A Torino un festival per scoprire la danza Butoh e le sue interazioni con la Performance Art

LAURA BEVIONE | Dal 26 giugno al 2 luglio il Teatro Espace di Torino – una sala eclettica da sempre casa privilegiata del contemporaneo e di quei linguaggi “altri” rispetto alla tradizione consolidata – ospita la V edizione della rassegna Moving Bodies Festival Butoh e Performance. Abbiamo incontrato la curatrice del festival, Ambra G. Bergamasco, che, fra l’altro, sarà anche protagonista di una performance di danza Butoh intitolata Dancing Breath.

Questa è la V edizione del Moving Bodies Festival Butoh e Performance: come si è delineata in questi anni l’identità della rassegna?

Il Moving Bodies Festival ha un cuore e, come tale, le sue emanazioni. Il cuore del festival è la divulgazione e la presentazione della danza Butoh nelle sue infinite manifestazioni e stili, sia tecnici sia estetici. La mia missione, se così si può definire, è quella di favorire la fruizione di una danza che troppo spesso viene rilegata a un’immagine alla quale non corrisponde più. Come dice il maestro Masaki Iwana, non è interessante vedere repliche dello stile delle prime generazioni. Il Butoh è una disciplina contemporanea e va messa in relazione a tale realtà. Per far sì che la divulgazione di questa particolare forma di arte in movimento possa succedere, ho invitato altre discipline a entrare in relazione e affiancarsi. In particolare, la Performance Art. Questo apre lo spazio alla collaborazione e co-creazione di un festival “scritto” a più mani. Dopo la sua nascita come Butoh Festival Dublin, nel 2011, co-diretto con me da Katrin Neue (danzatrice contemporanea e insegnante somatica), abbiamo incontrato Paul Michael Henry, danzatore Butoh scozzese, che successivamente ha creato Unfix, festival ecologia e performance, per arrivare alle sessioni di Enrico Pastore (a novembre 2017 e febbraio 2018), il quale ha aperto lo spazio agli incontri con critici, artisti e direttori di festival italiani, invitando artisti locali e italiani che hanno in comune un approccio di ricerca alle loro discipline. L’identità del Festival penso sia proprio quella di essere creato a più mani, arricchito dalle esperienze professionali e artistiche di chi entra nella curatela e nel programma.

Il tema di questa edizione è “metafora”: quali le intenzioni e le riflessioni condensate in questo concetto?

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Questo preciso spaccato del contemporaneo mette in crisi qualunque presupposto. A mio parere, stiamo assistendo a uno scardinamento sociale, politico e culturale. La tensione crea sempre contrazioni e queste contrazioni inevitabilmente si ripercuotono sul corpo e sulla mente. Mi sembra una reazione umana, discutibile, ma umana. Allora ho pensato che il problema non è cosa viene detto e come viene detto, ma che è necessario trovare nuove metafore se si vuole proporre una sospensione di giudizio e dare la possibilità al nuovo di prendere piede e trovare terreno fertile. Un incontro di immagini e direzioni opposte e forse contrastanti in un unico luogo, in modo da far nascere nuove metafore. Se al nostro corpo si dà questo spazio, lentamente la nostra mente vede nuove vie e nuove modalità di relazione.

Quali sono gli appuntamenti immancabili del festival?

Tutti! E’ difficile separarli. Ogni evento porta con sé e offre un immaginifico differente. Sicuramente il nuovo spettacolo di Masaki Iwana, Manuela Macco e il concerto di Edoardo Striani che intervalla momenti musicali a divulgazione scientifica sul cosmo. La bellezza del festival estivo è anche dato dall’aspetto di formazione grazie alle proposte laboratoriali accessibili a tutti.

Ad aprire le serate, infatti, ci saranno incontri dedicati ai temi dell’innovazione culturale e del fare impresa di cultura: perché questa scelta?

Dal punto di vista prettamente organizzativo, il Moving Bodies ha sempre cercato di portare approcci innovativi del fare cultura e di divulgazione. In linea con la direzione dell’Espace, ho voluto dedicare un tempo al “fare cultura” e alle possibilità di comprenderne i meccanismi per offrire a tutti gli utenti dei mezzi di conoscenza per dare un supporto alla cultura che non va interpretato solo come impegno economico ma anche come un ritorno in termini materiali. Sono cresciuta in una realtà in cui, nell’arco di quarant’anni, ho potuto vedere e vivere in prima persona i cambiamenti riguardanti abbondanza e mancanza di fondi e le conseguenze che questo comporta per le compagnie di spettacolo e, soprattutto, per la crescita di pubblico. AMBRA_BERGAMASCO2Lavorando per vent’anni in Irlanda ho potuto vivere un sistema basato sull’imprenditoria e capirne i meccanismi e le agevolazioni, senza dover necessariamente produrre lavori artistici di intrattenimento. La sfida, ora, è poter ampliare questo approccio a Torino. Il festival mi sembra possa offrire una grande opportunità: far comprendere il lavoro di organizzazione culturale e spiegare ai cittadini che anche loro possono sostenerla; oppure offrire un percorso formativo agli under 25 e ai disoccupati che possa metterli nelle condizioni di operare nel campo culturale. Non un corso da event manager, ma un percorso durante il quale i partecipanti imparano a usare anche strumenti di ricerca delle scienze sociali, a comprendere il territorio di riferimento e a integrare la qualità artistica a quella del profit.

www.movingbodiesfestival.com; www.facebook.com/movingbodiestorino

 



Categorie:Danza, Interviste, Novità, Performing Arts, Satura, Scena

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