Beatitudo, Compagnia della Fortezza: la Babele di Borges attraverso lo specchio

ALICE CAPOZZA | Affascina e spaventa l’alchemica suggestione estetica che Armando Punzo realizza in Beatitudo, ultima creazione della Compagnia della Fortezza, con cui festeggia i primi trent’anni di attività nella Casa di Reclusione di Volterra.

Si è compiuto il rito annuale di messa in scena all’interno del Carcere Mediceo, che prosegue con gli appuntamenti in esterna (grazie all’applicazione dell’art.21 dell’Ordinamento Penitenziario): la rappresentazione al Teatro Persio Flacco di Volterra, l’apertura ad ottobre della stagione del Teatro Verdi di Pisa e uno speciale adattamento per l’evento site specific all’interno del refrigerante della Centrale Geotermica Enel a Larderello dal titolo Le rovine circolari.

Beatitudo, ispirato all’immensa e onirica opera letteraria di Jorge Luis Borges, è l’evoluzione dello studio dell’anno scorso Le parole lievi, di cui riconosciamo alcuni temi, personaggi e testi, integrati con un pullulare di figure provenienti dalle suggestioni dei racconti e poesie dello scrittore argentino; vere e proprie coreografie di movimenti scenici su evocative musiche eseguite in gran parte dal vivo; il piccolo specchio di acqua de Le parole lievi diventa l’intero cortile del carcere allagato, esso stesso scena di tutta la rappresentazione.

Il pubblico scorre lungo le pedane di legno che costeggiano la piscina realizzata per l’occasione, seduti sul bordo dell’acqua attendono l’ingresso degli spettatori Armando Punzo e un bambino, che ci avevano lasciato due anni fa nel finale di Dopo la Tempesta incamminandosi mano nella mano verso un “altrove” che oggi vediamo rappresentato in Beatitudo.

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Foto di Stefano Vaja
Un uomo può essere nemico di altri uomini, ma non di lucciole, di parole, di giardini, di corsi d’acqua, di tramonti” (Beatitudo, Armando Punzo)

Come in un sogno lo spettatore assiste ad una sequenza frammentata di personaggi dell’immaginario metafisico e vertiginoso di Borges che appaiono e scompaiono, fanno i loro ingressi nello specchio di acqua, come in un microcosmo atemporale che contiene l’umanità, parlano, agiscono e si muovono, dando alle parole e ai gesti nuovi significati, visti attraverso il mondo poetico, alogico e fantastico, come riflessi in un prisma.

Punzo guida la Compagnia in un labirinto di rimandi e citazioni, di poesie e figure, colori e suoni. Lo spettatore immerso in questo luogo, metafora della ricerca umana di una via d’uscita, non può fare altro che abbandonarsi a questo viaggio salvifico: ogni tentativo di razionalizzare, intepretare o cercare con la mente gli infiniti riferimenti letterari risulta inaccessibile ed ostico. L’opera omnia e la complessa riflessione filosofica di Borges è concentrata in un rettangolo liquido, delimitato ai lati dalle imponenti mura del carcere.

Ci abbaglia il riflesso della luce del sole sull’acqua, come una nuova realtà deformata e restituita inaspettata: “I libri della biblioteca sono senza lettere. Se li apro appaiono” con i versi de La dicha (La felicità), Punzo apre il viaggio-spettacolo “Sfogliando l’Atlante progetto la forma di Sumatra. Chi accende un fiammifero al buio sta inventando il fuoco” e assistiamo al succedersi illogico dei tanti personaggi: ciascuno portatore del proprio mondo si muove sulla evocativa musica di Andrea Salvadori.

Un uomo pitturato di bianco incede verso la platea, scaglia le sue parole in un italiano incerto, “deciso a scoprire la città e il suo fiume” forse è quel Flaminio Rufo di El Inmortal all’utopistica ricerca della Città degl’Immortali solcata dal fiume perenne che, se attraversato, conferisce l’eternità.

In una battaglia senza guerra, avanza un’armata di prodi vestiti di rosso e arancione, che fendono l’aria con lunghe canne dirette al cielo, al ritmo incalzante delle percussioni suonate dal vivo: non c’è sconfitta nè vittoria: Altro è il fiume che io cerco”.

Impossibile nominare tutte le figure che popolano la scena, oltre ottanta attori si susseguono, si intrecciano, a volte si ripetono, di alcuni abbiamo colto i riferimenti, di altri ci hanno incuriosito le parole, ci hanno stupito le geometrie dei movimenti scenici, l’intensità degli sguardi, la precisione nei gesti, i colori dei costumi o dei trucchi sui volti e sui corpi: una babele di immagini di quasi due ore.

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Foto di Stefano Vaja
Tutti gl’Immortali erano capaci di quiete perfetta; ne ricordo uno che non ho mai visto in piedi: un uccello gli faceva il nido in petto” (El Inmortal, J. L. Borges)

Passeggia sull’acqua Emma Zunz, guarda inquieta l’orizzonte, pronuncia parole di malinconia e determinazione, ed è proprio come ce la siamo immaginata tra le pagine del racconto di Borges, mentre davanti a sè vede apparire Loewenthal, la vittima destinata della sua vendetta, mentre fragile e lucida crea la sua “realtà incredibile che si impose a tutti perchè vera”.

Tra le pieghe della rappresentazione riconosciamo molti dei temi dello scrittore argentino: i libri della Biblioteca di Babele, adagiati con cura sul filo dell’acqua o disposti sui davanzali di pietra delle piccole finestre del carcere; il sogno, richiamato in molti dei testi recitati dagli attori e filo conduttore della frammentazione di immagini; il tema dello specchio, del doppio e della realtà riflessa a cui tutta la scenografia fa riferimento; le figure geometriche del prisma e della sfera, magiche nelle loro proporzioni matematiche; gli scacchi, con cui il bambino gioca sul finale; l’Oriente della ricerca spirituale, dell’India del Gange e delle cerimonie del thè in Giappone, richiamate nei costumi curati con arte da Emanuela Dall’Aglio; il Minotauro che entra in scena sottoforma di maschera galleggiante, esplicito rimando al racconto La Casa di Asterione, capovolgimento del mito da mostro feroce a prodigio escluso perchè diverso, destinato all’autoreclusione nel labirinto-prigione, salvato dalla costruzione fantastica di un proprio doppio.

Suggestive le scene nell’incontro scontro tra il luogo naturale e l’artificio teatrale: i cancelli arrugginiti e le torri rosse della Fortezza medicea; le piccole finestre con le grate, da cui provengono suoni di quotidiana reclusione, il vociare di una televisione che si intreccia con le note della musica dello spettacolo e ci ricorda sottilmente che noi spettatori lì siamo ospiti; il lago artificiale che ha preso il posto del cortile, luogo di ricreazione forzata dei detenuti; gli attori, la poesia e la bellezza che hanno per sempre cambiato la realtà di Volterra.

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Foto di Stefano Vaja
Cosa è reale? È reale quella finestra, quelle punte di ferro, quelle mura che ci proteggono? […] Solo questo attimo è reale” (Beatitudo, Armando Punzo)

Cosa è reale? Punzo e il bambino si allontanavano dopo La Tempesta dalle passioni, dalla forma con cui Shakespeare ha saputo affrescare l’intera umanità, con i suoi tormenti e fragilità; all’inseguimento dichiarato di una utopia di libertà per mettere in discussione l’Uomo per come lo conosciamo e poterlo reinventare. Punzo e il bambino avranno trovato finalmente l’uomo nuovo e libero che andavano cercando? Avranno trovato la strada per la Beatitudo? Questa la domanda con cui abbiamo preso posto sulle scalinate al sole della corte, la domanda a cui la Compagnia della Fortezza cerca una risposta. La ricerca della libertà nel pensiero, proprio laddove la libertà fisica è negata.

Borges è l’autore perfetto come ispirazione per questo percorso onirico e magico per ridare libertà all’umanità condannata ad essere preda delle inquitudini, intoccabile, ma anche immobile, ingabbiata e prigioniera del quadro dell’umano sentire. Lo scrittore nella sua opera stravolge il tempo, lo spazio, il ritmo, mettere in discussione il reale, ne abbatte la forma rigida attraverso l’immaginazione, dichiarando possibile l’improbabile: “Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa completezza e imporlo alla realtà” (Le Rovine Circolari, J. L. Borges).

E non pensiamo che sia solo un esercizio astratto della mente; Punzo ci dice che in questo tempo sognare è un privilegio alla portata di tutti, anche dei reclusi, ci sussurra, con le parole atoniche pronunciate nel suo spettacolo, da attori di cui spicca l’accento straniero, permettendo la recitazione di alcuni testi anche in urdu, in arabo e perfino in latino, che Un altro mondo è possibile, ormai antica e dimenticata utopia della stagione dei movimenti di contestazione dei Social Forum. Il sogno de l’Aleph è una sfida estrema: significa creazione alchemica de l’inizio il tutto e la fine, il punto da cui si vede l’infinito, Dio creatore e distruttore, forse quel punto rosso che compare sui volti, sui corpi e i costumi degli attori, quella sfera rossa che chiude Beatitudo.

Il progetto di Punzo va oltre il ruolo sociale del teatro con i detenuti, oltre il luogo fisico del carcere, metafora di una prigione interiore in cui siamo tutti rinchiusi come esseri umani, limitati nel tempo e nello spazio, ma non nel pensiero, immaginifico mezzo per evadere, spaziare nella libertà di un volo o di un sogno.

Come altri lavori della Compagnia della Fortezza, Beatitudo è uno spettacolo che fa della complessità filosofica e dei continui rimandi letterari, come in scatole cinesi, la propria forza e al tempo stesso il proprio limite: un susseguirsi di epifanie sceniche suggestivo ma strutturalmente anche slegato, un empireo distaccato dal reale, gli Immortali che hanno i segni dell’esperienza utopica, ma avulsa dallo spettatore.
Si scorge e si apprezza il lungo studio e l’elaborazione puntuale, i livelli percettivi molteplici, anche se ci chiediamo quali strumenti occorrano per una leggibilità complessiva e “rotonda” dell’impianto scenico-drammaturgico: la profondità spaziale, dove ogni azione è un mondo, spettacolo nello spettacolo, le parole, le immagini e le scene sovrapposte, la musica, la suggestione globale e visiva, la performance colossale; ma se di fronte ad una creazione di Punzo si vuole “capire”, si resta spesso frustrati. La riflessione su cosa resta allo spettatore è un punto a volte un po’ di frontiera sul tema della consapevolezza del messaggio e del suo portato fra chi lo emette, chi lo interpreta e chi lo riceve. Cosa resta a chi guarda? Forse segni come i colori sui volti degli attori: la storia dei tormenti che ciascuno si porta dentro, il bisogno di evadere Altrove prendendo per mano un bambino che non conosce la Passione.

«Todo sucede por primera vez, pero de un modo eterno / El que lee mis palabras está inventándolas» (La dicha, Jorge Luis Borges)

Compagnia della Fortezza

BEATITUDO

Regia e drammaturgia di Armando Punzo

Liberamente ispirato all’opera di Jorge Luis Borges

musiche originali e sound design Andrea Salvadori

scene Alessandro Marzetti, Armando Punzo

costumi Emanuela Dall’Aglio

coreografie Pascale Piscina

aiuto regia Laura Cleri

assistente alla regia Alice Toccacieli

aiuto scenografo Yuri Punzo

decorazioni e arredi Silvia Betoni

collaborazione drammaturgica Alice Toccacieli, Francesca Tisano, Salvatore Altieri, Fabio Valentino, Elisa Betti

documentazione fotografica e foto di scena Stefano Vaja, Pier Nello Manoni

documentazione video Nico Rossi, Francesco Zollo, Teresa Bucca/ VaiOltre!

direzione organizzativa Cinzia de Felice

ensemble di percussioni Quartiere Tamburi / Marzio Del Testa, Iago Bruchi, Riccardo Chiti, Lucio Passeroni, Andrea Taddeus Punzo de Felice

in scena:

Armando Punzo, Salvatore Altieri, Sebastiano Amodei, Antonio Arienzo, Mohammad Arshad, Yosmeri Armas Castilla, Andrej Ayala, Said Bahy, Saverio Barbera, Nikolin Bishkashi, Christian Bracci, Paolo Brucci, Mario Cabras, Placido Calogero, Rosario Campana, Vincenzo Carandente Giarrusso, Maxwell Caratti, Emanuele Caruso, Diego Carvalhais, Roberto Cecchetti, Gillo Conti Bernini, Giuliano Costantini, Ismet Cuka, Pierluigi Cutaia, Elis Dedei, Lucio Di Iorio, Fabrizio Dipasquale, Lucio Di Roberto, Domenico Donato, Nicola Esposito, Vitale Esposito, Vincenzo Fagone, Fan Faquan, Salvatore Farina, Giovanni Fontana, Giuseppe Galiano, Salvatore Giordano, Yana Zoe Giuffrida, Nunzio Guarino, Antonio Iazzetta, Massimo Interlici, Ibrahima Kandji, Naser Kermeni, Kujtim Kodra, Urim Laci, Domenico Maggio, Mbaresim Malaj, Massimo Marigliano, Paolo Marino, Jetmir Marku, Manuel Marrese, Luca Materazzo, Giovanni Mazzola, Gaspare Mejri, Nico Merola, Francesco Nappi, Tarek Omezzin, Luigi Palummo, Marian Petru, Eva Pistocchi, Ciprian Putanu, Francesco Randazzo, Hamadi Rezeg, Jhen – Aimè Riuambula, Tip Sai Saiw, Adrian Saracil Nicusor, Mario Serban, Giacomo Silvano, Vitali Skripeliov, Vincenzo Sorio, Gaetano Spera, Julian Sula, Simone Tarantino, Lucian Tarara, Luciano Testa, Mestan Thaqi, Francesca Tisano, Massimo Torre, Orazio Vaccaro, Tommaso Vaja, Fabio Valentino, Alessandro Ventriglia, Giuseppe Venuto William Villanova, Sinan Wang, Tony Waychey, Jian Dong Ye, Carlo Zingarello e il giovanissimo Marco Piras

Carte Blanche – Centro Nazionale Teatro e Carcere e TieffeTeatro

con il sostegno di MiBACT Ministero dei beni delle attività culturali e del turismo, Regione Toscana, Comune di Volterra, Comune di Pomarance, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, ACRI Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa, Ministero della Giustizia Casa di Reclusione di Volterra, Accademia dei Riuniti Teatro Persio Flacco
con il contributo del Consiglio Regionale Regione Toscana

Fortezza Medicea/Casa di Reclusione – Volterra

25 luglio 2018



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