Chi sei tu? Chi siamo noi? Cronaca di una serata a Polverigi

LAURA BEVIONE | Ha compiuto 40 anni ma non li dimostra affatto il festival Inteatro, diretto con strenua passione da Velia Papa. Una gioventù prolungata ottenuta grazie a una viva curiosità per quanto accade sulla scena europea delle arti performative, alimentata dalla consapevolezza della fluidità di forme e linguaggi che contraddistingue il contemporaneo.

La serata di domenica 24 – l’ultima a Polverigi, sede “storica” del festival, che prosegue poi ad Ancona – è stata inaugurata da Uno di noi, performance e organico esito del lavoro compiuto dall’artista inglese Gary Stevens con tredici attori selezionati attraverso una call del festival stesso. Al centro della performance una riflessione – tutt’altro che superficiale bensì avvolta da divertito humor britannico – sull’identità e sulla costruzione dell’io. Gli attori sono in mezzo al pubblico – disposto in cerchio – sovente alle sue spalle e, a turni non rigidi, raggiungono il centro, da soli ovvero dando vita ad azioni corali. Responsabilità vengono scaricate dall’uno all’altro; abbigliamento e temperamento sottoposti a severo giudizio; personaggi immaginari creati con surreale seriosità. E poi si raccontano esperienze personali, perlopiù tragiche, supponiamo, poiché la narrazione viene interrotta così da lasciare allo spettatore la libertà di immaginare egli stesso la conclusione. E, d’altronde, non è quanto tutti noi facciamo quando andiamo a teatro o leggiamo un libro, ovvero piegare il racconto alla nostra biografia, avvicinandola alla nostra esperienza personale? Gary Stevens e i suoi entusiasti e giovani performer ci invitano a guardare al nostro “io” e a condividerlo con gli altri, così da creare una narrazione condivisa e comunitaria.

E sull’identità, negata e, allo stesso tempo, proteiforme, dei suoi quattro danzatori, Alessandro Sciarroni costruisce il suo Prisma, spettacolo commissionato al coreografo marchigiano da FOG Triennale di Milano Performing Arts e miart 2018, e ideato in collaborazione con il duo artistico Masbedo. Punto di partenza una creazione del 2008, Cowboys, di cui erano protagonisti una coppia di interpreti – Luana Milani e Matteo Ramponi – e vari specchi che deformavano ovvero mutilavano l’identità dei danzatori. A quella coppia ora si aggiungono Anna Bragagnolo e Francesco Marilungo, e l’inserimento di video – eventi catastrofici quali terremoti e crolli di palazzi, fenomeni naturali – realizzati dai Masbedo. Sul palcoscenico, ai quattro angoli, neri cassoni su ciascuno dei quali sono cinturone, cappello da cowboy e stivali, e poi uno specchio, che i singoli interpreti si pongono sulle spalle così da coprirsi il volto, ovvero inclinano in modo da riflettere parti del proprio corpo, oppure utilizzano quale schermo per i succitati video.CAMPAGNA_MIART_02_sRGB_FOR WEB E, in un frangente particolarmente concentrato ed evocativo, Ramponi e Marilungo sovrappongono i rispettivi specchi – di dimensioni differenti – così da creare una strana creatura, doppia e vagamente inquietante: si moltiplicano mani e riflessi, così da complicare ulteriormente la percezione. Gli specchi sono protagonisti dei sipari più ipnotici e riflessivi dello spettacolo – i tempi sono dilatati e i movimenti rallentati, la musica elettronica magnetica – a cui si alternano parti in cui, indossati gli emblemi del vero “cowboy”, i quattro eseguono una coreografia su musica folk-western, una versione stilizzata e ironica di una danza da saloon. Sipari apparentemente estemporanei e che, nondimeno, amplificano e complicano l’idea all’origine dello spettacolo, ossia la non univocità della percezione e la conseguente fluidità dell’identità.
Ne è ulteriore e iconica rappresentazione l’immagine finale dello spettacolo: i cassoni portati al centro del palcoscenico, gli specchi appoggiati a essi sui quali sono proiettati di nuovo i video e che, quasi sinistramente, ribadiscono l’illusorietà di una confortevole oggettività.

Sulla percezione riflette anche Andrea Costanzo Martini in What happened in Torino, breve assolo che il coreografo-danzatore piemontese ha costruito partendo dalla domanda: che cosa significa “esporsi”?. Azione egotica oppure atto quasi masochistico? Indossando solo buffi boxer di pelo grigio, l’artista esordisce con movimenti quasi animaleschi per poi dominare il palcoscenico con l’agilità e l’eleganza che lo contraddistinguono mentre, in sottofondo, sentiamo la registrazione di antiche televendite di Vanna Marchi: la danza è diventata essa stessa merce? L’intelligenza e l’autoironia di Costanzo Martini caratterizzano questo spettacolo così come l’altro assolo proposto a Polverigi, Occhio di bue, al cui centro è l’identità stessa del danzatore, posta in rapporto ad aspettative e pretese di operatori e pubblico. Il faro dà letteralmente la caccia al ballerino, lo insegue sul palcoscenico, costringendolo a rivelare finzioni e travestimenti messi in atto – i baffi finti – e negandone così la rivendicata libertà artistica.
andrea costanzo martini-occhio di bue 20157463_1513023558772902_9099575868054883389_oSu un lato del palco, poi, un “doppio” autoritario di Costanzo Martini da un televisore gli impartisce ordini in un futuristico pastiche linguistico, insinuando l’idea di una sorta di Grande Fratello dello spettacolo. Una capacità di pensare con scaltra leggerezza alla propria arte che si coniuga a una magistrale perizia tecnica contraddistinguono dunque l’ammirevole lavoro di Costanzo Martini.

COLLETTIVO CINETICO / FRANCESCA PENNINI BENVENUTO UMANO Autoironia e desiderio di meditare con leggerezza sulla propria arte caratterizzano anche la performance creata da Francesca Pennini con i suoi performer, How to Destroy Your Dance. Un lavoro per nove danzatori – gli interpreti sono a rotazione – coinvolti in una sorta di sfida contro il tempo e contro le convenzioni della danza. Una voce meccanica pone imperiosamente domande – Cosa sai fare in un minuto? Lo sai fare davvero? – rivolgendosi ai singoli danzatori, ognuno dei quali individuato con un soprannome. Si formano poi due squadre che, sotto gli occhi di un arbitro integerrimo, si sfidano nell’eseguire il più velocemente possibile una breve coreografia.
La danza come gioco molto serio che, dunque, deve essere sdrammatizzata e destrutturata, ridefinita e ricomposta, divertendosi certo, ma con inappuntabile professionalità.

 

www.marcheteatro.it

UNO DI NOI

di Gary Stevens
Interpreti Francesco Benanti Vitale, Elena Biagini, Valentina Bonci, Chiara Buzzone, Marco Celli, Leonardo Delfanti, Saverio Fabbri, Fonte Fantasia, Giulia Francia, Paola Foresi, Eleonora Greco, Dalila Reas, Lorenzo Vanini
Produzione Artsadmin supported by Marche Teatro – Inteatro Festival

 

PRISMA

di Alessandro Sciarroni
in collaborazione con Masbedo
Costumi Ettore Lombardi
Video Masbedo
Musiche Abul Mogard, Bright Eyes
Interpreti Anna Bragagnolo, Francesco Marilungo, Luana Milani, Matteo Ramponi
Produzione Snaporazverein, In Between Art Film, Marche Teatro

 

OCCHIO DI BUE – WHAT HAPPENED IN TORINO

Coreografia, suono e interpretazione Andrea Costanzo Martini

 

HOW TO DESTROY YOUR DANCE

Ideazione, regia, coreografia Francesca Pennini
Drammaturgia, tecnica Angelo Pedroni
Interpreti Simone Arganini, Niccolò Catani, Margherita Elliot, Carolina Fanti, Teodora Grano, Orlando Izzo, Fabio Novembrini, Carmine Parise, Angelo Pedroni, Francesca Pennini, Ilaria Quaglia, Giulio Santolini, Stefano Sardi, Giulia Sposito
Con il supporto di Inteatro Festival /Marche Teatro

 



Categorie:Novità, Recensioni, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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