Aterballetto e il mito di Aisha, tra tradizione e contemporaneità

imma fotoROBERTA RESMINI | Una delle sfide sociali con cui l’Europa da sempre si è confrontata è quella dell’identità, il riuscire, cioè, nel tentativo di coesistenza, rispetto e valorizzazione delle singole identità culturali per portare alla creazione di una rinnovata coesione identitaria che passa attraverso il superamento dei pregiudizi e la conoscenza dell’Altro. Da questo cardine si è sviluppato un processo di residenze, scambio e ricerca, che ha collegato Bruxelles, sede di una grande comunità di origine marocchina, Reggio Emilia, città con una significativa presenza di cittadini marocchini e Marrakech, capitale dell’identità culturale del Marocco.

Dieci artisti belgi e due italiani, Gabriele Licchelli e Teresa Noronha Feio, hanno intrapreso un percorso di residenza creativa e di ricerca sul tema del Sacro, sviluppando incontri con giovani artisti marocchini e interagendo con le comunità locali di Marrakech, finalizzato alla creazione di un momento di apertura e condivisione che hanno dato luogo all’avvio di un progetto creativo innovativo.

IMMA Immagini Mistiche del Marocco di Aisha, in scena venerdì 13 luglio nell’ambito del Festival multiculturale di danza, musica e immagini “Voices&Borders” presso la Fondazione Feltrinelli a Milano,  rappresenta il tentativo da parte di Aterballetto di dare voce, forma, immagine e colore ai materiali raccolti dai due autori sulla figura di Aisha Kandisha, una Jinniyya della tradizione marocchina, spirito molto conosciuto, venerata quasi come una santa, eppure allo stesso tempo demoniaca e temuta, simbolo della resistenza coloniale. Una performance che non lascia indifferenti e che si snoda sui temi della musica, dell’amore e dell’uguaglianza.

La musica, una litania, l’invocazione ai diversi spiriti, che si alterna, in vari momenti dello spettacolo, all’eco di tamburi e alla concitazione che accompagna la danza. Si tratta di una peculiare sonorità tradizionale praticata dai Gnawa, un gruppo etnico discendente dagli schiavi neri sub sahariani, una musica che rievoca cerimonie e rituali di tale popolo e che ha spesso una funzione ipnotica sia per i musicisti, che per i partecipanti all’ascolto. Una musica coinvolgente e totalizzante, che si esprime al meglio insieme alla luce, ora blu, meditativa, che accompagna la preghiera, ora rossa, sanguigna, vendicativa, concitata, ora bianca, immobile, divina.

L’amore: Aisha perde l’uomo di cui è innamorata in uno scontro e da allora sceglie la strada della seduzione per vendicarsi. Aisha paralizza gli uomini con la sua presenza e protegge le donne che invocano l’amore del Corano.  Lei, così eterea e inafferrabile eppure così reale, condiziona per sempre la vita delle persone che incontra. Lascia spiazzati e increduli, come si racconta nelle storie che intervallano la danza, eppure infonde una energia che spinge le donne a ballare, a gettarsi per terra,  a roteare quasi come i dervisci che, con questo movimento, raggiungono l’estasi mistica e si collegano al divino. La danza, allo stesso tempo esoterica e terapeutica, esprime una tensione verso l’infinito e un desiderio di manifestare l’essenza umana.

L’uguaglianza: non c’è separazione tra palcoscenico e spettatori, gli spettatori vengono inglobati nella scena quasi a significare che sono loro i protagonisti,  perché la genesi dello spettacolo è data dall’incontro con l’Altro. Ecco allora che la giara contenente l’acqua attraverso cui Aisha viene invocata, fatta passare di mano in mano, diventa il segno tangibile di uguaglianza, di appiattimento delle gerarchie sociali e, allo stesso tempo, mezzo per tendere verso l’assoluto.

Tre attori in scena: due che si alternano nella narrazione e nella proiezione di immagini raffiguranti episodi vicini e lontani nel tempo, storie raccolte nell’incontro con l’Altro, storie trascritte per le generazioni future. Si spostano sulla scena, sono a volte nel centro del palcoscenico, a volte nascosti tra il pubblico e indossano abiti comuni, perché l’accento non è posto su di loro ma su cosa tramandano. E poi lei, danzatrice protagonista indiscussa della scena, si muove sul palcoscenico con rigore quasi geometrico lasciando trasparire la sua educazione da ballerina di danza classica. Un semplice abito nero le permette in alcuni momenti di camuffarsi, di rendersi invisibile, di passare in secondo piano per far emergere, anche in questo caso, la verità del racconto.

Con questo spettacolo si conferma l’attenzione alla contemporaneità di Progetto della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, in uno spettacolo transdisciplinare di narrazione, coreografia e video che colpisce per la sua attualità,  per i movimenti che nascondono studio, virtuosismo e tecnica, ma che appaiono nudi ed essenziali, per le immagini raffiguranti paesaggi e naufragi che uniscono le storie di migrazioni degli schiavi africani con quelle di cronaca contemporanea, per la narrazione di racconti che celano un’inevitabile ricerca di traduzione per renderli fruibili al pubblico.

IMMA

Immagini Mistiche del Marocco di Aisha

Invisibile madre della morte, Aisha

Immortale Aisha

Idea Teresa Noronha Feio e Gabriele Licchelli

Con Teresa Noronha Feio, Gabriele Licchelli e Saverio Bari

Progetto della Fondazione Nazionale della Danza in collaborazione con Les Halles de Schaerbeek – Bruxelles e Maison de l’Elu – Marrakech



Categorie:Danza, Novità, Recensioni, Satura, Scena

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