Sei: la fragilità dell’attore (e del personaggio) da Pirandello a Scimone

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LAURA NOVELLI | Dopo le (a)simmetrie emotive, surreali e allegramente struggenti di Amore, Spiro Scimone e Francesco Sframeli tornano sulle nostre scene con un nuovo spettacolo il cui cuore pulsante è il Teatro stesso. Si intitola semplicemente Sei, ha debuttato nei giorni scorsi al Napoli Teatro Festival Italia e vede il duo messinese alle prese con un’invenzione di esplicita ascendenza pirandelliana (a partire ovviamente dal titolo) che affronta con briosa ironia tematiche quali il lavoro dell’attore, la sua funzione sociale, il rapporto tra interprete e personaggio, la dialettica tra realtà e finzione, spettacolo e pubblico, arte e vita. In pratica, ciò su cui i teatranti stessi sono chiamati a riflettere ogni qual volta rivolgano lo sguardo alla fodera – al mistero – della loro professione. Ma anche – e tanto più qui – ciò che il grande drammaturgo di Agrigento sviscera nella sua geniale trilogia del teatro nel teatro.

Concepito come un vero e proprio adattamento dei Sei personaggi in cerca d’autore, questo testo di Scimone ne riverbera giocoforza la natura fortemente metateatrale ma riesce ad imporsi anche come un’opera autonoma, corale (dieci gli attori in scena), farsesca e insieme acre, perfettamente in linea con la più recente produzione della compagnia e al contempo assai innovativa. Eliminato l’afflato filosofico e concettoso dell’illustre precedente, Sei potrebbe essere considerato il  ‘manifesto’ di alcuni teatranti odierni che vogliono e sanno esprimere, con garbata vis polemica, una preoccupazione cocente per il loro destino. Per la sopravvivenza di una professione messa in seria crisi dalle smemoratezze e scelleratezze di un sistema culturale ormai al tracollo.

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Preoccupazione declinata con ironia (e autoironia) e amplificata sia da quel teatrino all’italiana che Lino Fiorito ha posto sul palcoscenico come unico elemento scenografico sia dal ritmo salmodiante di una scrittura secca, puntuale, che ancora una volta non rinuncia alla musicalità, alla circolarità, al disegno geometrico delle anafore e delle ripetizioni. Scimone stesso vi ricopre, inoltre, il ruolo del Capocomico, regalando a questo personaggio un’energia e una leggerezza baldanzose che sembrano voler mettere in fuga – drammatizzandoli –  gli spettri di un mestiere oggi quanto mai difficile ma, proprio per questo, sempre più ‘necessario’.

Luci alte. Una compagnia di giovani attori non proprio di successo (tra gli interpreti Gianluca Cesale, Salvatore Arena, Bruno Ricci, Francesco Russo, Mariasilvia Greco, Miriam Russo) teme che lo spettacolo in prova non si possa più fare. Sono tutti seduti e i loro movimenti disegnano una coreografia armonica, fisiologica, robusta, che li fa agire all’unisono e che parrebbe inseguire in modo per così dire ‘espressionista’ il ritmo frizzante delle parole.

In questa prima parte della pièce – scritta da Scimone in modo del tutto autonomo rispetto ai Sei personaggi di Pirandello – si insinua la vicenda comica di un tecnico/datore luci rinchiuso in bagno per problemi alla prostata e incurante di quanto succeda in scena. Ed è proprio dentro questa metafora dai contorni agrodolci che la scrittura di Scimone innesta poi quella del Maestro premio Nobel: mentre gli attori si lamentano di non poter proseguire il loro lavoro, compaiono nei palchetti di cartapesta del teatrino sul fondo cinque strani tipi dall’aria trasandata e sciatta (la Bambina destinata ad affogare è sostituita da una bambola molto grande tenuta in braccio dalla Madre). Nessun effetto speciale. Nessuna apparizione stravagante. Nessun indizio di alone metafisico. Queste figure ‘nate dalla mente dell’autore’ sono essere umani comuni. Persino esempi di un’umanità marginale, sfortunata, vagabonda. Cercano qualcuno che racconti la loro storia. Irrompono sul palcoscenico con una discrezione priva di riverenza e timore. Sframeli è il Padre. Un Padre cauto, dimesso, quasi rassegnato e stanco. Viceversa, la figlia della brava Zoe Pernici mostra una fisicità prepotente e aggressiva (sottolineata dal sexy abito nero immaginato per lei da Sandra Cardini) da cui traspare l’ambivalenza del suo dramma personale. Più compassati la Madre di Giulia Weber (già nel cast di Amore) e gli altri membri della travagliata famiglia.

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Come nell’originale pirandelliano, anche qui l’artificio teatrale vive tutto nel confronto tra i personaggi e gli attori che dovrebbero rendere vera la loro vicenda. Anche qui il corto circuito più emblematico è quello che collega ‘pericolosamente’ il senso dell’essere attore e l’impossibilità di esserlo a prescindere da un altro da sé (oltre che a prescindere dal pubblico). Eccolo un nodo cruciale di questo intelligente spettacolo. Fatta piazza pulita della filosofia, del ragionamento dialettico,  resta il nocciolo di una denuncia che è denuncia politica e, insieme, statuto estetico. Con l’arguzia di sempre, Scrimone descrive dunque la labilità, la fragilità, la fatica del Teatro ma sotto e dentro questa vis polemica c’è il Teatro stesso, come fossimo incatenati ad un gioco di specchi da cui sia impossibile uscire.

Il tutto nei contorni di una pulizia registica (a firma dello stesso Sframeli) che avvicina Pirandello alla sensibilità contemporanea per sottolinearne ancora meglio la visionaria preveggenza e la formidabile intuizione di quella ‘trasmutabilità’ del testo drammatico in base alla quale esso non può sussistere senza il corpo dell’attore. Non si tratta di evanescenza ma di doppia natura. Una sottigliezza non da poco, su cui aveva giocato pure una bella regia di Carlo Cecchi del 2003.

Alla fine dei conti, dopo i litigi, le incomprensioni, il cupo epilogo del cuore verista/passionale dei Sei personaggi (il Ragazzo muore in scena sparandosi), riprende il sopravvento la scrittura da vaudeville di Scimone: il tecnico rinchiuso in bagno sopraggiunge dalle quinte  ignaro di ogni cosa. Si ride. Si tira un sospiro di sollievo. Si spera. La sua verità così umile e piccola pareggia i conti, perché non c’è concretezza più brutale di quella che regola l’artigianato di chi il teatro lo fa ogni santo giorno. Con sudore, gioia ed onestà.  E non mi è parso un caso che lo spettacolo sia andato in scena proprio al San Ferdinando, il teatro di Eduardo. Il teatro dall’ampio foyer dove sono in mostra, grazie all’accurato lavoro di raccolta di Giulio Baffi, ricordi, oggetti, costumi, biglietti autografi, fotografie di grandi attori partenopei. Quale cornice migliore di questa?

 

SEI

di Spiro Scimone

adattamento dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello

con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber, Salvatore Arena, Bruno Ricci, Francesco Russo, Mariasilvia Greco, Miriam Russo, Zoe Pernici

regia Francesco Sframeli

scena Lino Fiorito

costumi Sandra Cardini

disegno luci Beatrice Ficalbi

regista assistente Roberto Bonaventura

produzione Compagnia Scimone Sframeli, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Biondo Stabile di Palermo, Théâtre Garonne-scène européenneToulouse

in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Teatro San Ferdinando,  23, 24,25 giugno 2018



Categorie:In evidenza, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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