraio. Questi, per vendicarsi delle pubbliche umiliazioni subite da Don Salvatore, ne violentano la figlia fino a ucciderla. Un atto imperdonabile che scatena l’ira di Don Salvatore, il quale, venendo meno alle proprie regole morali, uccide i due delinquenti.

Il-ritorno-del-Mammasantissima3La trama, nella trasposizione teatrale, è la medesima. L’operazione di Saltarelli è stata quella di rielaborare il materiale fornito dal film, di appropriarsi di personaggi, scene, finanche stralci di sceneggiatura per riutilizzarli in un modo nuovo e dar vita a una coloratissima e toccante messa in scena corale.

Il riutilizzo, per un verso, fa del frammento la sua cifra caratteristica. Lo spazio scenico non si limita all’ampio e profondo palco del suggestivo teatro ricavato da una chiesa settecentesca; i personaggi sbucano dagli altari laterali, dal fondo della platea creando come tanti piccoli sketch o tableau d’insieme – degni di un’opera verdiana – che vanno a comporre il tutto. L’altare di destra sarà, allora, il banco dei pegni dell’usuraio, quello di sinistra la chiesa; il palco, a turno, la casa del Mammasantissima o gli spazi all’aperto; e sembra, così, superato il limite spaziale che il teatro ha rispetto al cinema.

Accanto a questo la rielaborazione del materiale cinematografico tende a una sorta  di stilizzazione dei personaggi. Abbiamo di fronte delle marionette, quasi dei tipi da commedia dell’arte con tutto il loro peculiare canovaccio: il prete, la vecchia, gli innamorati, la serva; e questa spiccata caratterizzazione è resa ancor più suggestiva dalla giovane età degli attori che, apertamente camuffata – notevolissimi ed estremamente vari i costumi –, ne esce, per contrasto, accentuata impedendo qualsiasi tipo di immedesimazione attore/personaggio.

Non si tratta di un limite, anzi. Il risultato, potremmo dire a bassofondo, è evidentemente voluto e trova completamento nei dettagli recuperati e riproposti in chiave decisamente ironica dalla sceneggiata napoletana, alla quale il film si ispira: sguardi intensi trattenuti per lunghi attimi; schiaffoni dati non con le mani ma non onomatopeici «PO-PO-PO»; musiche tipiche del genere che enfatizzano azioni improvvise o particolarmente significative. Il tutto è trattato con distacco, con ironia, anzi, con una comicità che ingloba l’intera vicenda, prendendo il posto – almeno in superficie – della drammaticità del film.

Il-ritornoEppure il dramma c’è. Esplode con l’urlo straziante dello stupro ma è già, dal principio, quello del protagonista. «Nella vita ognuno nasce con un destino, con una croce da portare» dice Don Salvatore nel film; la sua croce è quella di essere il Mammasantissima. Nel lavoro teatrale il personaggio manifesta nei gesti, nelle espressioni, nel tono della voce – intensa l’interpretazione di Carlo Geltrude – tutta la fatica del portare questo peso, dell’essere un punto di riferimento, il sostegno per un’intera comunità. Responsabilità che lo porterà a uccidere e con orgoglio perché in nome di una “giusta” vendetta: «Natu diavolo se n’è jut a copp’ ‘a terra!».

Il diavolo è l’avvocato: con collant neri, torso nudo e maschera bianca di Pulcinella se ne sta accovacciato su un altare mentre una luce rossa ne riflette l’ombra inquietante sulla parete. Nella sua figura, nei sui gesti sinuosi accompagnati da musica tra il tribale e il folklorico, nel suo essere il vero motore dell’azione criminale dell’ omuncolo che è l’usuraio, si condensa tutto il fondo di superstizione, magia ed esoterismo tipico della cultura partenopea inserito sulla trama principale e che pure conferisce spessore e drammaticità alla vicenda.

UnknownMa il dramma c’è anche in una figura che è quella cardine della vicenda, che lo era nel film e lo è, forse ancor di più, nella rappresentazione di questi giovani attori. Nennillo, il ragazzino che venera il Mammasantissima, che vorrebbe essere lui; quello che marina la scuola per rubacchiare in giro, che vuole fare “o guapp” ma poi si illumina di fronte a un lecca lecca; quel ragazzino custodisce il senso ultimo della vicenda. Aveva ragione il Mammasantissima, dice alla fine, a essere lui si finisce morti o i galera, «Diman tutt quant a scol!». Con la spontaneità di una fanciullezza pur rubata da un ambiente malsano, comprende che l’odore di santità in cui vivono certe figure non è sinonimo di virtù, che la violenza non è mai la strada giusta, che la vera libertà la si ottiene  cambiando rotta, innescando un circolo virtuoso che dall’istruzione conduce alla consapevolezza di ciò che davvero sono il giusto e lo sbagliato.

Il messaggio, il medesimo del film, riecheggia ancor più potente nel teatro del Rione Sanità, ancor più diretto perché pronunciato da attori giovani – che, va detto, fanno onore alla migliore tradizione della commedia napoletana – , dai giovani che in quel rione vivono, che ne conoscono la miscela paurosa di orrore e bellezza, ma che hanno scelto la seconda praticandola con l’arte, sul palcoscenico.

Ci sono realtà al mondo inimmaginabili per chi non le vive; esistono sistemi di valori (e disvalori), composizioni sociali, gerarchie talmente radicati in quelle dimensioni da essere un tutt’uno con esse e da risultare incomprensibili a chi le considera dal di fuori.
Napoli e i suo popolo sono nel novero di questa casistica. Capire Napoli è un’ardua impresa; Il ritorno del Mammasantissima di certo aiuta a farlo.

 

IL RITORNO DEL MAMMASANTISSIMA

un progetto di Luciano Saltarelli
con la compagnia giovane del Nuovo Teatro Sanità

Carlo Geltrude – Il Mammasantissima
Ilaria Di Vicino – Assunta
Arianna Cozzi – Maria
Ciro Burzo – Peppe
Vincenzo Antonucci – Bracalone Vufaro
Simone Fiorillo – Avvocato Barzabucco Zimmaro
Mara Dattilo – Matalena
Davide Meraviglia – Aniello, Napoleone
Roberta D’angelo – Ntretella
Antonio Orefice – Nennillo
Danilo Avella – Don Alfonso
Enrico Pacini – Brigadiere
Antonio della Croce – Dottor Mastriani, Abele
Fernanda Pinto – Donna Maria
Mario Ascione – Battilocchio
Josy Monaco – Zingara, Cibele
Antonio Somma – Palummella
Giada Casolla – Cerasella
Alessia Santalucia – Angiulina
Gianluca Vesce – Pazzariello

Nuovo Teatro Sanità
18-20 maggio 2018



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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