Incontro con l’altro e riflessioni su “La buona educazione”

PAOLA ABENAVOLI | Immagini da una casa old style. Sembra di essere immersi in un’atmosfera inizio ‘900. Radio antiche, mobili pesanti di epoche che furono, un grammofono, scheletri-sculture ammassati, quasi un riflesso di quei fantasmi del passato che tornano, nelle notti insonni della protagonista.

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Foto di scena Luca del Pia

Quella protagonista che si siede stancamente, si sdraia, su un divano tipico da casa piccolo borghese, come un rifugio da quell’esterno, da quella modernità da cui pare rifuggire. E lei stessa somiglia ad una figurina di tanto tempo fa, dai vestiti bon ton, dai toni misurati ma taglienti: quella buona educazione del titolo sembra essere rappresentata, incarnata dalla donna e dal luogo in cui vive, ma subito, dal suo racconto, tutto appare piuttosto come una fortezza, un luogo protetto in cui si è rifugiata.
Finché qualcosa, o meglio qualcuno, non scardinerà queste certezze: la donna, single che ha scelto di non essere madre, si ritrova a dover prendersi carico del figlio della sorella, morta improvvisamente. Come rapportarsi a qualcosa/qualcuno che non si comprende – anche nel linguaggio: il ragazzo, secondo il racconto della zia, unica protagonista in scena, si esprime solo con verbi all’infinito? Come capire ciò che accade nell’animo e nella mente di quell’essere altro da sé? E come dargli, dunque, questa “buona educazione”?

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Foto di scena Angelo Maggio

Tutto lo spettacolo della Piccola Compagnia Dammacco è incentrato sull’interrogarsi della donna, sulle regole che ci si pone – e che lei ripete, all’inizio e alla fine della pièce, riflettendosi in una macchina con lenti d’ingrandimento e luci, enfatizzando sguardi, parole, suoni –, su quelle da superare perché la vita ti impone di farlo; sui vissuti e sulla vita, sui valori, sull’interiorità ed il mondo esterno, seguendo le tematiche della Trilogia della fine del mondo, in cui La buona educazione si inserisce insieme alle precedenti produzioni della Compagnia, L’inferno e la fanciulla ed Esilio.

Ed è un flusso di racconto interessante, forse a tratti anche al di là del racconto stesso, grazie allo stile – registico e soprattutto interpretativo – utilizzato: anche stavolta, infatti, Serena Balivo si conferma un’interprete dotata di una straordinaria capacità di mimesi, di espressività vocale, capace di modulare la voce attraverso una gamma di toni che rimarcano quella ironia surreale che pervade lo spettacolo, sottolineata, peraltro, dallo sguardo, dal saper calibrare intensità e straniamento del personaggio stesso. È lei a portare su di sé l’intera messinscena, anche laddove il testo – dopo una prima parte intrigante, introspettiva ma fluida al tempo stesso, spesso comica, sospesa tra la contemporaneità e atmosfere oniriche, una sintesi propria della poetica della Compagnia – sembra perdere di tono, sfilacciarsi, inseguendo un po’ elementi più immediati, come i rimandi alle difficoltà di adeguarsi alla tecnologia.

Foto di scena Luca del Pia-min

Foto di scena Luca del Pia

Proprio lì Serena Balivo riprende le fila del discorso, giganteggia e sorprende. Superando, così, qualche caduta di tensione del testo stesso, con conseguente sensazione di un allungamento non necessario della messinscena. Che, invece, sul sottofinale, uscendo dai quadri di vita zia-nipote che potrebbero chiudersi in scene a sé stanti, si riprende attraverso quel velo malinconico che trasuda dai sogni, venati da un’ironia sferzante, che si concentrano sulle dinamiche di rapporti familiari, tra non detti e giudizi, e che forse si potevano scavare un po’ di più.

Tuttavia, come detto, La buona educazione si rivela ancora una volta terreno di fertile sperimentazione da parte della Piccola Compagnia Dammacco, e soprattutto ci rivela ancora una volta il grande talento di Serena Balivo, riconosciuto anche con il conferimento del Premio Ubu 2017 come migliore attrice under 35.



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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