Carpentieri sublime nella confessione-monologo di un avvocato penitente

RenatoCarpentieri_LaCaduta_2HLAURA NOVELLI | La scommessa è duplice. Di quelle che richiedono spalle artistiche forti, robuste. E Renato Carpentieri – tra i maggiori attori, registi e operatori culturali del panorama italiano degli ultimi decenni – l’ha affrontata con la consapevolezza di un intellettuale di ferro. Ha scelto infatti di rovistare nel repertorio del prolifico scrittore e filosofo francese Albert Camus e di portare in scena, dentro un unico progetto/contenitore intitolato Una serata con Albert Camus e in programma al Napoli Teatro Festival 2018, due opere molto diverse tra loro ma accomunate da tematiche simili o per lo meno complementari. Si tratta di un adattamento teatrale del romanzo breve La caduta (1956) e del dramma in tre atti Il Malinteso (1943).

Non avendo potuto seguire entrambi i lavori, mi soffermerò sul primo titolo (https://video.repubblica.it/edizione/napoli/napoli-teatro-festival-una-serata-con-camus-di-renato-carpentieri/308895/309528?ref=vd-auto&cnt=1). Nella splendida cornice del giardino dell’Istituto di Cultura Francese di Napoli, tra macchia mediterranea e una luce naturale già striata delle prime tinte calde del tramonto, il violoncellista Federico Odling accoglie il pubblico seduto su un muretto all’ombra. Il pubblico si sistema in semicerchio e guarda con curiosità l’incedere lento di un uomo anziano ma estremamente affasciante che, vestito di bianco/crema e con un panama in testa, gli si avvicina parlando di sé come si parlerebbe ad un amico. In realtà, nel monologo dell’autore francese, il celebre avvocato parigino Jean-Baptiste Clamence, personaggio che Carpentieri (di cui ricordo almeno L’intervista di Alberto Moravia che ha diretto e interpretato lo scorso anno e il recente David di Donatello ricevuto per il film La tenerezza) cuce addosso alle sue corde con estrema naturalezza e sottile ironia, si confida all’avventore di un bar di Amsterdam.

Avventore  muto, forse inesistente, che molto rassomiglia a certi personaggi sordi di Cechov, quelli chiamati ad accogliere gli assoli più strazianti dei protagonisti inchiodati alla loro incapacità di agire. Dunque, siamo nei contorni di un dialogo a voce sola in cui l’interlocutore rappresenta in realtà un pretesto per avere un alter ego cui elargire confessioni intime e atroci. Tanto più che l’alter ego di Clamence è la sua stessa coscienza e questa, a teatro, non può che fare appello agli spettatori: testimoni di una resa dei conti per niente idilliaca nel corso della quale il ricco giudice penitente (ormai lontano per sempre da Parigi e dedito a pentimenti quotidiani) racconta di sé per raccontare di (e ‘a’) tutti noi.

Giudicando se stesso, egli condanna infatti il suo passato, l’ipocrisia e il perbenismo in cui è vissuto. Critica ogni sua certezza. Condanna gli altri perché “tutti abbiamo perduto il lume”. Definisce un “muro” la libertà personale. Demitizza l’amore confondendolo con il gioco sensuale dei sentimenti e delle relazioni (“Senza gioco, che noia!”).

Una serata con Albert Camus di Renato Carpentieri

Jean-Baptiste (e non certo a caso Giovanni Battista del Nuovo Testamento è colui che “prepara la strada”, colui che da solo “grida nel deserto”, dunque un vero e proprio  penitente) si dichiara innocente sapendo di non esserlo. Si chiede quale fosse il valore dei suoi gesti onesti. Della sua benevolenza. Erano realmente puri e sinceri o, piuttosto, celavano il desiderio di sopraffare? Di “ambire alle vette”? E l’elogio degli altri non era, a ben vedere, solo una morbosa forma di amore per se stesso?

L’arguto Clamence del bravissimo Carpentieri (anche regista) parla quasi senza sosta, concedendosi delle pause per dare spazio all’originale partitura musicale di Odling, per bere qualche sorso d’acqua e avvicinarsi al pubblico cercandone la complicità. Con picchi di stizzosa alterigia, esprime il suo disprezzo per i giudici e la sua stessa natura. Anche se questa natura un tempo gli piaceva, così come gli piaceva la felicità. Non c’è enfasi nelle sue parole. Piuttosto una lucidità quasi fanciullesca ma talmente raffinata da sfiorare il controsenso.

I toni si fanno invece più compassati quando l’uomo rievoca l’episodio di una ragazza che vide sporgersi da un ponte sulla Senna prima che vi si gettasse dentro per suicidarsi. Dunque, se si fosse fermato, se le avesse parlato, quella tragedia si sarebbe potuta scongiurare? Purtroppo non esiste un’altra chance nella vita. Le cose vanno in verso o in quello opposto e dipende quasi sempre da noi, come capita nel bel film di Peter Howitt Sliding Doors. Debbo riconoscere che questo è uno dei momenti più significativi e toccanti del lungo assolo: la caduta del titolo è certamente metafora del crollo interiore del personaggio ma non si può escludere l’ipotesi che abbia anche a che fare con quella caduta/suicidio. D’altronde, uno dei maggiori tormenti esistenziali di Camus (raccontato nel bel saggio Il mito di Sisifo del 1942) è proprio quello dei suicido: « Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».

Di fronte alla perdita di una vita umana, la ‘caduta’ di questo loquace dio del Foro ormai defilato e filosofeggiante insinua insomma il dubbio che pentirsi realmente sia impossibile. Perché uno dei peccati più fisiologici dell’uomo è proprio quello di giudicare i suoi simili. ”Ognuno ha bisogno di schiavi”, dice ad un certo  punto.  Ci si pente, insomma, solo per poter continuare a giudicare gli altri. E nell’ultima parte del breve romanzo si legge: «La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri. visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fa la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice»
Per Il Malinteso rimando alla breve ma intensa spiegazione di Carpentieri stesso al link: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/operetta-una-giornata-con-albert-camus/.

UNA SERATA CON ALBERT CAMUS

La Caduta

Il Malinteso

un progetto di Renato Carpentieri
con (o.a.) Renato Carpentieri, Ilaria Falini, Valeria Luchetti, Maria Grazia Mandruzzato, Fulvio Pepe
regia Renato Carpentieri
scene Arcangela Di Lorenzo
costumi Annamaria Morelli
disegno luci Cesare Accetta
musiche Federico Odling
direzione di scena Amedeo Carpentieri
assistente alla regia Serena Sansoni
produzione Associazione culturale “IL PUNTO IN MOVIMENTO”

Napoli Teatro Festival Italia 2018 – 23 e 24 giugno 2018

 

 



Categorie:In evidenza, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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