Il Teatro che dà accesso: la parola di Tino Caspanello. Visioni da Cetara – Teatri in Blu

Teatri in bluEMILIO NIGRO| Cetara. In mezzo al mare. Una tonnara e nei pressi della poppa, fra i bordi, una sedia vuota e quaranta persone davanti. Sedute. Silenzio. D’attesa trepidante, e la notte attorno. Forse dentro. A qualche miglio la costa. Si vede di fronte, fa da fondale: un miscuglio di luci baluginate, a malapena si intravede il borgo, dietro, con le case in mezzoscuro arrampicate sulla rupe e le finestrelle buie. Saranno tutti fuori, a godere dell’estate. Ché si può stare all’aria. Fino a tardi. Leggeri. O saranno rimasti in casa, e non lo vogliono fare sapere.
Il rumore delle onde sulle bocche della barca. Il suono, anzi. I pensieri d’una vita altra, altrove. Magari in mezzo ai mari. Insieme all’equipaggio ad assistere all’eterna lotta tra l’uomo e l’animale. Per quel poco da trarne respiro, e ritornare a terra fra i muri squallidi di città. E le sue vite affrettate, ciniche, noncuranti.
A Cetara Teatri in Blu. Dal 30 giugno all’11 agosto. Due appuntamenti a settimana. Solo una connotazione cromatica il blu, suggerisce Vincenzo Albano, il direttore artistico. Niente che didascalicamente faccia venire a mente il mare. Anche se il mare è da scenario, teatro, spazio scenico anticonvenzionale. Spettacoli su una tonnara, una barca operaia, che già di per sé è una storia, un segno. Una piccola utopia, la definisce Albano, un favorire grazie alle arti della scena l’incontro tra esperienze diverse e affini: tra luoghi, persone e fantasie.
E uno spettacolo che dice del mare. Niño, di Tino Caspanello e in scena Cinzia Muscolino. Che del mare ne dice della transumanza. Transumanza di genti. Migrazioni. Dello spettacolo ne ha scritto per PAC Benedetta Bartolini (https://paneacquaculture.net/2016/05/10/il-nino-di-caspanello-simbolo-di-una-salvezza-negata/ ).
A parlarne, in questo caso, è l’autore. Drammaturgo siciliano, fra i più noti e prolifici d’Italia.
cetara“Viviamo dentro un mare inquieto” – le parole di Caspanello – “la protagonista è rappresentante di questa gente che lascia radici, cultura, famiglia, identità, alla ricerca di qualcosa che grazie al mare potrebbe essere vita ma che a causa del mare potrebbe essere anche morte. Lei era una donna siciliana, una delle tante emigrate in Sudamerica dopo la seconda guerra mondiale, e dal piccolo paradiso in cui viveva cadde in un inferno: un incidente accadutole sulla nave. E’ il pretesto. Il pretesto per raccontare una storia, una storia vera, ma il pretesto per raccontare una condizione. La condizione delle donne che migravano, perché conosciamo piuttosto storie di uomini, quelle delle donne non ci raggiungono facilmente. E molte di loro facevano una brutta fine. Lei è rappresentante di questa condizione e ho tentato di raccontarla attraverso il teatro.”
Attraverso una parola scarna, che si fa immediatamente scena…
“La scrittura drammaturgica restituisce la verità, la verità di una vita, nella finzione teatrale. Sappiamo che la finzione ha sempre un limite, c’è una realtà che incombe e che va sostenuta e ricreata, nella quale bisogna credere.”
Una drammaturgia senza autocompiacimenti, come se l’autore si fosse “tolto”. Come l’ha costruita, quali le ispirazioni, le tracce, il processo creativo.
“Ho sempre presente la lezione di Michelangelo (Buonarroti ndr): diceva che la scultura si fa per levare, per togliere, perché all’interno della materia c’è già tutto, c’è il senso, c’è la forma, il movimento. E la parola contiene senso, contiene profondità e a tutte queste cose non abbiamo bisogno di aggiungere altro. Quando già la parola scarna suggerisce al pubblico uno spazio, un tempo, un’azione, un movimento, una condizione, è sufficiente affinché il pubblico rimetta in moto quel processo ricreativo che è quel dinamismo attivo dello spettatore. Rispetto ad un teatro che troppo spesso dimentica questa lezione e diventa formalismo, diventa pura estetica, fermandosi ad un’esteriorità che non riesce a dare e ad andare oltre.”
Questo provoca una “visione” – tramite l’utilizzo della parola e del corpo che le dà carne – di scenari immaginifici. E una relazione intensa, scaturita dalla visione. Al contrario di una spettacolarizzazione che resterebbe esclusivamente per gli occhi. In questo il ruolo e l’efficienza dell’attore è fondamentale. Quale il rapporto tra autore/regista e attore? Plasmi forme e contenuto o lasci piena coscienza e autorialità attoriale?
“Ho come un certo senso di fastidio, generalmente: ho la sensazione ci siano in atto delle dittature. Una parola che non mi è mai piaciuta. E assistiamo sicuramente a una dittatura della parola e della immagini che poi rimangono soltanto agli occhi senza riuscire ad andare dentro. Vuol dire imporre una mentalità, imporre una visione purtroppo unilaterale, che non dà adito né modo di entrare in dialogo (con il teatro, con le arti, con la parola). Siamo sovrastati senza possibilità di intervento. Non è questo che amo in tanta arte contemporanea, e non solo per il teatro: mi piace quando la parola, il testo, l’opera, dia la possibilità a tutti di entrarci dentro. Anche lo spettacolo linguisticamente o iconograficamente più alto deve lasciare aperta una porta, anche all’uomo della strada, al malcapitato. Dare accesso, entrare in dialogo con l’opera d’arte. E il problema oggi è grave, c’è frattura tra pubblico e opera, ci allontaniamo e allontaniamo anziché fare operazione contraria.
tinoPer quanto riguarda invece il rapporto con l’attore, la scrittura quando arriva nelle mani di chi la agisce è già strutturata, finita e rifinita. Raramente mi capita di modificare qualche brano. Perché il testo l’ho elaborato, riflettuto, sofferto, prima che diventasse scrittura. C’è un tempo di attesa in cui raccolgo: quando dentro di me la scrittura è finita, ma non è ancora forma. Poi, accade il miracolo che ti porta alla pagina, o davanti allo schermo. E do delle indicazioni minime agli attori perché la scrittura contiene in sé tutto. Facciamo un grande lavoro a tavolino ma per permettere che il testo sedimenti nelle profondità dell’anima dell’attore. E’ l’attore stesso che in maniera assolutamente naturale senza orpelli comincia a muoversi senza spingere più di tanto. Un procedimento naturalissimo, accade come accade la vita stessa.”
E il teatro accade, come accade la vita stessa. In mezzo al mare.

TEATRO PUBBLICO INCANTO

Niño

Drammaturgia e regia Tino Caspanello

Con Cinzia Mascolino

Visto a Cetara (SA) il 20 luglio ’18 – Teatri in Blu



Categorie:In evidenza, Interviste, Satura, Scena, Teatro

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