Avignon Le Off 2018: tra teatro fisico, jonglage coreographique e hip hop. I nuovi esperimenti della danza

MARTA GALLI | Tra i circa 80 spettacoli di danza e teatro danza programmati ad Avignone Off 2018 abbiamo avuto il piacere di vederne tre, molto diversi tra loro ma decisamente apprezzabili per l’originalità della composizione coreografica, la ricerca visuale e la commistione di linguaggi diversi.

Il primo che ricordiamo è Bruit de Couloir (liberamente traducibile con “rumore di fondo”), una creazione della compagnia La Main de l’Homme di Strasburgo, coreografie e interpretazione di Clément Dazin. La caratteristica peculiare del lavoro di Dazin è la commistione tra danza contemporanea e giocoleria, lo spettacolo infatti è inserito all’interno delle performance di circo contemporaneo, ma è a tutti gli effetti uno spettacolo di jonglage coreographique. Già con la precedente creazione, Humanoptére (2017) presentata anche in Italia dall’ERT a Cesena e Modena e a ottobre 2017 al Festival Torinodanza, Dazin aveva iniziato la ricerca su questo specifico linguaggio, ma in quel caso la creazione prevedeva 7 attori/giocolieri e la tematica affrontata era tutt’altra rispetto allo spettacolo visto ad Avignone (in première). Bruit de Couloir è invece un solo e il tema affrontato è la morte, o meglio, il momento appena prima di morire in cui davanti ai propri occhi passa come un film il ricordo di tutta la vita… almeno così si dice visto che nessuno è mai davvero tornato per raccontarlo. La scena è completamente vuota. La musica (realizzata da Gregory Adoir) è più un tappeto sonoro di rumori, di voci, di sussurri e di sospiri (un rumore di fondo, appunto) accompagnato spesso da un leggero ticchettio di orologio che ci ricorda che è lo scorrere del tempo il vero protagonista, forse anche l’ossessione, da cui, inevitabilmente nessun essere umano può sfuggire. Un Tempus Fugit della coscienza rappresentato in scena, forse paradossalmente, da un rallentamento esasperante di ogni gesto, di ogni movimento: dall’oscurità compare una luce, di taglio, e dalla quinta esce un uomo che lentissimo cammina verso quella luce e intanto fa girare rapidamente in senso antiorario, quasi come volesse riavvolgere il nastro del tempo, tre palline bianche. Il contrasto tra il movimento lentissimo del corpo che cammina e il movimento rapidissimo delle mani è di estrema efficacia e ci parla già di un rapporto contradditorio proprio con il tempo.

La coreografia poi si arricchisce di movimenti più liberi, ma sempre sincopati e tendenzialmente rallentati nel corpo e veloci nel movimento delle palline da giocoliere che sfuggono, cercano di liberarsi ed è un continuo inseguimento da parte dell’uomo per cercare di afferrare, ricostruire, rimettere in ordine ciò che in ordine non può stare, ciò che è necessariamente caos: la vita. Il corpo di Dezin è straordinariamente dinoccolato e le articolazione delle scapole, delle braccia, del busto danzano in movimenti innaturali, quasi come se si volessero staccare dal corpo. Perfette le crude e taglienti luci di Freddy Bonneau che valorizzano e amplificano le curve del corpo, isolando parti di esso quasi come a staccare la parte dal tutto. La tortuosa strada del tempo che fugge arriva ad una conclusione, il finale, che riprende ciclicamente l’inizio, porta l’Uomo a raggiungere la luce fuori scena ma… prima del buio una pallina bianca rotola in proscenio come a dirci che, forse, la fine non è davvero come ce l’aspettiamo.

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Anche nella creazione di danza che più ci ha impressionato e incantato c’è una ricerca alla separazione della parte dal tutto, ancora più netta ed efficacie. Hocus Pocus in inglese significa Abracadabra, ed è proprio una magia quella che vediamo materializzarsi sulla scena ad opera del già affermato coreografo svizzero-francese Philippe Saire: due barre a neon orizzontali, lunghe circa 2 mt e distanti l’una dall’altra circa 1,5 mt, sono l’unica illuminazione della scena, all’interno di una quadratura nera che chiude lo spazio. Da questa finestra di luce si materializza la coreografia dell’intero spettacolo. Dal buio escono pian piano pezzi di corpo che sembrano ruotare dentro e fuori dalla luce ma è impossibile distinguere, in quel parziale spazio visivo, che parti del corpo siano: un ginocchio? Un gomito? Due gomiti? Una schiena? Piano piano le parti si fanno più grandi e più visibili e iniziamo a distinguere la totalità del corpo dei due danzatori (gli strepitosi Philippe Chausson e Mickael Henrotay-Delaunay) che s’inseguono, giocano, si aspettano, creando figure e immagini con gambe, braccia, teste. Ci si chiede come sia possibile che possano sfidare la forza di gravità danzando a tutti gli effetti… in orizzontale! La prospettiva cambia di continuo e lo spettatore è continuamente sorpreso dal susseguirsi di movimenti veloci e sincopati.

Ma ad un tratto arriva anche la storia ad arricchire ulteriormente la performance: uno dei due danzatori cade in fondo al mare dove incontra esseri meravigliosi, figure realizzate con tessuti leggeri e aerei che muovono i propri tentacoli nello spazio ma che non ci fanno paura, un mondo onirico di cui non si può essere spaventati, ma solo incantati. Un grande telo azzurro deborda dalla finestra luminosa fin verso le prime file di spettatori e, scosso da un forte vento, crea una visione del mare che ci ricorda quello della Tempesta di Giorgio Strehler, finché i due non riemergono per ritrovarsi e ricominciare il loro gioco leggero fatto di corpi divertiti. Lo spettacolo è presentato per un pubblico dai 7 anni e infatti i molti bambini presenti (in una sala strapiena da 200 posti) seguono ammirati tutta la performance senza mai staccare lo sguardo da quella finestra che apre ad un mondo di magia. Abracadabra.

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Ci sembra anche molto interessante segnalare che lo spettacolo fa parte della selezione svizzera di Avignone: 8 spettacoli diversi tra loro per linguaggio e pubblico di destinazione quest’anno programmati in 6 diversi spazi del festival, selezionati da una commissione con sede a Losanna che sostiene economicamente, organizza e promuove la presenza di artisti svizzeri meritevoli con le loro creazioni per tutta la durata del Festival. Una politica di sostegno reale all’internazionalizzazione e alla mobilità degli artisti che nel nostro Paese attualmente non esiste, almeno da quando è stata smantellata un’istituzione come l’ETI che un tempo, anche se probabilmente non con i mezzi di Losanna, si occupava anche di questo per le compagnie italiane. Speriamo che tornino tempi migliori in cui le politiche di sostegno allo spettacolo dal vivo in Italia passino anche dal sostegno alla mobilità di artisti, operatori e compagnie.

The last but not the least uno spettacolo più “tradizionale” dal punto di vista della creazione coreografica, ma interessante per la scelta di fondere il linguaggio della danza hip hop e da strada con la musica classica: Ballet2Rue ha infatti come sottotitolo “quando Mozart incontra l’Hip Hop” ed è uno spettacolo danzato da 6 ballerini di cui 5 hanno una formazione prevalentemente di danza hip hop, breakdance e acrobatica, mentre una di loro ha una formazione da ballerina classica. I danzatori sono in scena vestiti con degli anonimi pantaloni neri e camice bianche e per accentuare il loro anonimato indossano delle maschere neutre bianche sul volto: ci spiegano prima dell’inizio dello spettacolo che questa scelta è motivata dal fatto che gli spettatori possono così concentrarsi maggiormente sul corpo e sul movimento rispetto che sul volto (e quindi sulle emozioni) degli interpreti.

La destrezza e l’abilità tecnica dei ballerini, insieme alle musiche celeberrime di Vivaldi, Mozart, Beethoven, Bach fino a Yann Tiersen ci trasportano con piacere per un’ora all’interno dei diversi quadri coreografici realizzati dal regista e coreografo della compagnia Mohamed Rouabah (Compagnia Metamorphoz di Saint-Etienne), senza rapirci il cuore o farci sgranare gli occhi dalla meraviglia, ma con evidente studio e competenza, danzatori e coreografo realizzano uno spettacolo gradevole e sicuramente di facile apprezzamento per il pubblico di ogni età.

BALLET2RUE_3

BRUIT DE COULOIR
Cie La Main de l’Homme
Conception Clément Dazin
With and by Jonathan Bou, Martin Cerf, Clément Dazin, Bogdan Illouz, Minh Tam Kaplan, Martin Schwietzke and Thomas Hoeltzel alternating with Miguel Gigosos Ronda
Light designer and stage manager Tony Guérin
Sound designer Grégory Adoir
Sound engineer Grégory Adoir or Mathieu Ferrasson
Assistant to the director Hervé Diasnas
Costume Fanny Veran

HOCUS POCUS
Concept et chorégraphie Philippe Saire
Chorégraphie en collaboration avec les danseurs
Philippe Chosson, Mickaël Henrotay-Delaunay
Danseurs en tournée Philippe Chosson, Mickaêl Henrotay-Delaunay, Ismael Oiartzabal
Réalisation dispositif Léo Piccirelli
Accessoires Julie Chapallaz, Hervé Jabveneau
Arrangements sonores Stéphane Vecchione
Direction technique Vincent Scalbert
Construction Cédric Berthoud
Musique Peer Gynt d’Edvard Grieg

BALLET2RUE
Cie Metamorphoz
Metteur en scene: Mohamed Rouabah
Interpretes: Mohamed Benghali, Antar Bentakouka, Constance Besancon, Charlene Deprez, Mohamed Rouabah
Technicien Lumiere/Son: Mathieux Parisse



Categorie:Danza, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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