Biennale Teatro 2018: tra recitazione, performance e arte visiva

RICCARDO MOTTA | Come ogni anno, il Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia offre l’opportunità di conoscere artisti e compagnie internazionali, di assistere ai loro spettacoli e agli incontri, ospitati negli spazi della Biennale, o di partecipare ai prestigiosi college che ogni anno coinvolgono giovani artisti e affermati professionisti. Ma la peculiarità della Biennale Teatro sotto la direzione triennale di Antonio Latella è anche quella di mettere in luce, riflettere e approfondire tematiche poco esplorate o per le quali è molto difficile dare un’unica definizione.

È il caso di questa quarantaseiesima edizione, ATTO SECONDO: ATTORE/PERFORMER, secondo della direzione artistica affidata a Latella.
Lo stesso regista tiene a sottolineare quanto, sia attore che performer, siano il vero fulcro del teatro e lo saranno sempre.
Questa edizione, pertanto, non vuole mettere in luce dicotomie e differenze tra i due termini – ancora visti da molti come esperienze separate e poco in dialogo tra loro rispetto alla pratica teatrale – ma  una forza sinergica nella creazione di nuove poetiche, tese a sviluppare nuove definizioni.

Probabilmente, l’assegnazione del Leone d’Oro alla Carriera ad Antonio Rezza e Flavia Mastrella, e il Leone d’Argento ad Anagoor è significativa nel riconoscere l’originalità, l’intelligenza e l’indubbia capacità di esprimere una propria poetica e ribaltare le definizioni classiche di attore e performer, cercando di rispondere alla necessità su chi questa edizione in fondo si interroga di una distinzione tra queste due categorie della pratica scenica interpretativa.

Dei molti artisti presenti a Biennale Teatro, in quest’articolo parleremo di Clément Layes, Davy Pieters e Giuseppe Stellato: tre professionisti che, tramite i loro lavori e il loro linguaggio, cercano di rispondere alla domanda sulla pratica scenica dell’interprete.

Il francese Clément Layes è il cofondatore, assieme a Jasna L. Vinovrški, della compagnia Public in Private. Nata a Berlino nel 2008, questa compagnia fonde nei suoi spettacoli arte visiva, danza e filosofia, creando performance sulla relazione dell’attore/performer con gli oggetti quotidiani. Rapportandosi con bottiglie, bicchieri, secchi di plastica, scope e vestiti l’interprete non li considera dei meri orpelli scenografici, ma parte fondamentale della sua azione scenica, dotati di un senso, a cui è possibile attribuire un nuovo significato, grazie all’immediatezza dell’azione.
Allege, spettacolo nato nel 2010, vede in scena un solo performer che, mantenendo in equilibrio sulla nuca un bicchiere pieno d’acqua, dispone nello spazio secchi, bottiglie e bicchieri, travasando, gettando e recuperando grandi quantità di acqua, al fine di innaffiare una piantina. Caratterizzato da uno stile circense, il performer segue uno schema preciso di azioni ma, in preda alla costrizione del bicchiere sulla testa, scopre e si meraviglia dei modi d’uso e delle varie disposizioni gli oggetti nello spazio. Salvo poi, nella seconda parte, dare una spiegazione squisitamente surrealista, a quanto accaduto prima, arricchendo con una generosa dose di humor. Ogni oggetto rappresenta qualcosa: il bicchiere in equilibrio è il meccanismo; l’acqua, l’energia; il secchio è un limite; l’acqua per terra è l’oceano; la pianta è la vita; lo straccio bagnato per terra è la poesia.
Creando composizioni da due a più elementi, l’insieme di queste sequenze acquista nuovi significati: attenzione, fascino, relazioni internazionali, delusione, meeting politico e molte altre. Il risultato è una lunga, arzigogolata ma precisa equazione algebrica, composta da tutti i valori, i dogmi e le parole chiave che fanno parte del vocabolario dell’era contemporanea.
In Things that sorround us, performance del 2012, tratta dell’attività economica sulla circolazione degli oggetti nella nostra società, diventando spazzatura e anche materiale riciclabile. Sulla sena, tre interpreti accumulano bottiglie, bicchieri, fogli, secchi, scope, palette e sacchetti di plastica; li disperdono  nello spazio e li spazzolano ordinatamente.  Dalle scope, però, scende una buona dose di terra che rende difficoltoso il riordino e la pulizia componendo, in compenso, immagini simmetriche ovali e armoniche in un continuo movimento circolatorio. Un gesto che ricorda le opere dell’artista visivo e performer circense Johann Le Guillerm.
Una ciclicità assurda, come assurda ma spietatamente vera è la realtà, ma in cui secondo il regista c’è la speranza anche di diventare consapevoli.
Oltre a AllegeThings that sorrund us, Biennale Teatro ospita anche dreamed apparatus e TITLE.

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Things that sorround us

La regista olandese poco più che trentenne Davy Pieters esplora invece il modo in cui la

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How Did I Die

tecnologia e la cultura visiva hanno influenzato la nostra vita e la nostra percezione delle cose.  In How Did I Die, spettacolo creato nel 2014, si assiste alla ricostruzione dell’omicidio di una ragazza e delle ultime ore precedenti la sua morte. Si vedono e rivedono le stesse scene, come se stessimo riavvolgendo e riavviando una videocassetta: ogni volta si aggiunge un particolare in più, o si assiste a una versione diversa di come sono andate le cose.
Tre fondali di tela ricreano i tre ambienti della vicenda: un bosco, il ciglio di una strada, una cameretta con la carta da parati rosa. Un impianto scenografico pratico e funzionale per il rapido susseguirsi delle scene.
I tre performer che interpretano la giovane vittima, il suo assassino nonché fidanzato, e la sua migliore amica seguono una coreografia assolutamente precisa e impeccabile nel riprodurre la lenta dilatazione del rallenty  e i movimenti rapidi e sincopati del rewind.
L’influenza del cinema di David Lynch riecheggia, in particolare Mullholland Drive Inland Empire.
Pieters gioca con la percezione dello spettatore. L’alto livello di tensione creato dal crescendo insistente della musica techno di sottofondo e l’attenzione a ogni minimo dettaglio lo rendono il solo e vero detective che cerca di dare un senso logico ad una realtà incontrollabile.
È il vero conflitto che sta alla base dello spettacolo e che trova forse un suo limite nella realizzazione: nella parte finale, infatti  le cose si complicano ulteriormente, ribaltando e confutando quanto precedentemente esposto, ma in maniera confusa e in ultima istanza poco interessante rispetto al lavoro complessivo, che ne trae un sentimento finale squilibrante.
Oltre ad How Did I Die, Davy Pieters è presente a Venezia con The Unpleasant Surprise.

Anche Giuseppe Stellato, artista visivo e scenografo della Compagnia stabilemobile, si interroga sulla rilevanza della tecnologia nella nostra società, presentando OblòMind the gap.  In particolare, in Oblò si concentra su come la viralità di video e immagini possa a poco a poco aumentare l’indifferenza delle persone di fronte alla forte drammaticità di un’immagine.
Presentato per la prima volta al Festival di Terni nel 2017, è un’opera in bilico tra istallazione, performance e live set, che richiama alla mente l’estetica di Heiner Goebbels e i video di Bill Viola.
Durante il ciclo di lavaggio di una lavatrice, il movimento ipnotico del cestello, i suoni della macchina e il sound design ad opera di Franco Visioli danno vita a una realtà che ogni ogni giorno assistiamo ai telegiornali: i drammatici viaggi in mare a bordo di un gommone di migliaia di migranti.
Le voci infantili, il rumore dell’acqua, i respiri affannosi di un bambino che fugge impaurito e gli insistenti suoni meccanici sempre più forti e fastidiosi da sembrare spari fanno vivere immagini nitide e angoscianti.
Domenico Riso, pittore e performer, colora di rosso un lungo pannello di plexiglass, come se quello fosse un video di YouTube, impossibile da interrompere o mandare avanti. Bisogna assistere per forza. Una lavatrice e uno smartphone hanno la stessa potenza ipnotica. La tensione sale assieme al volume delle urla, del mare e dei rumori sintetizzati fino a quando la lavatrice, in fase di centrifuga, esplode e conclude il suo ciclo. Dalla carcassa smembrata, vengono estratti un paio di calzoncini blu e una maglietta rossa intrisa di liquido rosso. Sono i vestiti di un bambino, Aylan Kurdi, divenuto suo malgrado un simbolo del nostro tempo.
Il senso di impotenza, confusione e rabbia resta dentro mentre, appena fuori dal foyer del Teatro alle Tese, il sole al tramonto si specchia nelle placide acque della laguna in una calda serata di fine luglio.

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Oblò

Venezia, 26 e 27 luglio 2018.

http://www.labiennale.org/it/teatro/2018

ALLEGE

idea e coreografia Clément Layes

performance Vincent Weber

drammaturgia Jasna L. Vinovrski

musica David Byrne

costumi Public in Private

luci Ruth Waldeyer, Florian Bach

una produzione di Public in Private – Clément Layes

THINGS THAT SURROUND US

idea e coreografia Clément Layes

performance e coreografia Felix Marchand, Ante Pavic, Vincent Weber

oggetti e palco Marinus van Eldik

luci Ruth Waldeyer

musica Tian Rotteveel

drammaturgia Florian Feigl

assistente alla coreografia Jasna L. Vinovrski

stampa e produzione björn & björn

una produzione di Public in Private – Clément Layes

in coproduzione con Sophiensæle Berlin e Workspace Brussels

HOW DID I DIE

idea, regia e scene Davy Pieters

performance Klára Alexová, Nina Fokker, Joey Schrauwen

musica Jimi Zoet

luci Bob Ages

costumi Davy Pieters

coaching Jetse Batelaan, Loes van der Pligt, Marc Linssen

impianti tecnici John Thijssen (coordinamento), Arjen Fortuin, Axel Dikkers, Theater Rotterdam in coproduzione con Frascati

OBLÒ

Ideazione e regia Giuseppe Stellato

collaboratore e performer Domenico Riso

suono Franco Visioli

luci Simone De Angelis

produzione Brunella Giolivo

management Michele Mele

produzione stabilemobile

in collaborazione con l’Asilo – exasilofilangieri.it,
Corsia Of Centro di creazione contemporanea



Categorie:Performing Arts, Recensioni, Satura, Teatro

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