Orizzonti Verticali festival: a San Gimignano, il teatro abitato

0-2.jpegEMILIO NIGRO | Rivelarsi per il teatro. Rivelare il non visibile, l’intimo. Approdare all’altro e farsi possedere. E così rinvigorire la memoria di essere uomo, pensiero, sentimento. Ricreare articolazioni sociali atrofizzate da stereotipi di pensiero unico, d’allineamento: ridefinirsi componente di una collettività, cives. Riappropriarsi di identità confutate da tempi veloci e disorientanti, minimizzate da nuovi fascismi.

A San Gimignano appena conclusa la sesta edizione del Festival Orizzonti Verticali, un “cantiere per le arti contemporanee”. L’attenzione al confronto generazionale, il tema sviluppato nelle arti e negli incontri pomeridiani extra spettacolari. Momenti fuori dalle scene per cui la parola individua fare comune. In rilievo la necessità di stabilire parallelismi, ponti. L’urgenza di esserci insieme. Al di là dei personalismi e dei resoconti biografici di carriera. Prendere parola per rilanciare (o riflettere) senso e motivazioni della creazione, oggi. Frattura o passaggio di consegne tra le generazioni? Tempi, odierni, per cui non è possibile far maturare germogli e progressi? Giovani distratti e senza slanci politici rispetto a chi li ha preceduti? Il teatro che muta o mutato dalle circostanze? Padri da “uccidere” o da seguirne il modello?

Nell’incontro di venerdì (venerdì 6) se n’è discusso, privandosi di indicare soluzioni e finire in risposte semplicistiche. Nutrire piuttosto una coscienza individuale e collettiva, riproporre per tenere a mente, per non essere indifferenti. Perché – dalle parole del compianto Roberto Guicciardini a cui questa edizione è dedicata – “il teatro non resti isolato come una cattedrale nel deserto o, peggio, come un museo visitato da frequentatori senza volto”. Per aprire gli orizzonti di una comunità dalle derive recenti autarchiche e borghesi. Pensieri e moti differenti confluiti in un plurale riconoscersi. Determinarsi.

Lo spirito del passato per attualizzare costumi ed etiche emancipati dal linguaggio d’arte: la creazione originale di Luca Scarlini (saggista, drammaturgo, storyteller) La logica dell’equilibrio animata nelle sale della pinacoteca di San Gimignano, dove esposto è il dittico dal Gabriele Annunciante e dalla Vergine Annunciata composto da Filippino Lippi. Artista controverso sospeso tra due epoche, Rinascimento e Manierismo, figlio di un frate e di una monaca, innovatore e conservatore, figura cruciale nella storia dell’arte. La dialettica di Scarlini, epurata dal cenno e conformismi di sorta, diffusa in fluire non ritmato da accenti e simulazioni fonetiche, per approdi di efficacissimo senso e ascolto terzo, a cui alla fascinazione dell’affabulazione si preferisce una “serigrafia” di contenuto e concetto. La vita, le opere, le vicissitudini individuali dell’artista e il tessuto sociale dell’epoca a tracciare attraverso la memoria storico-artistica una concezione sovrapposta del circostante. Chiarificare culture per nutrire concezioni. Un addensare il presente allo spettro dell’antico.

0.jpegMoti dal passato, ancora, in Medeassolo – andato in scena sul palco allestito nel suggestivo spazio della rocca di Montestaffoli – da Seneca, di e con Valentina Banci. La tragedia trasformata in monologo: centrale la riproposizione del personaggio della Medea, portatore di archetipi e di conseguenze passionali, nella decostruzione strutturale del verso tragico per meccaniche verbali e espressive dalla forte connotazione espositiva. Prossemiche d’attore e oggettivazione di emozionalità intime (per suoni-segni riverberati da piatti e tamburi, unico elemento scenografico) a drammatizzare il soliloquio d’una donna feticcio dell’opportunismo del potere, vittima sacrificale e pasto per dominio sociale. Umanizzare l’atroce e folle gesto dell’assassinio della prole, a tentare di restituirne dignità. Lo scopo sociale della tragedia mutualizzato nell’istintività sclerotizzata dal vittimismo per ragioni di stato. Non ne consegue, però, una relazione confortevole dalla visione, piuttosto un dissenso provocato non solo dal rifiuto del destino a cui si assiste, quanto da stilemi poco ricreanti contatto per ascolto. La prova rimane appiattita dall’esposizione umorale eccessiva e da un’interpretazione, pur se generosa e di mestiere, poco inclusiva.

Di tutt’altro tenore lo studio Protopinocchio, delle compagnie Giardino Chiuso/Opus Ballet, teatro danza, anteprima del lavoro a compimento nell’inverno prossimo, per la drammaturgia di Tuccio Guicciardini e la coreografia di Patrizia De Bari. A dettagliare un’espressione squisitamente contemporanea della narrazione per linguaggio coreutico, attraversare storie per segni e tecniche in movimento. Un pinocchio modellato e reso libero di scoprire il mondo, un burattino senza fili. Chiare le restituzioni di un messaggio politico forte, nel ribrezzo per l’intellegibile e del comprensivo che ci fa fruitori di una prassi indotta, contro una didattica per le masse. Tra danzatori in scena. A farsi guardare nel proprio habitat.0-1.jpeg

Nella splendida piazza di S.Agostino, un luogo scenico suggerito e animato dall’uso sapiente delle luci, a drammatizzare contesti e situazioni. E dilatarli. Nei bianchi spettrali dal basso verso l’alto, nelle densità del verde e l’onirismo dei toni di blu – da fondale le architetture e la pietra “svelata” del complesso religioso – , successivo ad una voce guida, di fuori campo, ad anticipare le scene, il pinocchio (Jennifer Rosati) prende vita e assume il rapporto con l’altro da sé. Meccaniche ancora da far fluire per un lavoro dalla possibile, esplosiva, potenza futura. Notevolissima la prova della Rosati, giovanissima e perfettamente padrona della cinetica e della partitura evitando di modulare in schemi. Una fluidità riscontrata in generale nella costruzione frammentaria per quadri (forse alcuni da ridurre nelle tempistiche), nei tempi a ritmo intermittente, e nei contenuti esplicitati per un tratteggio esistenzialista e prosaico, non di poco conto considerando il codice silente e non verbale della danza. E il burattino senza fili che urla e rivendica libertà, dentro di noi.

 

LA LOGICA DELL’EQUILIBRIO

UN RACCONTO PER FILIPPINO LIPPI ALLA PINACOTECA COMUNALE DI SAN GIMIGNANO

LUCA SCARLINI

DI E CON LUCA SCARLINI

COPRODUZIONE GIARDINO CHIUSO/ORIZZONTI VERTICALI, FONDAZIONE FABBRICA EUROPA

CON IL SOSTEGNO DI REGIONE TOSCANA

 

MEDEASSOLO | S-CONCERT DA SENECA

VALENTINA BANCI

DI E CON VALENTINA BANCI

TRADUZIONE PAOLO MAGELLI

MUSICHE ARTURO ANNECCHINO

IN COLLABORAZIONE CON BAM TEATRO

 

PROTOPINOCCHIO

OPUS BALLET / GIARDINO CHIUSO

INTERPRETI JENNIFER ROSATI, LORENZO DI ROCCO, GIUSEPPE IACOI

VOCE VIRGINIO GAZZOLO

COREOGRAFA PATRIZIA DE BARI

DRAMMATURGIA TUCCIO GUICCIARDINI

MUSICHE ORIGINALI BRUNO COLI

COSTUMI ROSARIA MINNECI

COPRODUZIONE OPUS BALLET, GIARDINO CHIUSO/ORIZZONTI VERTICALI/ FONDAZIONE FABBRICA EUROPA

CON IL CONTRIBUTO DI REGIONE TOSCANA

 

Visioni dal festival Orizzonti Verticali dal 3 all’ 8 luglio a San Gimignano (SI).



Categorie:Novità, Recensioni, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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