Primavera dei teatri 2018: si fa spazio con Europe Connection la drammaturgia europea in Calabria

MONICA VARRESE | Il festival Primavera dei teatri, organizzato a Castrovillari dalla compagnia Scena Verticale e giunto alla diciannovesima edizione, apre le porte all’Europa con il progetto triennale Europe Connection. La drammaturgia europea in Calabria, nato dal partenariato con PAV – Fabulamundi. Playwriting Europe. L’idea è quella di consolidare la duplice inclinazione del festival: da una parte il coinvolgimento sempre più ampio di artisti di rilevanza nazionale (da 14 spettacoli nel 2017 si è arrivati a 25 quest’anno), dall’altra l’impegno nella creazione di opportunità di confronto e crescita per gli artisti regionali, spesso tagliati fuori dalla rete distributiva, specie nel settore del contemporaneo.
Ogni anno, da qui a tre anni, tre testi di drammaturghi stranieri verranno messi in scena da compagnie calabresi, che dopo un periodo di residenza in un’ottica di sistema, a contatto con l’autore e l’osservatorio critico, debutteranno in prima nazionale all’interno del festival. Al termine del triennio saranno dunque realizzate nove coproduzioni internazionali e sarà dato sostegno e visibilità a nove formazioni artistiche calabresi. Un progetto degno di nota che mette il sud al centro e debutta con tre prime nazionali che analizziamo qui di seguito.

111 Primavera dei teatri 2018

La Compagnia Brandi Orrico è stata la prima a debuttare nell’ambito del progetto con lo spettacolo 111 di Tomasz Man per la regia di Emilia Brandi, che veste anche i panni della madre all’interno di un nucleo familiare atipico e spezzato. Questa incomunicabilità si traduce nell’assetto dello spazio scenico: la sorella, interpretata da una convincente Ada Roncone, domina il centro della scena su una struttura sopraelevata e ai suoi lati, da una parte la madre Emilia Brandi e il padre Ernesto Orrico, incastrati in una perenne fissità e dall’altra Marco Aiello nei panni del figlio “disturbato”, che a nostro avviso manca ancora della giusta rotondità e profondità scenica necessaria al ruolo, punto focale dal quale partono e si dipanano tutte le problematiche legate alla storia della famiglia. Le vicende si alternano, lasciando spazio a ricordi piacevoli che gradualmente vengono soppiantati da elementi tragici e fanno sprofondare la famiglia nel baratro del non detto.
Il disegno luci di Paolo Carbone sposta i vari focus sui personaggi della famiglia, prediligendo atmosfere cupe e intimistiche, in linea con l’evoluzione della storia.
A proposito della fissità di cui sopra, relativa soprattutto alle figure genitoriali, crediamo che questo possa essere un elemento da sottoporre ad ulteriore analisi, lavorando su più livelli: quello della parola agita, “messa in azione” e unita al corpo, strumento attraverso il quale la parola trova la sua massima espressione, il suo spazio.
La drammaturgia dello scrittore polacco Tomasz Man nella traduzione di Francesco Annicchiarico, è attraversata da volute pause, silenzi, cesure che in più punti portano ad una digressione dell’azione scenica, eludendo delle possibili escursioni emotive che potrebbero dare respiro e gioco ai ruoli.
Nel complesso 111 è uno spettacolo dal potenziale visibile, che offre uno spaccato interessante sull’incomunicabilità genitori/figli, tema estremamente attuale. In ragione di ciò, lavorare sulla continuità e sulla restituzione di un tempo/ritmo della scena che cambia e si trasforma (mantenendo anche dei silenzi già presenti e ricchi di senso), costruirebbe una ulteriore stanza di compensazione, permettendo ai ruoli di cogliere e attraversare la loro tridimensionalità.

ff6b911e-c994-4c94-b8d3-89c348d1b7ec-964-0000010c1648920a_file

Disegno realizzato dal vivo da Renzo Francabandera

Sulla stessa linea tematica (quella della disumanizzazione e dell’incomunicabilità), seppur calata in una ambientazione completamente diversa, prende corpo il lavoro Confessioni di un masochista dello scrittore ceco Roman Sikora, messo in scena dal regista e attore Francesco Aiello e prodotto da Teatro RossoSimona.

A differenza degli altri lavori, qui tutto contribuisce a mandare avanti la storia del signor M, un uomo alla ricerca di una felicità che passa necessariamente dal dolore. Le partiture fisiche che abbracciano la parola agita, toccandola e violentandola, abitano armonicamente la scena con ambientazione BDSM, realizzata da Martina Le Fosse. L’impatto visivo è forte sin dal principio, quando il pubblico entra in sala e osserva i due attori, Francesco Rizzo e Alessandro Cosentini, con tanto di collare e frustino padroneggiare la scena, la quale in seguito si animerà di immagini, in un avvicendarsi di giochi di ruolo sul rapporto possessione/sottomissione – vittima/carnefice. Il protagonista, interpretato da Francesco Aiello, intraprende un “percorso del dolore” che dalla sfera privata scivola gradualmente in quella lavorativa. La sua vita cambierà quando un uomo/cavallo venutogli in sogno gli indicherà la giusta via: il modo per cambiare la realtà è il sacrificio. Egli metterà in pratica questo precetto, sostenendo il governo nel limitare i diritti dei lavoratori. Con l’evolversi della storia, il signor M. diventa vittima consapevole di ritmi lavorativi estenuanti, attraversa un processo di disumanizzazione che lo porta a trasformarsi in un cavallo di razza, una bestia da soma mossa da pulsioni autodistruttive, che distorcerà quell’ “Io protesto” iniziale, motore di tutta la storia.
All’interno dello spettacolo si fa riferimento anche alla figura di Gramsci, che abita la scena da manichino inerme, bistrattato. Impossibile credere ancora alla conquista di un’egemonia civile, che accresca il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali. Tutto questo immaginario viene costruito partendo dalla scrittura acuta di Roman Sikora, nella traduzione esatta ed efficace di Eleonora Bentivogli.
Nel complesso un lavoro dall’alto potenziale, a nostro avviso il più riuscito del progetto Europe.

extremophile.jpg

Chiudiamo questa carrellata con Extremophile, regia di Saverio Tavano su drammaturgia della scrittrice francese Alexandra Badea.
In scena si intrecciano tre personaggi, vittime di un sistema al quale in principio volevano opporsi, fallendo e facendosi attrarre sempre di più dalla “meravigliosa calamita della normalità”.
La prima storia è quella di un politico al servizio del Ministro dell’istruzione, interpretato da Andrea Naso, che in un avvicendarsi di primi piani stile House of cards, si muove tra compromessi, strategie e slogan con l’obiettivo di nascondere all’opinione pubblica il tragico suicidio di un professore universitario. Emanuela Bianchi, nel ruolo di una giovane scienziata, ex ricercatrice universitaria al servizio delle multinazionali, sarà la protagonista del secondo intreccio. A chiudere il cerchio il soldato/operatore di droni Filippo Gessi, che guidato dal mantra “uccidere per la patria”, bombarda una città del Medio Oriente dalla sua postazione stile Black Mirror, in cui “le notti sono senza colori e tutto passa dagli infrarossi”, diviso tra i sensi di colpa e il desiderio di vendetta per la morte della sorella, morta in un attentato terroristico in Thailandia.

Il materiale drammaturgico è molto variegato e tocca diverse tematiche (forse troppe), che ruotano tutte attorno alla figura dell’uomo moderno, costantemente tormentato da desideri inespressi e aspirazioni in conflitto tra mente e corpo, bene e male, luce ed ombra. Il problema di questo lavoro sembra risiedere nella resa scenica, la quale viene attraversata da una frammentarietà continua che rende complicata l’immersione. Ogni personaggio vive un dramma, ma questo non viene mai portato fino in fondo e si traduce in un acting monocorde, in cui tutto viene rincorso e mai attraversato. È come se i ruoli non spiccassero mai il volo: stessa analisi riscontrata in parte nello spettacolo 111, sebbene in quel caso sia percepibile un’analisi più consapevole sulla direzione da intraprendere.
È doveroso specificare che il testo di Alexandra Badea, nella traduzione di Rossana Jemma, è stato sottoposto ad un adattamento drammaturgico da parte della regia, modificandolo in modo importante e introducendo temi di grande complessità, come ad esempio l’aborto. Questa operazione ha sicuramente compromesso il lavoro ed evidenziato la poca unitarietà degli intenti, drammaturgici e registici. Un altro elemento di forte discontinuità è dato dalle videoproiezioni e dalle incursioni video, realizzate da Valerio Ciminelli, Ginevra Napoleoni e Massimiliano Siccardi. Queste ultime, anziché entrare armonicamente nel tessuto scenico, spezzano il tempo/ritmo delle parti di composizione e ne disperdono l’azione, risultando in più tratti poco efficaci ai fini della storia.

Per concludere, c’è da dire che tutti questi lavori sono il prodotto di una residenza temporanea, pertanto soggetti a continue modifiche e rimesse in discussione che ne potenzieranno l’impatto e la crescita, una delle mission principali del progetto.
Felici di aver abbracciato l’Europa con Primavera dei teatri, ci diamo appuntamento all’anno venturo con le prossime tre residenze.

27908399_1614584151964185_5176723993200422604_o-1024x661

111 

di Tomasz Man

regia Emilia Brandi

con Marco Aiello, Emilia Brandi, Ernesto Orrico, Ada Roncone

traduzione Francesco Annichiarico

musiche originali di Massimo Palermo

costumi Rita Zangari

disegno luci Paolo Carbone

tecnico audio Antonio Giocondo

organizzazione Alessandra Fucilla

promozione Maria Teresa Fabbri

produzione Zahir, Primavera dei Teatri in collaborazione con PAV, Comune di Rende, Sistema Teatri UniCal, Ass. Entropia – DAM, Ladri di Luce

CONFESSIONI DI UN MASOCHISTA 

di Roman Sikora

regia Francesco Aiello

con Francesco Aiello, Alessandro Cosentini, Francesco Rizzo

traduzione Eleonora Bentivogli

scenografia Martina Le Fosse

direttore di produzione Lindo Nudo

tecnico di palcoscenico Jacopo Andrea Caruso

produzione Teatro RossoSimona, Primavera dei Teatri in collaborazione con PAV, Sistema Teatri UniCal

EXTREMOPHILE 

di Alexandra Badea

regia Saverio Tavano

con Emanuela Bianchi, Filippo Gessi, Andrea Naso

traduzione Rossana Jemma

adattamento drammaturgico Saverio Tavano

impianto scenico e visioni Valerio Ciminelli, Ginevra Napoleoni, Massimiliano Siccardi

luci Saverio Tavano

video assist Vittorio Sala

assistente alla regia Francesco Galelli

organizzazione Giorgia Boccuzzi

produzione Nastro di Möbius, Teatro del Grillo, Fondazione Armonie d’Arte Festival, Primavera dei Teatri in collaborazione con PAV

Castrovillari, Primavera dei Teatri
30/31 maggio, 1 giugno

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

Tag:, , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: